Blek ritorna. L’Editrice Dardo ha annunciato la ripresa delle pubblicazioni, nell’antico formato striscia, di uno dei personaggi più amati dal pubblico ormai adulto, o forse non ancora, dei circa quarantenni.

E’ una bella notizia, mi ha fatto molto piacere, ma dal momento in cui ho pensato di parlarne in queste pagine, un po’ di timore mi fa compagnia. Io, come molti, il formato striscia dell’eroe dei trapper ho appena fatto in tempo a conoscerlo, a possederne qualche numero. Grandi tempi, è forse stato Blek a farmi amare il senso dell’avventura, della lotta per degli ideali che poi diventano anche tuoi e ti fregano per tutta la vita. Il mio ricordo è meno sfuocato per le avventure in formato Diabolik, tanto per intenderci, quegli albi, come si chiamavano allora, che avevano un po’ di pagine a colori e un po’ in bianco e nero. E le storie? Tanto fantastiche da apparire vere, possibili e, soprattutto, tranquillizzanti: Blek vinceva sempre.

Non avevo idea chi o che cosa fosse la esseGesse, non mi interessava forse neanche saperlo. Era una sigla sconosciuta che solo tanti anni dopo mi fu spiegata. Ciò che davvero era importante era che mio padre mi rifornisse puntualmente di avventure, che la mia stanza dei giochi fosse un agguerrito avamposto del campo dei trapper, che mia madre, a pranzo o a cena, cucinasse alce (me lo diceva spesso, per farmi mangiare). Blek è stato la mia gioventù a fumetti, ha segnato i momenti più lieti e spensierati. Mi ha fatto mille volte desiderare di addormentarmi sotto le piante della foresta, come faceva lui, oppure di avere una capanna e vivere con gli amici come un primitivo, di combattere i gamberi rossi e di essere al fianco degli indiani, quelli buoni, s’intende. Ma Blek non l’ho mai abbandonato, perché dopo quelle famose serie, furono pubblicati gli albi della Collana Prateria, un numero Blek, il successivo Capitan Miki, e poi ancora le raccolte (due albi in ogni volume) tutti rigorosamente in bianco e nero, come il vero Blek deve essere: ricordo perfettamente anche i tentativi di realizzare tutte le pagine a colori, ma sinceramente non mi sono mai piaciuti. E ancora. da qualche anno l’ennesima ristampa, quella che sta per finire e che naturalmente mi sono comprata tutta, numero dopo numero, stando bene attento a non lasciarmene scappare.

Questo è il fascino di Blek, dopo trent’anni aspetto l’uscita di un numero di cui già conosco le storie a memoria per comprarlo. E adesso ritorna. Sinchetto e Sartoris non ci sono purtroppo più. Le storie ce le racconterà Guzzon, aiutato da altri disegnatori, compresa la brava Lina Buffolente, con la quale ho avuto tempo fa il privilegio di collaborare.

Prima accennavo a qualche timore. Sì, ce l’ho. Ma non perché abbia dubbi sulla bravura e la professionalità degli autori, anzi. Ce l’ho perché potrei incontrare in edicola un Blek che non conosco, un Blek cambiato, quando cambiano le mani dei disegnatori, il personaggio inevitabilmente subisce delle trasformazioni, non sempre positive. Ancora, perché forse il formato striscia non è più di questo mondo, perché magari il mio edicolante lo perde fra i tabloid, perché trentadue pagine a striscia mi sembrano poche, anche se dovrebbe uscire ogni dieci giorni. E’ bello che Blek ritorni, ma l’importante è che sia ancora lui, che dica corna d’alce, che continui ad essere il terrore degli Inglesi, l’amico degli indiani, che ogni tanto si appisoli fra le radici di alberi secolari come ho sempre desiderato fare senza mai riuscirci.

Io purtroppo oggi una stanzetta per i giochi non l’ho più, ma se tutto sarà come allora, se il personaggio saprà conservare il suo fascino antico e mai perduto, se capirò che Blek ha bisogno di un avamposto del campo dei trapper, farò in modo di attrezzarmi: non si può certo tradire la fiducia dell’eroe dei trapper. Ma sì. A scatola chiusa: bentornato, Blek.

Roberto Anghinoni