In un numero di Ink come questo era doverosa l’intervista a Gianfranco Manfredi, autore che ha avuto il merito di rivoluzionare in Italia il fumetto western considerandolo da angolature completamente nuove. Il suo Magico Vento è stato la prima di una lunga serie di nuove testate firmate Bonelli con le quali è stato completamente rinnovato il mercato delle edicole.

Come sono state fatte queste scelte e com’è stato accolto Magico Vento dai lettori?
Aumentare il parco testate è stata una scelta coraggiosa della casa editrice che poteva benissimo continuare a proporre quelle pubblicazioni che già esistevano, mantenendo comunque ottimi risultati. D’altra parte limitarsi a questo significa non stare al passo col mutare delle sensibilità, perché in realtà tutti i lettori giovani sono più contenti se cominciano a comprare un fumetto che considerano il loro. C’è un altro tipo di affetto verso una collezione costruita dal primo numero. Dopo diversi anni di pausa Sergio Bonelli, fidandosi del proprio intuito e di quello di alcuni autori, ha cercato di vivacizzare la situazione. Adesso è un po’ prematuro fare un bilancio della situazione perché alcune testate sono da poco uscite e altre vedranno la luce quest’anno; per quanto riguarda Magico Vento, che ormai è arrivato al secondo anno, posso dirti solo che ha avuto degli ottimi risultati tanto che l’editore ne è parecchio soddisfatto. Già all’origine, io e Renato Queirolo avevamo studiato il fumetto programmandolo come una grande storia che non dovesse esaurirsi in un unico numero ma sul lungo periodo, così da renderlo più interessante, numero dopo numero. Ad esempio tanti elementi dei primi numeri erano solo degli agganci, degli stimoli, degli accenni sulla figura del protagonista e del suo passato che poi sono stati ripresi spesso durante le storie successive. Abbiamo cercato, non senza difficoltà, di dare una continuity al fumetto per farne una specie di romanzo a puntate.

Non per niente sia Magico Vento che i vari suoi compagni hanno acquistato una maggiore e più interessante personalità soprattutto negli ultimi numeri.
Sai, bisogna anche dire che all’inizio, parlo per qualsiasi fumetto, l’autore si deve sintonizzare con i disegnatori, con le scene, studiare l’insieme della serie e cominciare a prendere dimestichezza con un personaggio che non ha mai visto in movimento. C’è sempre una fase di rodaggio. Oltretutto, al di là dell’autore, si deve abituare anche il pubblico. Non è raro infatti che le prime storie, col passare del tempo, sembrino più belle.

Proprio perché, se il fumetto è bello, ci si affeziona al personaggio.
Sì, sì rileggono le storie conoscendo in un altro modo l’eroe, gli si attribuiscono pensieri, elementi collaterali e altro. Il primo numero di Magico Vento, per esempio, nonostante sia andato benissimo, è stato criticato da alcuni che consideravano eccessive le notizie sul passato di Ned (questo il nome bianco di Magico Vento). Era solo un’impressione. Chi è andato avanti a leggere ha scoperto che il passato di Ned è molto più intricato di quanto sembrasse, perciò quello era solo un piccolo anticipo. Anche il più ostile deve però riconoscere che, da kamikaze, mi sono scelto uno dei compiti più difficili in Bonelli, cioè fare negli anni novanta un nuovo fumetto western in un momento in cui il genere è in decadenza assoluta. Per di più questa è la casa editrice dalla quale, di western, ne sono usciti di bellissimi, da Tex a Ken Parker, dalla Storia del West a Zagor e molti altri. Sembrava quindi, che tutte le vie possibili fossero state esplorate. Io però, non ne ero convinto, cera qualcosa che, da lettore, non avevo ancora trovato. Volevo un West più sporco, più crudo, qualcosa che non eravamo soliti vedere in altri fumetti; anche l’ambientazione, ad esempio, è sempre stata legata alla tradizione della Monument Valley, invece il Dakota e quindi i Sioux non erano mai stati raccontati. Nessuno si era mai preso la briga di narrare storie solamente indiane, loro mitologie e mostri di cui non esistevano precedenti illustrati e neanche filmati. Una delle grandi difficoltà è stato proprio non sapere che indicazioni dare ai disegnatori.

