Abbiamo incontrato Ivo Milazzo nel suo studio in centro a Chiavari; uno stanzone, nel mezzo di uno splendido palazzo, traboccante di libri, disegni, poster e fumetti di ogni genere. Ci si è presentata l’occasione di conoscere una persona estremamente disponibile e ancora entusiasta del proprio lavoro: con il suo tratto essenziale continua a trasmetterci quelle emozioni che solo in pochi riescono a dare e che rendono le sue tavole dei piccoli capolavori, qualsiasi genere narrativo raccontino.

Ventotto anni di attività ed essere spesso ricordato solo per Ken Parker, ti da fastidio?
In realtà c’è anche chi, non avendo mai letto Ken Parker, non mi ricorda affatto! No, non mi dà fastidio, anzi, è il personaggio che ha segnato la mia carriera e il mio apprendimento. Come posso non esserne contento visto che dal 74 sono invecchiato insieme a lui?

Volendo, allora, analizzare meglio la tua lunga carriera, ci puoi raccontare dei primi, timidi approcci col mondo del fumetto?
Sono stati abbastanza deludenti, come per tutti quelli che affrontano questo mondo. Nonostante ai nostri tempi ci fossero ancora dei referenti editoriali (oggi sono ridotti quasi a zero) le delusioni erano comunque cocenti: a volte pensavi di non essere apprezzato per le tue capacità quando, in realtà, i primi lavori non erano davvero di livello professionale; altre volte, però, succedeva spesso che dall’altra parte della scrivania si trovassero persone senza la minima capacità di giudizio.

Come è avvenuto l’incontro con Giancarlo Berardi?
Berardi l’ho conosciuto alle superiori, facevamo tutti e due le magistrali, e siamo diventati amici prima che colleghi. Visto che lui, oltre a essere piuttosto intraprendente, amava scrivere e io adoravo disegnare, decidemmo, una volta finita la scuola, di provare qualcosa insieme. Abbiamo fatto gavetta insieme: anche quando lavoravamo separati, ci sentivamo spesso. Abbiamo collaborato fino a un paio di anni fa, poi, diciamo che ci siamo presi i nostri tempi di riflessione, di pausa o di ricerca personale; non significa certamente che un domani non si torni a lavorare insieme.

Cosa c’è stato prima di Ken?
Abbiamo iniziato facendo di tutto, ogni cosa poteva essere utile alla nostra crescita, separati o no. Le nostre prime pubblicazioni risalgono al 71 per la rivista Sorry e, oltre all’esperienza estera (Inghilterra, Stati Uniti e Francia), abbiamo prodotto fumetto comico presso lo studio BRC di Rapallo con Rebuffi, Chendi e Bottaro, dove abbiamo imparato a scandire il ritmo narrativo: il comico è, in effetti, sintesi narrativa.

Sappiamo che Ken Parker doveva inizialmente essere protagonista di una storia autoconclusiva della collana Rodeo, in realtà tu e Berardi stavate già pensando alla serie?
No, anzi, pensando a un fumetto nostro non volevamo fare il Western, credevamo che sul genere fosse già stato scritto tutto. Ci siamo invece resi conto che per poter lavorare dovevamo fare solo quello. Infatti qualsiasi prodotto fosse presentato a Bonelli, anche se disegnato e scritto magnificamente, ma di altro genere, non veniva preso in considerazione. Fummo rifiutati anche noi quando, nel 71 o 72, presentammo alla Bonelli dei racconti horror.
In quegli anni provammo spesso a entrare anche al Giornalino dove, però, trovavano sempre una scusa per sbatterci fuori. Proprio per loro realizzammo una storia Western di cui ora non ricordo nemmeno più il nome. Il solito buttafuori ci disse che il lavoro non era abbastanza impegnativo e noi lo portammo da Bonelli. Gli piacque subito proprio per il genere che trattava e ci commissionò una storia autoconclusiva per la collana Rodeo. Nel frattempo era uscito il film Corvo Rosso non avrai il mio scalpo; quando Giancarlo lo vide pensò di creare un personaggio che non fosse il classico pistolero, ma un cacciatore con un’arma da difesa. Arrivati a tre quarti della storia Bonelli ci disse di pensare alla seconda avventura; si presentò allora il problema di farlo diventare un personaggio, anche se non ci rendevamo perfettamente conto di cosa volesse dire fare una serie a fumetti. Ci si presentò, innanzi tutto, il problema di eliminare la barba: oltre a far sembrare Ken un sessantenne, sembra non stia molto simpatica al lettore medio di fumetti; per quello non c’è stato nessun problema, la seconda storia la conoscete, va dal barbiere, la taglia e ringiovanisce!

…e diventa uguale a Robert Redford!
Questo perché di documentazione ce nera molto poca… e anche molto cara. Le uniche cose che potevo guardare erano i fumetti esistenti, mi piacevano molto i pochi albi di Blueberry che riuscivo a reperire e alcuni Tex di Giovanni Ticci. Nel frattempo Giancarlo mi portò delle locandine cinematografiche per farmi vedere il volto di Robert Redford. Mi andò subito a genio perché, come attore, rappresentava l’uomo medio, l’uomo normale dell’800. L’ho poi personalizzato con l’andare del tempo.

Così nasce Jedediah Baker!
Esatto, all’inizio Giancarlo lo chiamò così; il tentativo era quello di cercare un nome che si differenziasse dagli altri. Ci rendemmo conto, però, che era impronunciabile. Ci furono allora vari tentativi finché Giancarlo pensò a un nome facile, e già impresso nella memoria del lettore medio, che era Parker (nota marca di penne). A me, invece, venne in mente Ken. Il problema principale era di cercare sempre un nome che si pronunciasse come si scriveva, in modo che chiunque potesse chiedere all’edicolante un prodotto facilmente riconoscibile.

