Seduti ad un tavolino di McDonald’s ci chiediamo come potremo condensare la carriera di Gino D’Antonio in sole quattro pagine di intervista. Insomma: D’Antonio è uno dei mostri sacri del fumetto italiano… sceneggiatore e disegnatore, è stato uno dei primi a coniugare la serialità del fumetto popolare con la qualità e l’accuratezza del fumetto d’autore. Certo: il suo nome è legato essenzialmente ad ambientazioni western e belliche, ma oltre ad aver creato la leggendaria Storia del West ha anche collaborato a lungo con la casa editrice inglese Fleetway, ha disegnato per Il Vittorioso, è stato responsabile del settore fumetti del Giornalino da più di 10 anni, scrive per Nick Raider… Come facciamo? Beh, mettiamo giù le patatine e saliamo in macchina che è tardi; quando arriviamo da lui, sempre che troviamo la strada giusta, facciamo tutte le domande che ci vengono in mente, ai miracoli editoriali ci penseremo in seguito.

Nella sua carriera ha fatto cose molto diverse, che oggi verrebbero riconosciute come fumetto d’autore. Però è considerato un autore di fumetto popolare. Non le dà fastidio?
No. Anzi: mi dà più soddisfazione. Non che non voglia essere considerato un autore, ma non considero il campo dei fumetti un campo artistico. È una produzione di cose, letteratura di intrattenimento, e questo è il lato che mi interessa di più. Non sottovaluto affatto il fatto di essere considerato un autore popolare, diciamo popolare di qualità.

Che differenze ci sono tra l’ambiente del primo dopoguerra, quando lei ha iniziato, e quello di oggi?
Appena usciti dalla guerra c’era un’aria di ottimismo, di voler fare delle cose, di aspettarsi che il futuro consentisse di fare delle cose, dopo tutto quello che avevamo appena passato. Non solo nel campo dei fumetti: un po’ dappertutto. C’era questa spinta a guardare al futuro che adesso non mi sembra ci sia. Quando io avevo vent’anni ci si vedeva più spesso con altri disegnatori, o fra disegnatori e scrittori, e si facevano discussioni, chiacchierate… Adesso mi pare che tutti quanti considerino il lavoro solo un lavoro. Quelli che io conoscevo erano più ansiosi di fare il lavoro per il lavoro, indipendentemente dai soldi. Gli piaceva farlo, cercavano di farlo al meglio. I soldi erano importanti ma avevano una posizione secondaria. Magari eravamo anche un po’ stupidi, se vogliamo dire le cose come stanno…

Nella sua carriera ha alternato il lavoro di disegnatore a quello di sceneggiatore, oltre che di autore completo. Come mai questo slalom?
Mario Oriali, che in seguito è stato direttore del Corriere dei Ragazzi e di Amica, aveva messo in piedi una piccola casa editrice. Eravamo entrambi giovani, ma lui scriveva dei testi folli, allora io, memore di tutte le mie letture, iniziai a scrivere anche i testi. Creai il personaggio di un cacciatore bianco in Africa, Jess Dakota, solo che dopo un anno Oriali ha chiuso. Quando disegnavo per il Vittorioso mi avevano mandato una storia inaccettabile, e io, con l’incoscienza della gioventù e un po’ di supponenza, l’ho riscritta in un altro modo. Alla fine loro non si sono lamentati e hanno stampato la storia come gliel’avevo data. Non ho fatto altre sceneggiature fino a che ho iniziato La Storia del West. Io e Calegari dovevamo fare insieme anche il testo, ma me la cavavo meglio io e allora ho scritto io tutti i testi. Negli ultimi anni ho fatto tutte e due le cose, scrivendo anche per altri. Ho scritto per la collana Un uomo, un’avventura, ho scritto per Bonelli, anche su Orient Express… Adesso scrivo di più innanzitutto perché gli sceneggiatori sono una merce rara, mentre di disegnatori ce ne sono molti e bravi, poi sono meno produttivo come disegno. Scrivere testi è meno faticoso, richiede meno applicazione.

Ma si diverte a scrivere i testi o è solo una questione di tempi?
Mi divertivo con tutte e due le cose, adesso coi testi è proprio una cosa di necessità. Ne farei anche a meno, solo che c’è gente che conosco che ha bisogno di testi, come Toppi, Tacconi, Polese… C’è bisogno di farli e io li faccio. In effetti ho sempre avuto una certa richiesta, ma questo anche nei disegni.