Come mai ha scelto proprio i Sioux?
A parte il fatto che non potevo raccontare i Navajos perché sono già in Tex, ho scelto i Sioux perché sono molto affascinato dalla loro cultura e storia. Più avanti Magico Vento entrerà proprio nel periodo delle guerre indiane, quello di Custer e Little Big Horn.

Quindi la serie è ambientata nella Storia?
Sì, diciamo che è cominciata alla fine della costruzione della ferrovia, intorno al 1869/70, adesso stiamo trattando il 70/71, fra poco ci sarà il grande incendio di Chicago del 71 e, tenendo i tempi un po’ dilatati, arriveremo fra quattro o cinque anni proprio al periodo delle guerre indiane che comincia nel 1873.

È perciò prevista una chiusura della serie a lungo termine?
No, per carità! Solo il lavoro che ho per ora ipotizzato mi porterà via una decina danni. Non temo poi per il futuro dato che l’epopea West dura fino all’inizio del 1900.

Abbiamo parlato del futuro ma non ancora del passato: quando è iniziato Magico Vento e a cosa è legata la sua nascita?
Magico Vento è nato mentre stavo lavorando su un altro fumetto, una specie di horror grottesco comico intitolato Gordon Link. In quel periodo, appunto, ho cominciato a pensare a una serie western poiché, oltre ad apprezzare particolarmente il genere, lo ritengo un anello fondamentale nella mia carriera di narratore. Come nel cinema così nel fumetto, il western è il genere classico per eccellenza. Personalmente sono legato a certe serie degli anni Settanta come Blueberry, che affrontava il tema West con tematiche più vicine alla nostra generazione che era proprio di quel periodo. Era spesso presente il confronto con la rivoluzione, il discorso delle guerre di liberazione e insieme la capacità degli autori [Charlier e Moebius, N.d.R.] di fare dei personaggi che non fossero eroi stile John Wayne ma fossero corali. Il protagonista, in questo caso, non è sempre al centro dell’attenzione tanto che tutti i personaggi della storia acquistano una loro dignità. L’eroe, che arriva nei momenti decisivi ed è l’elemento di continuità della storia, non deve rubare la scena a nessuno. Questo modo di raccontare lo ritengo molto stimolante.

Credo che l’esempio migliore di tutto ciò sia lo stesso Poe che, a differenza di molti suoi colleghi, non cerca affatto di sdrammatizzare certe scene ma spesso, ne accresce addirittura la tensione.
Infatti, questa scelta è stata fatta di comune accordo insieme a Bonelli e Canzio che come me, si erano un po’ stufati della spalla macchietta, tanto più che per Magico Vento avevo bisogno di un partner a tutti gli effetti. Ned è infatti un personaggio piuttosto strano, uno sciamano con poteri particolari che contrappone momenti di pura azione ad altri di assoluta assenza; diciamo che è un personaggio molto ai limiti con il quale risulta molto difficile identificarsi. Ecco quindi fondamentale vicino a lui un compagno dalle caratteristiche moderne, con i piedi per terra, qualcuno che pensasse in termini razionali, socialmente interessato alle questioni anche dal punto di vista politico e quindi, un giornalista. _ un uomo dalle tante debolezze, fragile nel profondo ma che, suo malgrado, si ritrova ad essere un uomo d’azione. La differenza tra le armi da loro utilizzate aiuta a capire questa diversità (Ned usa una Colt Army 44 sei colpi mentre Poe una Remington Double Derringer due colpi a canne corte).

Insomma senza Poe, Magico Vento non sarebbe quello che conosciamo?
Esatto, sono vitali l’uno all’altro. Se Ned non avesse nessuno a dargli un maggior senso della realtà partirebbe per la tangente e diventerebbe pazzo in poco tempo, ossessionato com’è dal proprio passato e dagli incubi sul futuro.

