Durante l’ultima riunione di redazione il nostro direttore ci ha fatto notare che non è possibile dedicare un numero di Ink al genere western senza soffermarsi su Tex Willer e Compagni. Dal momento che sul personaggio a fumetti più amato dagli italiani si pubblicano una media di quattro volumi critici all’anno (senza contare i saggi brevi e gli articoli…), direi che è il caso di affrontare l’argomento da un’angolazione alternativa, spendendo due parole su uno dei momenti più controversi nella cinquantennale saga dell’eroe bonelliano per eccellenza: mi riferisco alla sua, alquanto discutibile, trasposizione cinematografica in “Tex e il Signore degli Abissi”, diretto da Duccio Tessari nel 1985. Per tutti coloro che non lo avessero visto e per i lettori più giovani è doverosa una premessa: non si sono persi molto! La pellicola in questione è obiettivamente mediocre e, se non del tutto disconosciuta, ha comunque creato notevole imbarazzo e qualche rimpianto alla famiglia Bonelli. Vista la scarsità di passaggi televisivi e la difficile reperibilità sul mercato home video, è opportuno ricordarne la trama: sulle tracce di una banda di trafficanti darmi capeggiata dal perfido El Dorado, Tex, Carson e Tiger Jack, assistono impotenti all’eliminazione fisica di complici e testimoni per mezzo di micidiali dardi avvelenati che mummificano e pietrificano all’istante le povere vittime.

La consulenza scientifica di El Morisco permette ai nostri di far luce su di una pericolosa setta di adoratori del dio azteco Xiuhtecutli che, capeggiata dal malvagio sacerdote Kanas e servendosi della misteriosa sostanza mummificante, intendono provocare una sanguinosa rivolta delle tribù di confine contro le autorità messicane e gli infedeli statunitensi. Dopo varie peripezie, e non senza difficoltà, i nostri eroi manderanno all’aria il folle piano di Kanas battendosi, addirittura, con l’infernale Signore degli Abissi, un orrendo incappucciato che estrae la diabolica polvere dall’affiorato vulcanico nelle viscere del tempio azteco.

Nonostante sia tratta da un famoso soggetto di Gianluigi Bonelli (Tex n. 101, 102 e 103, splendidamente disegnati da Guglielmo Letteri), la storia non avvince e, vuoi per lo stile filmico di Tessari (a metà tra lo spaghetti western e lo sceneggiato televisivo), vuoi per una certa pochezza di mezzi nella realizzazione (ambientazioni assai dubbie ed effetti speciali da horror movie di serie B), finisce coll’assomigliare a certi improbabili western di produzione tedesca o, nella migliore delle ipotesi, alle pellicole mitologiche che resero famosa la cinematografia italiana nei primi anni sessanta. A ciò si deve aggiungere l’infelice scelta degli attori: passi Flavio Bucci nei panni del terribile Kanas, e l’allora sconosciuto Carlo Mucari in quelli di Tiger Jack, ma per la miseria! che centra Isabel Russinova con le regine azteche! Che dire poi di un Giuliano Gemma, legnoso e non in parte, alle prese con quell’irresistibile mix di connotazioni di genere che fa dell’immagine grafica del nostro Tex qualcosa di unico ed irripetibile…?!

Non serve che lo si giustifichi tirando in ballo il difficile raffronto con i tratti somatici di Gary Cooper, attore feticcio nella visualizzazione di Tex voluta da Aurelio Galleppini, piuttosto che con il volto di Charlton Heston nei disegni di Claudio Villa e degli autori attuali; semplicemente Giuliano Gemma non è adatto al ruolo e, nonostante le sue indubbie capacità atletiche, non suscita alcuna immedesimazione con il nostro eroe, sfiorando qua e là addirittura l’antipatia.

Sensazione che viene rafforzata dal divario linguistico che esiste tra il fumetto ed il film: nessuna delle tipiche espressioni con cui Tex strizza l’occhio al lettore (dal vecchio satanasso, al tizzone d’inferno, e così via), ricorre nei dialoghi e, alla fine, soltanto il Kit Carson, interpretato da quella vecchia gloria del cinema western italiano che è William Berger, ci ricorda che quelli che stiamo vedendo sono gli stessi personaggi del nostro fumetto preferito.

Sia chiaro che certe sviste registiche rilevate (morti che sbatton le ciglia, acquari ottocenteschi illuminati da luci al neon, pesantissimi massi che rimbalzano al suolo, e altro ancora) non sono che peccati veniali se rapportati al grave torto perpetrato a noi lettori che, ancora oggi, non afferriamo il senso di tutta questa operazione. Ma come…?! dopo più di trentacinque anni di onorata carriera fumettistica, Tex e compagni approdano finalmente al grande schermo in una produzione RAI italiana (che prevede addirittura la realizzazione di un serial a puntate) e, alla fine con un incredibile pressappochismo, viene distribuito nelle sale cinematografiche un pasticciaccio simile lasciando noi lettori costernati e defraudati di un sogno?!

E’ probabile che Bonelli padre e figlio non abbiano avuto molta voce in capitolo durante la realizzazione di questo “Tex e il Signore degli Abissi” e, volentieri perdoniamo la comparsata di Gianluigi Bonelli nei panni del vecchio indiano narratore, visto che nessuno gli rende merito per essere stato il primo autore ad introdurre le tematiche relative allo sfruttamento e all’oppressione degli indiani d’America da parte della civiltà occidentale sposandone la causa con il suo Aquila della Notte… ma, se vogliamo essere d’accordo con Decio Canzio, direttore editoriale della Bonelli Editrice, che, in una recente intervista sostiene che il film su Tex forse non è poi così brutto e che, col passare degli anni, verrà rivalutato, allora accidenti! qualcuno mi deve spiegare perché tutti i tentativi di trasporre un personaggio del fumetto italiano in versione cinematografica siano poi finiti in maniera così mediocre, quando non del tutto naufragati!… (e si badi che il dylandoghiano “Dellamorte Dellamore” di Michele Soavi, pur considerato un gradino più su, non fa eccezione alla regola…).

Non sarà piuttosto che ancora oggi, negli anni del multimediale, l’industria cinematografica italiana e certa intellettualità a la page si ostinino a considerare il fumetto e il suo ambito come roba per ragazzini o, nella migliore delle ipotesi, come un curioso fenomeno di sottocultura di massa?! Meditate gente, meditate… e leggete più albi (a fumetti, naturalmente!).

Gianpaolo Saccomano