Ma allora come mai ha scelto di fare Nick Raider al posto di Tex o qualche altro western?
In realtà dovrei scrivere un Maxi Tex… Comunque Nick Raider ho iniziato a scriverlo quando ero ancora al Giornalino, perché è una serie un po’ a corto di disegnatori e di sceneggiatori. Altre serie di Bonelli non mi piacerebbe molto scriverle. Ho fatto una prova per Magico Vento ma non è sono uno scrittore di cose di fantasia, sono più uno che scrive storie realistiche, magari con qualche punta di fantastico dentro, però non come Dylan Dog o Magico Vento. Avrei anche dei progetti miei, una serie da proporre a Bonelli, ma l’ho solo pensata. Non è western, comunque.

Allora dopo Bella e Bronco, a parte questo Maxi Tex, il Western non l’ha più preso in considerazione?
Il fatto è che la produzione di Western si è praticamente ridotta a zero. Quello di Magico Vento non è il vero West, è un misto di fantastico e di West… In realtà ho scritto una serie di 4-5 racconti Western, Gente di Frontiera, per Il Giornalino, in cui mettevo in evidenza la gente normale nel West: non tutti erano pistoleri o indiani, c’era anche il fabbro, la casalinga, il maestro, il giudice… C’era un’infinità di persone che faceva dei normali mestieri e che di solito è ridotta al ruolo di comparsa durante i duelli, quelli che corrono a nascondersi dietro i barili… Non li si fa mai vivere come personaggi principali. In quelle storie invece si esaminavano degli aspetti per dare un’idea del western normale, di com’era veramente.

A questo proposito: qual è l’importanza dell’accuratezza storica all’interno di una storia ambientata nel passato?
È importante se scrivi una cosa come I Protagonisti di Albertarelli, che era una biografia molto fedele di questi personaggi. Ma questo non era il mio modo di fare fumetti, la mia Storia del West era un misto. Certo, non ho fatto morire Custer di varicella, ma ho ritenuto di prendermi qualche licenza. In una storia di fantasia ritengo di potermelo permettere, entro certi limiti. Ritenevo di dover alleggerire le cose, per non mettere sempre il lettore davanti ad un fatto storico, per non obbligarlo a stare sempre in mezzo alla Storia, che per quanto romanzata è sempre Storia… Allora introducevo delle avventure un po’ diverse. All’epoca i fumetti western… non lo dico per cattiveria, però erano un po’ approssimativi. Quelli che li facevano la prendevano alla leggera: bastava che ci fossero delle sparatorie, che avessero un cappello a falde, che avesse un cavallo al posto della bicicletta… quello per loro era il West. Noi invece volevamo mettere un po’ d’ordine… L’abbiamo fatto anche con la seconda guerra mondiale.

Nella SdW com’è nata la decisione di far morire il patriarca dopo soli 3 numeri?
C’era Alamo di mezzo: si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato! Al principio andavamo anche un po’ più di corsa perché la storia era stata progettata per un settimanale le cui storie proseguivano da un numero all’altro. Volevamo fare un contenitore che affiancasse fumetti a testi scritti. Alla fine abbiamo risolto usando la seconda e la quarta di copertina per dare delle notizie ulteriori, anche se nella ristampa Bonelli ha deciso mettere la pubblicità. Anche la storia di Alamo è stata abbastanza breve: la battaglia non si vede neanche. È anche per questo che ho scritto delle aggiunte nei primi 3 numeri, che nella ristampa sono diventati 5.

Quando avete cominciato a lavorare sulla SdW stavate collaborando con la Fleetway tramite l’ufficio di Rinaldo Dami. Com’è stata l’esperienza Inglese?
Il pregio maggiore era la varietà del lavoro: ho disegnato un po’ di tutto, dalle storie di guerra ad un giornale per le scuole. Avevo illustrato dei libri classici tipo Quo Vadis, 20.000 leghe sotto i mari, Le due città di Dickens, l’Odissea… Erano lavori a colori, cosa che non ho mai fatto molto… allora usavo una tecnica un po’ personale: c’era un lavoro di penna e poi del colore dato sul lavoro di penna, sulla parte dritta del disegno, anche con sfumature. Erano divertenti, e poi erano anche pagati abbastanza bene in confronto al mercato italiano.

E le tavole per l’Inghilterra gliele hanno rese?
Purtroppo no, non ho idea di dove siano finite quelle tavole. D’altra parte erano ancora i tempi in cui non ti restituivano gli originali nemmeno gli editori in Italia… Non riuscivo ad avere neanche le copie stampate, dovevo andare a rubarle nell’ufficio di Dami! Lui teneva tutte le copie che gli arrivavano dall’Inghilterra chiuse in un armadio e io ogni tanto andavo là, aprivo l’armadio, le prendevo e scappavo via…

Dopo la SdW è rimasto nello stesso ambiente con Bella e Bronco, che però non ha avuto lo stesso successo. Secondo lei perché non è piaciuto al pubblico?
È sempre difficile capire perché una cosa va e un’altra no. In quel momento il Western stava tramontando, poi le caratteristiche della serie erano particolari. Un volta il pubblico era composto da ragazzi, mentre ora è formato da adulti. Forse i ragazzi di 15-16 anni non accettano che si scherzi sul West, probabilmente si immedesimano troppo e tendono a ritenere il west come un’ambientazione sacra… Bella e Bronco era una serie scherzosa per cui il pubblico non l’ha apprezzata. Sarebbe bello poter progettare una cosa sapendo per certo che avrà successo, ma ovviamente non è mai stato possibile.

