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Categoria: Cinema e Tv

Evanescente come uno spiritello familiare, il ruolo di protagonista delle streghe a fumetti in ambito cinematografico è veramente limitato, a tal punto che le pellicole a loro dedicate si contano su una mano. Per giunta, il capostipite del cinema stregonesco non è neppure interpretato da attori in carne ed ossa, anche se, a più di sessantanni di distanza, i personaggi di questo capolavoro recitano molto meglio di molti dei loro colleghi “umani”. Naturalmente sto parlando del celeberrimo Biancaneve e i 7 nani di Walt Disney (1937, regia di David Hand), magistrale esempio di arte animata che resiste al tempo, alle mode e ai mezzi mediatici.

È bene premettere che il rapporto tra cinema e fumetto comico ha sì radici molto profonde – e, grazie ad una certa affinità di ritmi e visualità, anche molto lontane nel tempo – tuttavia, nonostante questa somiglianza, mai come col tentativo di trasporre su pellicola personaggi e situazioni tipiche del fumetto comico vi sarà possibile riscontrare le differenze tra i due mezzi di espressione.
Per essere più chiaro cominciate a fare caso al fatto che una sequenza disegnata può risultare spassosissima, grazie alle battute nei balloons o alle situazioni rappresentate, mentre la stessa scena, girata coi fatidici ventiquattro fotogrammi al secondo, vi sembrerà, nella gran parte dei casi, assai meno divertente od incisiva, e questo perché edulcorata o dal movimento, o dal sonoro, o da un particolare che vi distrae, o dall’impossibilità di rendere del tutto le buffe espressioni dei personaggi, o da mille altre piccole differenze…

Non ci sono dubbi sul fatto che cinema di fantascienza e fumetto abbiano matrici comuni nel ricco sottosuolo del “fantastico”, ma non credo sia corretto affermare per questo un loro rapporto di dipendenza o di supposta identità.

Direi piuttosto, che è proprio il loro continuo influenzarsi ed intersecarsi reciproco ad aver giocato, di pari passo allo sviluppo tecnologico e scientifico, un ruolo importante nel processo di consacrazione del “genere fantascienza” come uno dei più amati dal pubblico di tutte le età. Se vogliamo, quindi, ricostruire brevemente questo percorso comune ai due mezzi espressivi, è necessario fare un bel salto all’indietro negli anni e rivolgere la nostra attenzione a due indiscutibili capisaldi del fumetto fantascientifico di tutti i tempi, Buck Rogers e Flash Gordon.

Durante l’ultima riunione di redazione il nostro direttore ci ha fatto notare che non è possibile dedicare un numero di Ink al genere western senza soffermarsi su Tex Willer e Compagni. Dal momento che sul personaggio a fumetti più amato dagli italiani si pubblicano una media di quattro volumi critici all’anno (senza contare i saggi brevi e gli articoli…), direi che è il caso di affrontare l’argomento da un’angolazione alternativa, spendendo due parole su uno dei momenti più controversi nella cinquantennale saga dell’eroe bonelliano per eccellenza: mi riferisco alla sua, alquanto discutibile, trasposizione cinematografica in “Tex e il Signore degli Abissi”, diretto da Duccio Tessari nel 1985.