Mi sembrava doveroso, nell’ambito di questa nostra perlustrazione del mondo horror, intervistare uno dei pionieri del nuovo modo di terrorizzare coi fumetti: Carlo Peroni. Così, in un freddo pomeriggio invernale, perso tra le nebbie del varesotto, mi inoltro nella tenuta del maestro…

Com’è nata la rivista Psyco?
Alla fine degli anni Sessanta, dato il grosso successo di Horror, avevo suggerito all’Editrice Naka di fare una rivista parallela, abbastanza simile nei contenuti, nel formato e nel numero di pagine. Il progetto fu accettato e il titolo, Psycho, piacque subito, anche per il richiamo al film di Hitchcock. A questa rivista collaborarono anche molti autori già presenti sulle pagine di Horror, ma la cosa non dispiacque a nessuno dei due editori, poiché le riviste, in questo modo, presero a migliorare a vicenda.
In quel periodo tentammo numerosi esperimenti grafici e fumettistici. Non fu difficile, ad esempio, realizzare Van Helsing – detective del soprannaturale, poiché il personaggio creato da Castelli e Baratelli fu subito accettato e realizzato da me che ero il curatore del periodico. Poco dopo, però, Baratelli morì in un incidente e Castelli non se la sentì di proseguire il personaggio da solo. Ultimate le storie già scritte, quindi, lo sospendemmo. Van Helsing fu uno dei primi esempi di come il genere veristico si fonde con quello umoristico, creando un genere grottesco nel quale il personaggio di Castelli e Baratelli si muoveva alla perfezione.
Vennero, poi, fuori altri personaggi, quali Compy, realizzato insieme a Gomboli, Casimiro Vampiro Crumiro, personaggio comico tutto mio e Dpt. Computer. Quest’ultimo rappresentò un’innovazione: i fumetti erano realizzati senza baloon. Al loro posto inserimmo delle schede sulle quali erano riportate cronache, dati, notizie e perfino le pulsazioni cardiache dei vari personaggi. Attraverso questi dati si riusciva a capire cosa stava succedendo, ed erano storie di fantascienza strane, allucinanti.

Ma l’esperienza editoriale non è durata molto…
No, ma non per motivi economici. La decisione di chiudere la rivista fu presa dall’editore solo perché questa contrastava, come genere, con le altre pubblicazioni rivolte, invece, ad un pubblico molto più giovane. Diciamo che ha chiuso per un problema di immagine (dell’editore).

Raccontaci sia un’esperienza positiva sia una negativa legata a quel periodo.
La soddisfazione maggiore l’ho riportata realizzando proprio i fumetti horror, poiché ho ottenuto il duplice scopo di divertirmi e quello di poter raccontare fiabe agli adulti. Sì, perché credo che le storie horror non siano altro che fiabe per maggiorenni, ma con l’alibi di poter essere lette dai grandi senza timore di essere giudicati infantili. Mi sono inoltre sbizzarrito poiché sono molto attratto da temi quali il mistero e la magia. In età più giovanile ho anche fatto parte di un gruppo qualificato dove si facevano esperimenti di telepatia (eravamo in contatto con un altro gruppo di Parigi).
Per quanto riguarda l’esperienza negativa anche questa, in qualche modo, ha a che fare con il mistero e la magia. All’epoca, nel gruppo degli autori di Psycho, tali argomenti o si prendevano in maniera eccessivamente seriosa oppure ci si scherzava troppo, in modo oserei dire irriverente. Nella mia vita ho imparato che di certa magia (tipo quella nera) non bisogna ridere poiché può diventare molto pericolosa.

Cosa manca al fumetto horror contemporaneo rispetto a quello degli anni Settanta e cosa mancava a quest’ultimo confrontato con quello del presente?
Avevamo una spirito più goliardico, uno spirito che oggi manca. Le cose erano meno professionali ma ci si divertiva di più. Quando, ad esempio, collaboravo ad Horror capitava abbastanza spesso che, terminata e consegnata la storia effettiva mi sbizzarrivo a fare un seguito mio, non pubblicato, ma che mi divertiva moltissimo. C’era quindi un’indole diversa da oggi, più da buontemponi. Oggi conosco alcuni disegnatori che collaborano a Dylan Dog che si divertono sempre meno, ossessionati dalle date di consegna. Noi all’epoca non avevamo le date di consegna, l’importante era lavorare in maniera che ci si soddisfasse.
Al fumetto degli anni Settanta mancava, però, proprio quello che è oggi presente in eccesso nel nostro ambiente di lavoro, cioè la professionalità e la managerialità. Ricordo la prima volta che ci imbattemmo in alcune storie di Zio Tibia, edite nel formato pocket Mondadori. Fu grande la voglia di emulare tale stile narrativo e grafico che ci buttammo a capofitto in alcune storie horror, ma con scarsi risultati, poiché ci mancava il necessario background culturale. Oggi, invece, gli autori sono preparatissimi: ci sono sceneggiatori con la esse maiuscola. Guarda caso la esse maiuscola ce l’ha anche Sclavi, che ho conosciuto molto bene all’epoca del Corriere della Sera, dove ci siamo incontrati spesso. È un autore che stimo molto.

