Siete passati in edicola, di recente? Se l’avete fatto vi sarà forse capitato di notare una serie di volumi a fumetti che porta lo stesso titolo di questo articolo. Bene, state tranquilli: queste due paginette non trattano la serie di Luigi Meratti ma quella, molto più meritevole, di Rino Albertarelli. Spenderò solo altre due parole riguardo al prodotto della Hobby & Work: stateci lontani!

“I Protagonisti”, quelli veri, sono una serie di volumi di 106 pagine in formato gigante che Albertarelli produsse per la DAIM Press a partire dal 1973. Purtroppo Albertarelli morì nel Settembre del 1974, quando solo il primo di questi volumi aveva raggiunto il pubblico. L’editore Sergio Bonelli decise di far terminare il decimo volume, di cui Albertarelli aveva completato solo le prime 42 tavole, da Sergio Toppi e di chiudere lì la serie, con un comportamento che forse oggi non replicherebbe.

Albertarelli è considerato l’inventore del western fumettistico italiano, grazie ad un Kit Carson di ben altro spessore che non il “pard” (contrazione della pronuncia americana di partner) di Tex Willer, l’eroe più improbabile della storia del fumetto italiano. Il suo ritorno al western, proprio con la serie di cui sopra, rappresentava anche il suo ritorno al fumetto dopo trent’anni di esilio volontario.

La serie in questione non è solamente una serie a fumetti, ma la si potrebbe tranquillamente considerare un’opera di divulgazione, paragonabile in questo alla serie di volumi curati da Enzo Biagi sulla “Storia d’Italia a Fumetti”. Per dare una visione completa di quel periodo Albertarelli ha deciso di narrare le storie non solo di alcune delle personalità più importanti della conquista del west, tipo Custer o Geronimo, ma anche di personaggi a prima vista minori come Herman Lehmann o Bill Doolin. Tutti i volumi, poi, sono corredati da bibliografie e schede introduttive e conclusive che aiutano a contestualizzare e comprendere la storia narrata. A dir la verità in alcuni casi le schede hanno poco a che vedere con il soggetto del volume, tipo il (peraltro bellissimo) saggio sulla lotta tra indiani e cowboy che si trova alla fine del volume su Frank Canton, che coi pellerossa ha avuto ben poco a che fare. Ma la completezza di questi mini-saggi è veramente incredibile, roba che giornalisti tipo Alessandro Cecchi-Paone si sognano di notte. È davvero grandioso, ad esempio, il “piccolo manuale del perfetto pistolero” che fa da corollario al volume su Wild Bill Hickok: si imparano diversi trucchi, e vien quasi voglia di provare a metterli in pratica. Diamine, leggendo questa serie si impara persino a dar la caccia ai castori! Se provate a confrontare il volume di Albertarelli su Toro Seduto con quello di Meratti su Nuvola Rossa, volumi che raccontano molti episodi in comune, la differenza tra le due serie risulterà più che evidente: il primo, che non a caso era uno dei massimi esperti di storia del west in Italia, ha studiato a fondo i fatti e ce li spiega tramite testi, disegni e apparato critico, l’altro i fatti li espone e basta, e non ci è dato neanche sapere su quali testi si sia documentato.

Albertarelli, da buon europeo, è spesso critico nei confronti dei bianchi statunitensi. Alle volte la cosa può sembrare un po’ eccessiva, certo però che se le cose al Museo Nazionale di Little Big Horn sono ancora come ce le ha raccontate nell’introduzione al volume su Toro Seduto bisognerebbe andare là a prendere a calci le guide! Sarebbe davvero uno scandalo, infatti, se le guide si riferissero a Toro Seduto e a Cavallo Pazzo come a dei selvaggi, o se dicessero che Toro Seduto se ne stava ben lontano dalla prima linea perché era un pusillanime. Ma in fondo se gli americani hanno fatto passare gli assediati di Fort Alamo per degli eroi, sarebbero anche in grado di convincerci che lo erano pure i soldati del 7° cavalleria… D’altronde il western è un’epoca mitica nella storia degli Stati Uniti, e spesso è difficile dividere realtà e leggenda. Il volume su Wyatt Earp ne è il perfetto esempio: se guardate i film sulla vita di questo eroe del west (tipo “Sfida Infernale” con Henry Fonda o “Sfida all’OK Corral” di John Sturges), vi troverete sempre davanti ad un uomo integerrimo, coraggiosissimo ed infallibile. In realtà, come si riesce faticosamente ad intuire anche guardando il noioso “Wyatt Earp” di Lawrence Kasdan, per rimanere in tema cinematografico, Wyatt era un uomo presuntuoso, megalomane e millantatore, che amava il gioco d’azzardo più di quanto non lo ami Emilio Fede e che non esitava a mettere i piedi in testa ai propri fratelli per soddisfare la propria vanagloria. Nel raccontarci la sua storia Albertarelli non parte dall’assunto che un punto di vista sia quello veritiero e gli altri siano falsi, ma ci espone i fatti secondo diverse angolazioni, facendoci capire come siano andate veramente le cose grazie agli interventi diretti dei protagonisti dei singoli episodi, mutuati dai libri presenti nella bibliografia, ovviamente. Le convinzioni di Albertarelli in proposito sono chiarissime, dato che il modo in cui Wyatt “racconta” la propria storia è quantomeno grottesco: quando cammina per la strada emana una luce sovrannaturale in grado di spaventare i criminali più pericolosi, neanche fosse un Angelo, e quando parla i suoi interlocutori si fanno piccoli piccoli… Grazie all’impianto critico, però, non dubitiamo un istante che il Wyatt Earp presentato in questo volume, che non a caso è il migliore della serie, sia quello vero, senza preconcetti di alcun tipo. Ah, come avrei voluto che la mia insegnante di storia delle scuole superiori avesse le stesse capacità…

L’unico punto dolente di questa serie sono i dialoghi. Non che siano brutti, ma oggi ci appaiono davvero troppo datati. Leggendo il volume su Billy the Kid, oltre a scoprire come Billy non fosse veramente il criminale sanguinario che credevamo, ci troviamo di fronte a dei personaggi che sembrano usciti da un cattivo film d’azione. Questa è infatti l’impressione che danno insulti tipo “figlio di un cane” quando associati all’ortografia classica di parole come “spagnuolo”. E non parliamo dell’idea di insultare Toro Seduto dandogli del “vecchio briccone”!

Riprendendo in mano un paio di giorni fa il “Manuale di Tex nel West” della Mondadori, che mi fu regalato quand’ero bambino e che se decidessi di vendere oggi mi frutterebbe non poco, ho notato come l’illustratore Vincenzo Monti avesse spesso preso ispirazione dal lavoro di Albertarelli, come nella ricostruzione del “Road Agent Spin” (il frullo del bandito) o dell’uccisione di Wild Bill Hickok. A dir la verità all’inizio ho pensavo addirittura che avessero ripreso le stesse vignette, ho dovuto controllare i credits per convincermi del contrario! Questo dimostra quanto questa serie sia radicata nella storia fumettistica d’Italia. E questa serie riesce a dimostrare come il west sia stato effettivamente mitico come credevamo, ma dimostra anche, e soprattutto, che non è vero che «quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda».

Alberto Cassani