Il nome di Silver, al di là delle numerose collaborazioni editoriali, è principalmente legato alla figura di Lupo Alberto. Quanto ti pesa questo limite (se di limite si tratta), indipendentemente dall’indubbia fortuna che ti ha procurato?
Ritrovarsi legato a un’idea, a una creatura che lo vincola, che non gli consente di esprimersi anche in altre forme è un limite per chiunque. Però può essere anche un comodo alibi per non cimentarsi con altro e per adagiarsi, tutto sommato, in una routine che dà una certa serenità. E’ pur vero che mi ritrovo spesso a chiedermi cosa potrei fare se non fossi così legato a Lupo Alberto, ma le idee, buone o cattive, vengono subito archiviate. I vicoli ciechi sono lastricati di molti “se”. Mi piacerebbe avere più tempo per fare altre cose, questo sì, ma si tratta anche di progetti che non hanno niente a che vedere col fumetto, che spaziano in altri campi…

Quindi non vivi questo legame come un peso…
No. Ogni tanto mi lamento, ma è per atteggiamento. E poi un personaggio è un tramite; è uno strumento per poter spaziare in territori più svariati, a 360°. Il limite, semmai sia un limite, è dentro di noi, mai nella nostra opera o nel nostro lavoro.

Negli ultimi anni hai saputo formare un valido gruppo di sceneggiatori e disegnatori ai quali hai affidato quasi tutta la tua produzione fumettistica. Quanto c’è di tuo, oggi, nei tuoi personaggi e quanto, invece, questi hanno risentito dell’apporto creativo dei nuovi autori?
Ho voluto che fossero anche altri ad occuparsi di questo personaggio proprio perché potessero introdurre delle innovazioni attraverso la loro personalità. Lupo Alberto è come un abito, non è un pupazzetto di plastica da muovere come un automa. E’ una cosa che uno indossa, che cerca di adattarsi in modo che possa rendere nel modo migliore. Quindi è logico che chi lo scrive o lo disegna ci metta parecchio di sè. Che poi abbia formato un valido gruppo di autori, beh… mi piacerebbe che fosse così ma in realtà credo che sia merito del loro talento. Non mi riconosco molti meriti se non quello di aver dato a dei giovani la possibilità di disegnare Lupo Alberto, il personaggio attraverso il quale hanno potuto esprimere il loro talento.

Hai mai pensato di tirare fuori dal fantomatico “cassetto delle idee inevase” nuovi personaggi da lanciare sul mercato?
E’ talmente difficile lanciare dei personaggi sul mercato che, dopo parecchi anni dedicati al Lupo, non credo che mi restino né energia né entusiasmo né abbastanza anni per provarci con un altro. Credo che nella vita di un autore ci sia posto per un solo personaggio. Ce ne possono essere anche altri, ma saranno sempre minori. E’ quasi impossibile riuscire a bissare il successo di un certo personaggio. Non credo che né Sclavi potrà mai ripetere il successo di Dylan Dog né Pratt avrebbe mai potuto clonare il successo di Corto Maltese. Anche Will Eisner, che ha sicuramente realizzato lavori di grande successo, non ha mai saputo imporsi al grande pubblico più di quanto abbia fatto con Spirit.

Quindi non vedremo Silver alle prese con nuovi lavori, seppure alternativi?
Mah, che dire… ho in mente desideri astratti, per non dire ambiziosi, che non vale neanche la pena parlarne.
In linea di massima sono molto attratto dalla comunicazione televisiva, dalla fiction, da tutto quello che è televisione, cinema… Mi piacerebbe raccontare storie attraverso questi canali che sono, però, impervi e costosissimi. Fare fumetti è alla portata di tutti: un blocco di carta da disegno e il gioco è fatto! Fare cinema o televisione vuol dire trovare produttori facoltosi, accettare tremila compromessi, far valere le proprie idee per poi avventurarsi su sentieri che spesso portano a delle grosse delusioni.

Ad esempio, il cartone animato di Lupo Alberto per la RAI è frutto di un compromesso o è un prodotto tutto vostro?
Ci sono sempre compromessi quando si lavora ad una storia articolata. Se lavori da solo gli unici compromessi li fai con te stesso, ma in questo caso c’è una produzione che ha investito tanto danaro e, soprattutto, ci sono 300 persone che ci lavorano. Quindi in questo caso il compromesso qual’è? Quello di accettare e di riconoscere anche i meriti di altri. Nel caso specifico credo di aver accettato pochi compromessi se non quelli di affidare ad altri il disegno o la scrittura del mio personaggio.