Però il Western sembra sempre sul viale del tramonto ma in fondo non muore mai. Come mai, secondo lei, il pubblico continua a rimanere interessato al West?
Credo sia perché il West è stato un periodo unico: pieno di avvenimenti, di cose, di costumi… Il Medioevo, ad esempio, non è certo un’ambientazione variegata come il West. Nel West ci sono cose diversissime tra loro anche solo a seconda del luogo in cui si svolgevano gli avvenimenti. Pensiamo agli indiani che vivevano sulle coste del Pacifico e gli Apache: non c’è nessuna parentela… Ma oggi il pubblico sembra interessato a tutti questi personaggi giapponesi… tutti uguali, tutti con la stessa faccia… No, francamente credo che il Western sia morto. Per consolarmi vado a vedermi per la venticinquesima volta Ombre rosse…

A proposito: John Ford o Sergio Leone?
John Ford, naturalmente! Ombre Rosse, il suo film più famoso, è sempre lì, non è invecchiato, ed è del 1939! Sergio Leone… per alcuni aspetti è stato bravo, però è stato molto caricato. Nei suoi film il protagonista ammazza 40 persone nei primi dieci minuti, un duello dura un’ora e mezza perché devi far tremare il ditino, storcere la bocca… Purtroppo questo ha influito anche sui fumetti, perché adesso uno che vuol bere un bicchiere d’acqua ci mette 3 tavole! A me non piace come modo di raccontare, allungare il brodo fino all’esasperazione: a me piacciono i racconti un po’ stringati, mi diverto di più a leggerli. Un fumetto che annoia non lo concepisco proprio, secondo me il fumetto non è un’opera d’arte. Se vale, deve essere un prodotto commerciale, che si vende: deve essere una lettura di intrattenimento.

Visto che stiamo parlando di cinema: lei ha mai pensato di scrivere un film?
Ero entrato in contatto con un produttore che mi aveva chiesto di scrivergli la storia di una suora, ma non ha avuto seguito. Solo che a me era venuta voglia, così gli ho mandato del materiale per una serie di telefilm su Bella e Bronco. Lui è andato in giro a sentire un po’ ma non se n’è fatto nulla. Peccato perché mi sarei divertito… Avevo pensato a Nancy Brilli per il ruolo di Bella, era perfetta… Per Bronco avremmo avuto qualche problema in più…

Tornando invece a Bella e Bronco a fumetti, il lavoro redazionale era diverso da quello che era stato per la SdW?
Non molto. Non c’era questo atteggiamento dittatoriale da parte degli autori… Io poi ho sempre fatto il disegnatore e so la fatica che ci vuole: non si può rompergli le scatole più di tanto, perché uno se fa questo lavoro lo fa perché gli piace. Al disegnatore devi lasciare una scelta, se è bravo; al massimo ti rompo le redini se non sei bravo! Noi siamo stati una via di mezzo tra ciò che si faceva all’epoca e come si lavora oggi. Oggi c’è più progettazione, l’editore interviene di più: questo si può fare, quello non si può fare… Allora si andava più a ruota libera. C’erano dei soggettisti che scrivevano “da pag. 12 a pag. 17 pestaggi a volontà”, non ci si preoccupava, come si fa adesso, di dare una certa sequenza. Adesso sono anche diventati troppo rigidi, forse un po’ per paura: ogni tanto c’è qualcuno che denuncia Bonelli, come è successo recentemente per il Tex che beve whisky o fuma!

Le è mai venuta voglia di visitare i luoghi che ha raccontato nei suoi fumetti?
Negli Stati Uniti avrei potuto anche andarci, solo che non ho mai avuto voglia di fare dei viaggi troppo lunghi. Però sono andato in Normandia a vedere tutte le spiagge dello sbarco perché ne avevo parlato, ne avevo letto… Però non è un’esigenza che ho, d’altra parte lo sanno tutti che Salgari non si è mai mosso da casa sua…

Già… Stiamo tutti a casa nostra, a rileggerci i fumetti di Gino D’Antonio!

Tino Adamo, Alberto Cassani e Francesco Marelli