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Categoria: Cinema e Tv

Per il pubblico italiano non era esattamente uno dei nomi più noti del mondo dell’animazione, ma il lavoro di Bill Meléndez è stato sempre di grandissima qualità e importanza. Non solo dal punto di vista artistico. Morto per cause naturali all’età di 91 anni lo scorso 2 settembre, nella sua lunga carriera Meléndez ha lavorato su alcuni dei personaggi animati più importanti di sempre.

Nato in Messico il 15 novembre 1916, ha studiato al California Institute of Arts e nel 1938 è entrato alla Walt Disney per lavorare come animatore in molti cortometraggi di Topolino e Paperino e in lungometraggi come Pinocchio, Fantasia e Bambi.

Il 18 dicembre scorso è morto nella sua casa di Los Angeles, all’età di 95 anni, il grande cartoonist statunitense Joseph Barbera. Nato il 24 marzo 1911 nel quartiere newyorchese di Little Italy da immigrati siciliani, Barbera è stato il creatore insieme con il socio William Hannah di personaggi leggendari del mondo dell’animazione come i Flintstones, Scooby-Doo, Braccobaldo e Tom & Jerry.

Dopo aver tentato senza successo di diventare disegnatore di fumetti e aver sbarcato il lunario durante la Grande Depressione come commesso di un sarto, nel 1932 Barbera entra nello studio di animazione di Amadee J. Van Beuren come sceneggiatore e animatore, lavorando in particolare ad una serie intitolata Tom and Jerry, che presentava una coppia di uomini alle prese con le situazioni più strambe e che venne in seguito rinominata Dick and Larry.

Erano le tre del pomeriggio del 27 giugno 1966, quando la stazione televisiva statunitense ABC mandò in onda la prima puntata del telefilm Dark Shadows. Creata e prodotta da Dan Curtis, Dark Shadows era tecnicamente una soap-opera, ossia una serie che interseca più trame portandole avanti il più possibile, priva di una pianificazione iniziale del suo sviluppo futuro e trasmessa con cadenza giornaliera. Ma nello specifico, Dark Shadows era una serie horror ad ambientazione gotica che faceva delle ricostruzioni scenografiche e delle trame avvincenti il proprio cavallo di battaglia, presentando storie di vampiri, fantasmi, lupi mannari, zombi, streghe e mostri in generale. L’ultima puntata, la numero 1225, fu trasmessa il 2 aprile 1971.

C’era un tempo in cui il professor Charles Xavier camminava. Era lo stesso tempo in cui Eric Lensherr ancora non era diventato Magneto, ed era buon amico dello stesso Xavier. Insieme, i due convinsero la piccola Jean Grey – l’unica mutante di classe 5 mai rintracciata – a farsi prendere sotto la loro ala protettrice. Ma ora le cose sono cambiate…
E sono cambiate molto, le cose, in questo terzo episodio della saga filmica degli uomini X. Terzo e in teoria ultimo, anche se nell’ora e tre quarti di proiezione c’è più di un indizio sulla volontà della 20th Century Fox di proseguire la serie. E considerando l’esordio che il film ha avuto negli Stati Uniti (107 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni), la cosa non sorprende.

È il 1994. Bernd Eichinger ha un problema: ha acquistato i diritti per lo sfruttamento cinematografico dei Fantastici 4 ma non è ancora riuscito a mettere insieme i fondi necessari per realizzare il film. Ma secondo una clausola del contratto, ad Eichinger restano solo un paio di mesi per iniziare le riprese, altrimenti la Marvel tornerà in possesso dei diritti e lui perderà i soldi pagati per l’acquisizione degli stessi. Se invece le riprese inizieranno entro la data prevista, il contratto sarà automaticamente rinnovato per altri dieci anni, permettendo così al produttore tedesco di realizzare altri film con protagonista il quartetto creato da Stan Lee e Jack Kirby.