E del risultato finale che ne pensi?
Graficamente nulla da dire. I personaggi, considerando che sono passati attraverso diverse mani, si sono mantenuti abbastanza simili a loro stessi. E’ anche ovvio che i personaggi a fumetti, una volta animati, perdono molte caratteristiche per acquisirne altre, trasformandosi quasi in tutt’altro. Non sono soddisfatto completamente, invece, della regia, del ritmo che è stato dato ai vari episodi. Io volevo rifarmi idealmente ai vecchi cartoni della Warner, ovviamente con tutti i limiti imposti dai costi. Volevo che lo spirito fosse quello, così come hanno fatto recentemente con gli Animaniacs. Qui, evidentemente, l’inesperienza ha minato tutto: devi pensare che è la prima volta che in Italia si è fatta una serie così importante… Rimane solo il rammarico che con gli stessi mezzi si poteva fare sicuramente di più.

Quali sono, secondo te, gli ingredienti principali necessari per realizzare un buon fumetto comico?
Prima di iniziare con i fumetti non ho mai ritenuto di essere un umorista; mi sentivo più portato per altri generi. Ho sempre ritenuto che il genere umoristico mi andasse un po’ stretto, oppure largo; che non mi si adattasse, insomma. Mi sono trovato, forse, a praticare questo tipo di fumetto più per pigrizia che per altro. Era, cioè, per me molto più difficile disegnare in uno stile realistico che in uno stile umoristico, essendo questi molto più essenziale nel tratto. Nel tempo, poi, mi sono accorto che le gag, le battute, le strisce fluivano quasi da sé. Quali siano poi gli ingredienti per un buon fumetto umoristico non saprei dirlo, anche se non escludo che ci voglia una buona dose di ironia innata coltivata, ovviamente, attraverso le letture, attraverso lo studio di tutto ciò che è umoristico. Ma, ora che ci penso, credo che l’ingrediente principale sia il buon gusto, perché basta pochissimo per fare di una buona battuta o di una storia divertente qualcosa di greve. Ci vuole una certa levità… come fa, ad esempio, Altan che è un maestro in questo. Per cui è proprio questione di gusto, di sensibilità.

Analizzando brevemente quello che è stato e quello che è oggi in Italia, cos’è successo al fumetto comico italiano negli ultimi trent’anni? Quali sono stati i principali errori che gli editori hanno commesso (ammesso che la colpa sia solo degli editori)?
Mah, io non credo che gli editori abbiano delle grandi colpe in questo. E’ più colpa di quelli che fanno le fanzine, secondo me, che hanno sempre avuto un occhio di particolare riguardo, influenzando anche un po’ il pubblico, verso il fumetto avventuroso. Prima con i grandi autori franco-belgi, poi con i super-eroi americani… Per fare un parallelo con la televisione fa più audience La Piovra con tutta la sua retorica di violenza che non una trasmissione più ironica, più umoristica, più leggera come può essere Avanzi. Per cui è sempre la grande rappresentazione drammatica che alla fine attira maggiormente il pubblico. L’umorismo qui in Italia, soprattutto, è sempre stato relegato al settore infantile. Se il fumetto è considerato un sottoprodotto culturale il fumetto umoristico non è altro che un sotto-sottoprodotto culturale. Le cose stanno così, per cui le accuse che prima muovevo alle fanzine era ironica, ma con un fondo di verità. Le fanzine che mi capita di vedere esaltano sempre più o meno i grandi personaggi di azione.

Si può dire, allora, che il numero 11 di Ink, interamente dedicato al fumetto comico, ci voleva!
Appunto…

Ma adesso in Italia stanno arrivando delle cose nuove, si stanno anche facendo delle cose nuove. I Simpson che arrivano dall’America o anche il Rat-Man di Ortolani cominciano ad insegnare un nuovo modo di ridere. Crede che sia questo il futuro del comico? Oppure si tornerà al rassicurante umorismo di Geppo e Nonna Abelarda?
No, io non credo assolutamente che quel genere di fumetti, come anche Cucciolo o Tiramolla, possano tornare.
Hanno assolto la loro funzione, che è stata importantissima: hanno fatto da balia a intere generazioni di bambini, fra cui anche me, in attesa che arrivasse la televisione. Per cui hanno assolto questa funzione di balia, come fa adesso la televisione con tanti programmini più o meno educational. Oggi c’è un pubblico che apprezza un certo genere di umorismo adulto, appunto i Simpson o Rat-Man, ma ritengo che sia sempre un pubblico molto mirato, un pubblico di nicchia. Non penso che si possa riprodurre in Italia un fenomeno umoristico capace di fare i grandi numeri come ha fatto, nel suo genere, Dylan Dog.