Come mai la scelta di un personaggio famoso a cui assomigliare e come mai proprio Poe?
L’ho fatto per rendere chiaro dai disegni quale fosse il tema iniziale del fumetto. Magico Vento infatti somiglia a Daniel Day Lewis, protagonista de L’ultimo dei Mohicani ed ha anche qualcosa in comune con Blueberry: come quest’ultimo indossa, in alcuni episodi, una giacca militare sopra dei pantaloni indiani, così Ned porta un paio di pantaloni militari e una giacca indiana. Poe invece rappresenta l’Est, un certo tipo di cultura, il senso del gotico e del dramma che il vero Edgar Allan Poe, ha trasferito nella sua letteratura; oltretutto pochi sanno che anche il vero Poe era un giornalista. Mettendo vicino queste due figure ho accostato la frontiera e gli indiani alla narrativa dell’orrore che nasceva in quel periodo proprio intorno alla figura di E. A. Poe.

Cosa c’è di lei in Magico Vento?
Credo che di un autore ci sia molto in tutti i suoi personaggi, probabilmente mi rispecchio maggiormente in Ned e Poe perché il primo rappresenta il fascino, il mistero e il bisogno di avvicinare sempre culture diverse, mentre Poe è il desiderio di risolvere i problemi pur conoscendo i guai ai quali si va incontro. Sicuramente ho poco in comune con Hogan proprio perché rappresenta il nemico. Mi ritrovo molto nella mentalità indiana per quanto riguarda il concetto di paura, considerata come parte dell’esperienza di vita e non come qualcosa fine a se stessa.

Per quanto riguarda invece i disegnatori, quali saranno i nuovi autori che si uniranno all’ottimo staff già creato?
A Gennaio è uscita una storia di Roi e un altro disegnatore che arriverà fra poco e di cui siamo molto felici è Piccatto.
Quindi abbiamo una schiera di disegnatori che ha assicurato benissimo la continuità della serie. Infatti, oltre a Ortiz, Barbati e Ramella, col tempo si sono aggiunti Parlov, Sicomoro e Frisenda che riesce sempre a sorprendermi grazie alle ottime interpretazioni delle tavole.

Andrea Venturi disegnerà mai qualche albo?
Non lo so, per ora (a parte qualche storia su Tex) realizza solo le copertine perché, essendo un lavoro piuttosto difficile, gli porta via molto tempo: le copertine non sono solo la facciata della storia ma della Casa Editrice e quindi c’è sempre un grosso problema di confronto.

Affiderà mai ad altri le sceneggiature?
Era difficile trovare altri sceneggiatori per la complessità del personaggio, la continuità della serie, l’esigenza della documentazione storica e lo studio della mitologia; solo io avevo in testa dove andava a parare la serie e solo io potevo scriverla e farla. Credo, però, che da quest’anno avrò dei collaboratori altrimenti non ci potremo permettere speciali e iniziative collaterali che i lettori ci stanno chiedendo.

Oltretutto credo che scrivere una storia al mese sia abbastanza difficoltoso.
Non per me. Riesco a scrivere una storia in una ventina di giorni. Devo però calcolare che magari ci sono disegnatori che ci mettono un anno a terminarle e altri che ci impiegano tre mesi e io devo farli lavorare tutti. Mi ritrovo, come in questo periodo, a scrivere cinque o sei storie parallele. Il problema è che, nel momento in cui si crea un’emergenza e un disegnatore non riesce a terminare una storia, bisogna escogitare un altro numero per uscire in fretta e coprire il buco. Da solo rischierei di andare in tilt. Credo inoltre che un personaggio, dopo due o tre anni di vita, venga arricchito con storie scritte da mani differenti.

In questo modo vedremo presto i primi speciali?
No, non riusciamo ancora a metterli in programmazione. Oltretutto ritengo che lo speciale non possa essere un numero poco riuscito pubblicato poi fuori serie ma, anzi, deve contenere delle storie veramente speciali, più lunghe di quelle solitamente scritte e analizzate quindi da un’angolazione diversa. Ci sto già pensando, mi piacerebbe fare un Magicoventone che non sia un’antologia di storie ma un unico grande racconto. Attualmente però, la realizzazione è quasi impossibile: se impegno un disegnatore in una storia di trecento pagine lo impegno per un anno e quindi per tutto questo tempo lo tengo nascosto ai lettori, non ce lo possiamo ancora permettere.

Francesco Marelli