Ritengo Ken Parker una delle cose più belle che abbia mai letto. Sarà merito delle storie, fantastiche, sarà merito dei disegni, soprattutto i tuoi ma anche quelli di altri grandi autori come Trevisan, ma credo che sia un personaggio che riesce a dare qualcosa in più. Giudizio comunque condiviso dalla maggior parte dei lettori di Ken. Come lo spieghi?
Parlo per quello che c’è, o c’è stato, tra me e Giancarlo: penso che questo sia dovuto sempre ad una simbiosi che a volte crea una magia tra due persone che lavorano allo stesso prodotto. Esiste questa magia ed è una magia irripetibile, nel senso che queste due persone riescono ad integrarsi e completarsi creando un prodotto che magari separati, non riescono a ripetere.

Un po’ come è stato per la musica tra Mogol e Battisti.
Certo, Mogol è un bravo autore di canzoni come lo era Battisti, ma le loro canzoni insieme erano perfette, non potevi pensarle con una parola diversa né con una nota diversa, quella è la magia.

Nel mondo dei fumetti sei considerato fra i migliori disegnatori per caratterizzazione ed espressività dei personaggi, siano essi umani o animali, da dove deriva questa abilità? Ovvero chi sono stati i tuoi maestri? Da chi hai copiato?
Io ho guardato tutti quelli che potevano insegnarmi a crescere, quindi tutti quelli che lavoravano prima di me; la particolarità di saper far recitare è una mia prerogativa che non so dirti da cosa derivi, forse è innata; adoro far vivere i personaggi, non riesco a fare delle figure, magari bellissime, che però non esprimono sentimenti. Per me fumetto significa raccontare delle storie e trasmettere sensazioni. Se un disegnatore non è in grado di farlo credo abbia sbagliato mestiere. Perciò non mi interessa la pagina bella, fine a se stessa, ma quella che arriva all’animo del lettore, sia per merito di un testo valido, sia di immagini che riflettono quello che il testo dice… e anche quello che il testo alle volte non dice.

Non c’è stato, quindi, nessun autore in particolare che ti ha illuminato?
Forse l’amore per il nero mi è stato suggerito da Tacconi. Mi è sempre interessato il suo gioco di luci ed ombre che riesce a trasmettere grandi atmosfere e sensazioni. Per questo ho sempre pensato in bianco e nero le mie storie, affinando e migliorando questa tecnica nel tempo.

Cosa ne pensi del fumetto western italiano, adesso?
Perché, c’è fumetto western italiano?

Sono rimasti Tex e Magico Vento.
Ti ho fatto questa domanda ironica perché in effetti il fumetto western sta scomparendo; oltretutto Magico Vento lo sto facendo anch’io. Il Western è un ambiente, secondo me, irripetibile, qualcosa di affascinante che riesce a dare delle sensazioni uniche, è l’avventura allo stato puro.

C’è un futuro per il Western a fumetti?
Non credo che un genere possa scomparire mai. E’ innegabile, comunque, che esistono momenti di stasi in cui il mercato cambia e si evolve.

Hai fatto un Tex bellissimo, nonostante Tex sia sempre stato caratterizzato da un tratto diverso, continuerai a disegnarlo? …o magari hai nuovi progetti in ballo?
Non credo di proseguire il mio lavoro con Tex anche se non sono abituato a mettere delle preclusioni in quello che potrò fare. Tex è un personaggio che ha accompagnato tutta la mia infanzia ed è stata, quindi, una sfida affrontarlo: la sensibilità di oggi non è la sensibilità di un ragazzino che legge l’avventura e sogna. Oggi ti devi scontrare con una realtà narrativa personale, con un tuo stile. Per quanto riguarda i progetti… ne ho parecchi, cominciando da Magico Vento. Per questo devo ringraziare Manfredi che mi ha assecondato: gli ho chiesto delle storie che rispecchiassero principalmente l’ambiente western, evitando i mostri: lui è stato gentilissimo e mi ha accontentato. Ho in mente anche tanti altri progetti tra cui una storia completamente mia. Devo dire che la sto portando avanti con molta fatica visto che non ho mai avuto l’opportunità di scrivere. Prima dora, infatti, essendo stato viziato dal fatto di avere uno sceneggiatore come Giancarlo, mio alter ego come, probabilmente, io per lui, non mi sono mai sentito stimolato a scrivere qualcosa in prima persona. Oggi, forse, ho voluto intraprendere una nuova sfida con me stesso.

Cosa ci puoi dire di più di questa tua storia?
È una storia moderna ma che si svolge negli Stati Uniti in un ambiente ottocentesco. Nella stessa zona in cui si è svolto Tì con Deroga di Pratt: cioè Ti con Deroga è una cittadina nel territorio dove si muovono i miei personaggi.

Da chi verrà pubblicata?
Non lo so, in Italia ho già più di un’offerta, ma forse la più interessante arriva da Lizard; a Bonelli non l’ho proposta perché io non credo possa diventare una serie. Sarà un albo alla francese.

Come si chiamerà?
Avrà un nome… che non sarà il suo.

Un’ultima domanda: quanto è lontano il ritorno di Ken Parker?
Meno lontano, forse, di quello che potete pensare.

…una frase che lascia parecchie speranze!

Tino Adamo, Francesco Marelli e Vincenzo Raucci