…per quanto l’idea geniale sia stata proprio quella di inserire l’umorismo di Groucho all’interno delle storie…
A me fa più paura Groucho che i mostri. Perché il vero mostro, secondo me, è proprio lui. E’ una specie di zombie ectoplasmatico… sembra il fantasma di Groucho: noi sappiamo che è morto ma lui invece è lì. Sembra un fantasma, come il Poe di Magico Vento. Certe battutacce, poi, sono veramente tremende! Capisco anche il dramma di Sclavi che deve raccoglierne a centinaia per metterle in bocca a Groucho. A me, comunque, Groucho più che ridere mi fa paura; lo trovo più mostruoso dei mostri veri…

Quindi qual’è la tua opinione sul fumetto comico italiano?
Il genere comico è forse quello maggiormente sofferente, anche perché quello realistico poggia sull’iceberg bonelliano, che contribuisce a mantenere una buona temperatura. Sul versante umoristico, invece, a parte la Disney, che però non può rappresentare il totale del genere umoristico, c’è molto poco in giro: alcuni grandi autori non sono più tra noi, come Magnus e Bonvi, e questo porta a depauperare il panorama. Il fumetto umoristico è ormai affidato a pochi autori, alcuni dei quali non più in verde età… Alan Ford è ormai più un ricordo che una realtà, senza volerne a Luciano Secchi… Sono rimasti alcuni grandi disegnatori, come Cavazzano e Altan, insomma il panorama non è desolante ma… quasi. Siamo ormai agli ultimi fuochi di quello che è stato questo blocco di fumetti umoristici, questo magma in edicola da Nonna Abelarda, Geppo, Braccio di Ferro dei quali non escono che poche raccolte… Può anche darsi che questo si a il preludio a una stagione nuova ma non credo che ci dobbiamo aspettare degli exploit di una certa entità. Si sta formando una forma di editoria casereccia, dove qualcuno cerca di editare in proprio, e ci sono dei personaggi che arrivano dall’estero, ma si tratta sempre di canali molto particolari, alternativi. Anche i Simpson (faccio gli scongiuri perché ne sono l’editore) ma fino a quando continuerà ad essere una felice novità? Adesso va molto bene, ma possiamo anche prevedere che con la fine della serie televisiva le vendite potrebbero calare… Si vendono tante magliette sulle bancarelle con i Simpson… Queste realizzazioni sono già i prodromi dell’esaurimento di un fenomeno. La popolarità di un personaggio si può certamente misurare con le magliette sulle bancarelle…

Interessante questo metro di valutazione…
Non è un segnale positivo quando si trovano le magliette sulle bancarelle. Già la bancarella non è un canale di vendita che esalti l’immagine di un personaggio. Poi il fatto che sia su una bancarella significa che chi produce queste magliette ritiene che questo si a un fenomeno da bruciare in poco tempo. E’ quello che succede con i dischi appena usciti, con la pirateria. Se un personaggio lo troviamo subito sulle bancarelle vuol dire che chi fa questi prodotti ritiene che sia una cosa da bruciare in fretta. Non è un segnale buono.

Quali personaggi del fumetto comico italiano del passato potrebbero, ancora oggi, essere pubblicati?
Io ho sempre ritenuto che uno dei personaggi più belli in assoluto sia Cattivik, e lo dico senza timore di passare per autocelebrativo visto che il personaggio è di Bonvi. E’ uno dei più bei personaggi in assoluto perché non risente delle mode, è essenziale, moderno, forse per questa sua forma ad uovo… A parte Cattivik sono molto legato a Coccobill, ma potrebbe disegnarlo solo Jacovitti. Poi c’era una bella striscia di Castelli che era Zio Boris: ritengo potrebbe essere molto valido ancora oggi. Un altro bel personaggio era anche Tiramolla, era un’idea sicuramente valida. Poi entriamo nel campo dei sentimenti, come con molti personaggi di Terenghi, ma sicuramente non riproponibili.

Quanto un buon personaggio promuove un interesse al merchandising (o quanto è vero il contrario)?
Diciamo che oggi un autore che si apprestasse a creare un personaggio umoristico dovrebbe, secondo me, prestare molta attenzione anche in modo cinico ai possibili sfruttamenti in questo settore. Quello che fanno poi anche le major americane: quando nasce un personaggio lo fa prevedendo tutti i possibili sfruttamenti, per non parlare delle serie televisive che nascono prima pensando al merchandising e poi alle storie legate ai personaggi. Ma queste sono valutazioni di tipo mercantile che non sono proprie dell’autore. Ritengo che l’autore sia ancora puro e onesto da non mettere avanti tutto alla propria sensibilità, alla propria creatività. Quello che è successo a me…. quando 25 anni fa nel momento in cui mi sono messo a fare questo personaggio non guardavo al diario, alla maglietta o a questo genere di prodotti ma guardavo ai miei maestri, come Jacovitti o Bonvi. Altrimenti avrei fatto un personaggio con meno spigoli, con meno punte che sono sempre cose che creano un sacco di problemi, facendo i peluche. Certo che oggi il merchandising penso che sia per l’autore di un personaggio a fumetti, umoristico in modo particolare, la sola possibilità di ricavare dal proprio lavoro la pagnotta, la sopravvivenza. Non è pensabile oggi poter vivere unicamente con un personaggio a fumetti. E’ possibile farlo se si riesce a costruire intorno a questo personaggio un interesse di mercato, per quanto ridotto. E’ questo l’unico mezzo per costruirsi una piattaforma di sopravvivenza.