Probabilmente, al momento in cui leggerete queste righe l’arrivo sui nostri schermi della tanto attesa pellicola tratta dalla serie cult Sin City del grande Frank Miller – indiscusso capolavoro del noir fumettistico e raro esempio di uso più che sapiente del grottesco e delle principali tematiche pulp – avrà già scatenato una ridda di polemiche, discussioni e dissertazioni più o meno dotte. E’ bene che si sappia subito che chi scrive, se non appartiene alla schiera dei detrattori, nemmeno si sente a suo agio tra gli entusiasti di recensire questo film, che è stato tanto fortemente voluto da un regista di culto come Robert Rodriguez (El Mariachi, Desperado, Dal tramonto all’alba) al punto da assicurarsi oltre ai plot della serie fumettistica anche la supervisione e la compartecipazione alla regia dello stesso Miller (oltre che il coordinamento e lo sforzo produttivo di Mr. Quentin Tarantino in persona).

Destino beffardo, quello di Alan Moore, senza dubbio uno dei più grandi sceneggiatori di fumetti vivente, forse più vicino alla letteratura disegnata che non al fumetto vero e proprio, e inevitabilmente tradito dalle trasposizioni cinematografiche di alcune delle sue opere più riuscite… e proprio adesso che il cinema con l’ausilio della computer graphic incontra sempre meno difficoltà a rendere visivamente ciò che solo l’immaginario dei comics aveva sempre reso possibile ai nostri occhi!

Dopo il fascinoso From Hell – La vera storia di Jack lo Squartatoredei fratelli Hughes e il pretenzioso (e pasticciato) La Leggenda degli Uomini Straordinari di Stephen Norrington, anche il serial di grande successo Hellblazer, creato parallelamente a Swamp Thing nel 1985 da Alan Moore e poi proseguito più recentemente da Garth Ennis, ha avuto la sua versione cinematografica, affidata alla regia di un quasi esordiente come Francis Lawrence e interpretata da un attore “di culto” per il genere virtual-fantasy come Keanu Reeves.

È la mattina del 23 giugno 1959. Boris Vian, probabilmente l’intellettuale più importante della Francia postbellica, è seduto nella platea del Cinéma Marbeuf di Parigi per assistere all’anteprima di Il colore della pelle, che il regista Michel Gast ha tratto dal suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe e che sarà distribuito nei cinema francesi entro pochi giorni. Dopo neanche cinque minuti di proiezione, però, Vian scatta in piedi col volto in fiamme per la rabbia e urla a squarciagola “E questi sarebbero americani? Ma andate a fare in culo!”. Quindi barcolla per un attimo e si accascia sulla poltrona, stroncato da un infarto a soli 39 anni.

Anche a sforzarsi, è difficile trovare un regista meno indicato a portare sul grande schermo le atmosfere dark dei lavori di Frank Miller che il rumoroso Robert Rodriguez di Spy Kids e C’era una volta in Messico. Eppure, è proprio lui al timone del film che l’anno prossimo racconterà al pubblico cinematografico la storia di Marv, e per ottenere questo privilegio ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie.

Frank Miller aveva avuto una prima (traumatica) esperienza cinematografica all’inizio degli anni Novanta, quando aveva scritto i soggetti del secondo e terzo episodio della saga di Robocop.

Non capita spesso che esca nei nostri cinema un cartone dedicato al pubblico adulto. A distanza di pochi mesi, la Mikado doppia l’uscita di Appuntamento a Belleville con un’altra produzione animata francese, I figli della pioggia.
Liberamente tratto da un romanzo di Serge Brussolo, I figli della pioggia è in fondo un’ennesima versione della storia di Romeo e Giulietta, due esseri diversi che si amano nonostante le difficoltà. Il film è ambientato in un mondo in cui due popoli si affrontano senza quartiere, i Pyross e gli Hydross. Come suggeriscono i loro nomi, i primi sono adoratori del sole e vedono l’acqua come simbolo di morte: non solo corrode i loro corpi come fosse acido, ma la stagione delle piogge annuncia anche il risveglio dei draghi che sconvolgono la loro esistenza, mandati dagli Hydross per distruggere la città di Orfalaise, dove i Pyross vivono.