Come mai ti sei dedicato esclusivamente al disegno comico?
Col disegno comico mi sento più libero, ci sono meno censure, ci sono meno controlli da parte degli editori, mentre per il fumetto veristico tutto diventa più complicato; anche se devo dire, contrariamente a quello che sostengono certi colleghi che fanno il genere veristico, il comico impegna molto di più perché, per fare un esempio, nei giorni in cui non sei dell’umore ideale una storia veristica la puoi ugualmente realizzare, mentre un fumetto umoristico no.

Zio Boris era, a mio parere, una delle strip più comiche che si potessero leggere negli anni Settanta. Ma non solo. Credo che oggi non sfigurerebbe rispetto ad altre presenti sul mercato. Come mai nessuno pensa a una sua pubblicazione?
Bisognerebbe chiederlo a Castelli. Tempo fa io e Alfredo sciogliemmo la società che ci univa a causa delle idee grandiose che aveva su Zio Boris e che io non condividevo. Poco dopo, però, le pubblicazioni del personaggio terminarono e Castelli non intese più riprenderne le redini. Oggi, quando gli propongo un’eventuale riedizione del personaggio non ricevo mai risposte soddisfacenti. Ho il sospetto che Castelli si vergogni un po’ di Zio Boris (al contrario di Van Helsing, per cui va fiero). Per quanto riguarda una pubblicazione delle strisce di Zio Boris escluderei una sua ristampa a favore di una completa rivisitazione e attualizzazione.

Ti sei mai pentito di una scelta professionale, anche a distanza di anni?
Direi di no. Non mi sembra di aver sbagliato qualcosa. Questo perché ogni volta che pensavo di aver sbagliato, a distanza di anni ho scoperto che avevo invece fatto bene. Quindi, se adesso dicessi che ho sbagliato in qualcosa sicuramente fra due o tre anni dovrei ricredermi.

Aprendo idealmente il tuo “cassetto delle idee inevase” cosa troveremmo al suo interno?
Più che un cassetto è un baule, pieno di idee, appunti, schizzi, personaggi che devono ancora maturare, che devono ancora essere elaborati; per alcuni bisogna solo aspettare che arrivi il momento giusto per pubblicarli. Un personaggio, però, è già pronto per la sua uscita trionfale: si tratta di Mostradamus (una variazione mostruosa e grottesca di Nostradamus). È realizzato per illustrazioni con testo in didascalia, scritto a mano e in un italiano pseudo-antico. Il personaggio farà previsioni in rima, spaziando in tutti i campi: dallo sport alla politica, dalla sociologia all’attualità. Di tutto ciò si dovrebbe realizzare un libro interamente a colori, ma l’editore coraggioso ancora non l’ho trovato.

Quali sono, secondo te, gli ingredienti principali per un buon fumetto horror?
Lavorare, possibilmente, in un gruppo di almeno due persone. Non credo sia l’ideale essere da soli… bisogna caricarsi a vicenda. Poi queste persone dovrebbero tutte amare, ovviamente, il genere. Avere una certa cultura, ma non troppo, perché c’è il rischio anche di scopiazzare inconsapevolmente. Occorrerebbero, poi, degli sceneggiatori che amino il genere e che capiscano che chi deve disegnarlo non può essere un robot. Deve esserci, inoltre, un buon rapporto tra chi scrive e chi disegna, cosa che capita molto di rado… io so, per esempio, di tanti disegnatori che non conoscono lo sceneggiatore… questo per me è gravissimo. Gli autori dovrebbero sentirsi molto spesso, e magari andare anche a cena insieme. Solo da questa forma di complicità professionale possono nascere delle buone idee. Queste cose in Italia capitano molto di rado… io so che in Francia gli autori si incontrano molto spesso fra loro, mentre in Italia è successo fino all’epoca del Vittorioso (si parla degli anni ‘50 e ‘60 ). Avevamo creato un gruppo a Roma dove sceneggiatori e disegnatori, che abitavano tutti nella stessa zona, si incontravano praticamente quasi tutte le sere e ci si scambiava le proprie opinioni, si discuteva, ci si divertiva, si lanciavano delle proposte.

Guarda caso il periodo d’oro del Vittorioso è nato proprio in quel periodo. In quel gruppo c’erano De Luca, Jacovitti, Polese, Landolfi, Giovannini, e tanti altri. Se solo oggi si tornasse a fare qualcosa del genere…

Vincenzo Raucci