Adesso qualche domanda flash. Gli altri animali della fattoria McKenzie hanno un colore più normale, più corrispondente alla realtà. Come mai il Lupo è azzurro?
Nelle mie intenzioni doveva avere il colore del lupo grigio, il lupo siberiano, per intenderci, che ha un colore grigio un po’ tendente all’azzurro. Grigio sembrava troppo in bianco e nero. Doveva quindi avere una certa percentuale di grigio e una certa percentuale di azzurro. Questa percentuale veniva sempre sbagliata: o me lo facevano grigio completamente o me lo facevano di un blu troppo abbagliante. Allora ho stabilito che dovesse essere un sessanta per cento di cyan e basta, senza miscele di colori. Una volta me l’hanno fatto anche bianco. Ricordo che uscì una copertina del Corriere dei Ragazzi col lupo marrone. Una volta mi fidavo ciecamente dei fotolitisti.

Vedremo mai i signori McKenzie?
Penso di no. Questo non l’ho deciso io ma è tradizione nel fumetto. Nel cartone animato anni ’50 o ’60, l’elemento umano è assolutamente assente: al massimo vediamo il polpaccio di qualche massaia. Sarebbe stridente con tutto il resto. L’unica volta è stato in occasione del catalogo di una mostra (Gulp, 100 anni di fumetti) in cui ci sono i personaggi della fattoria McKenzie che ricevono tutte quante le star dei fumetti, persone e non.

Alberto e Marta si sposeranno?
No, a meno che non si faccia un bel matrimonio di gruppo con Topolino e Minnie, Paperino e Paperina, e così via…

Un ricordo di Bonvi e uno sulla nascita di Lupo Alberto. E’ vero che Castelli ha dato il nome alla serie?
Io ero meno che ventenne e lavoravo nello studio di Bonvi, a Modena. Non ho mai nascosto il fatto che non amassi molto lo stile di questo autore perché ero già più proiettato verso la striscia americana, quella più essenziale, quella alla Johnny Hart per intenderci. Per cui scalpitavo, avevo voglia di fare una cosa mia, di togliermi da questo genere che, poi, ho imparato ad apprezzare. Volevo, però, dimostrare di poter fare qualcosa di mio… per cui in questo modo è nata, nel 1974, la striscia di Lupo Alberto. Allora già lavoravo da un paio di anni insieme a Bonvi. Ho fatto queste prime strisce che sono finite tra le mani del direttore del Corriere dei Ragazzi, che era Francesconi, e il titolo che io avevo dato era La fattoria dei MacKenzie, per non creare un protagonista ma una situazione corale in cui tutti erano protagonisti e tutti comparse. Tra queste striscie ce n’erano due o tre particolarmente divertenti dedicate al Lupo e Castelli, inopinatamente (allora era un redattore del Corriere dei Ragazzi), ha intitolato la striscia a Lupo Alberto. Voleva farlo diventare un protagonista, cosa che non avevo intenzione di fare. Su questa cosa ancora ridiamo, ma tutto sommato credo che lo sarebbe diventato: i personaggi diventano protagonisti nostro malgrado.

Per finire due parole sul Lupo Alberto di Cavazzano.
Io conosco Cavazzano dai miei esordi. Sono molto legato a lui, e anche ad altri coi quali sono cresciuto. A Cavazzano sono particolarmente legato innanzitutto perché è una persona squisita, e ce ne sono pochissime, poi perché è bravissimo, mi è sempre piaciuto il suo stile, infine abbiamo anche condiviso diversi premi. Lui, coi suoi modi molto eleganti, mi ha fatto pervenire la notizia che gli sarebbe piaciuto molto cimentarsi in una storia di Lupo Alberto, cosa che mi ha fatto molto piacere. Ovviamente non ho mai preteso che lui si rifacesse al mio stile. Ho voluto poi che ci fosse una sceneggiatura di livello adeguato allo stile di Cavazzano ed è stata scritta a due mani, Artibani e Faraci, due validi autori Disney. Il risultato lo avete già potuto apprezzare appieno sulle pagine del mensile dedicato al nostro Lupo.

Vincenzo Raucci