Non è possibile parlare di fantascienza e tralasciare l’opera di Karel Thole, l’illustratore delle moltissime copertine di Urania recentemente scomparso. Quelle copertine che attiravano il lettore dallo scaffale dell’edicola, lo invitavano a comprare il libro anche se poi non l’avrebbe mai letto.

Qualcuno ha detto che vivere equivale ad affacciarsi a una finestra. Una bella metafora, che mi da però, un senso di sgomento, perché se è vero che si vive una volta sola (il contrario non è mai stato dimostrato) vuol dire che il resto dell’eternità è per ciascuno un nulla infinito. Dovrebbe essere consolatorio poter dire: Io ci sono. Cioè potersi affacciare a quella finestra, poter guardare il mondo. Meglio ancora poter interagire con la realtà circostante, lanciare qualche pietra che lasci un segno del nostro passaggio, piuttosto che rimanere osservatori passivi. Karel Thole, nell’arco della sua esistenza professionale, di segni ne ha lasciati moltissimi: un mucchio di sassi, grosso così. La sua recente dipartita, inattesa per repentinità, ma prevedibile vista l’età dell’artista, ha avuto grande risonanza nel mondo editoriale. Non solo i fortunati possessori dei sassi (autentiche pietre preziose) che lui è stato capace di spargere da qui alla costa occidentale degli Stati Uniti, in sessanta e più anni di attività d’illustratore, superato lo sgomento iniziale nell’apprendere del suo trapasso, devono aver fatto mente locale al piccolo tesoro che si trovavano tra le mani, anche se era stato il puro e semplice fascino emanato dalla bellezza delle sue opere la ragione che li aveva indotti alla loro acquisizione.

Personalmente, ho di suo pochissime cose, donatemi da lui stesso in varie circostanze. Inutile dire che difficilmente potrei decidere di separarmene, soprattutto perché ammirare anche un solo esempio del suo particolare talento, per me, che faccio lo stesso lavoro, mi gratifica enormemente. Toccare e osservare la materia stessa con cui e su cui sono state eseguite, intuire com’era riuscito a ricavare dallo strato gessoso certe immagini, scalfendo semplicemente con una punta dura lo strato nero di superficie di un particolare tipo di carta, la scraper board, oggi praticamente introvabile, non finisce mai d’incantarmi. Si tratta di opere di modeste dimensioni, realizzate tra gli anni 40, 50 e 60 per clienti del suo Paese d’origine, l’Olanda. Se il formato delle tavole è contenuto, non lo è certamente la loro quantità: ne conservava a pacchi, e per poterle guardare tutte ci sarebbero volute giornate. La meticolosità che traspare dall’esecuzione delle stesse è impressionante. Da ciò si deduce che aveva messo precocemente a dura prova i suoi occhi.

Ho conosciuto Karel sul finire degli anni Sessanta, in coincidenza con l’inizio del mio percorso professionale. Lui già affermato artista nel proprio Paese stava imponendosi all’attenzione del nostro mercato nazionale, conquistando soprattutto consenso da parte dei lettori di fantascienza, grazie a1 suo apporto di copertinista per Urania, la più celebre collana del settore pubblicata qui da noi.

Oggi posso vantarmi di averlo frequentato fino all’ultimo, anche se, com’è intuibile, i nostri rispettivi impegni ci impedivano di incontrarci spesso. Dopotutto, tra amici, questo non è indispensabile. Ciò che mi è sempre dispiaciuto, invece, era il non poter chiacchierare con lui di fantascienza: semplicemente, non la leggeva. Si limitava a scorrere le poche annotazioni che la redazione gli forniva come suggerimento per l’immagine di copertina. Più di tutto, amava raccontare come avesse avuto quell’idea, quale accorgimento aveva sperimentato per ottenere quell’effetto pittorico; perché aveva aggiunto quel dato elemento compositivo, anche se nel testo non se ne faceva cenno. Le libertà estetiche che Karel si prendeva erano comunque finalizzate ad arricchire l’opera, che risultava talvolta anomala e, proprio per questo, più interessante, meno scontata.

Ciò spiega come la maggior parte della sua produzione sia di livello elevatissimo, e raramente si mostri banale. Di sicuro l’artista desiderava stuzzicare l’interesse del lettore, metterne alla prova l’attenzione; coinvolgerlo nello specifico dell’apporto artistico affidatogli, insomma. Sapeva che, prima o poi, i suoi ammiratori gli avrebbero chiesto spiegazioni, precisazioni. Lui, da gran conversatore qual era, rispondeva senza reticenze, preso dal piacere di raccontare. Persino i suoi colleghi, io per primo, quantunque consapevoli del suo intento, si lasciavano coinvolgere nel gioco, affascinati dalla sua personalità esuberante, dal suo eloquio singolare, dalla sua comunicativa contagiosa.

Un’altra particolarità del lavoro di Karel era quella di dipingere molto spesso su carta nera, un vezzo, suppongo, conseguente all’abituale utilizzo dello strato inchiostrato della carta da grattare. Persino la sua tecnica pittorica preferita, un’apposizione di minuti segni di colore, paragonabile al cosiddetto puntinismo, adoperata non solo per le sfumature, ma pure per coprire superfici più o meno ampie, certamente deriva dal movimento reiterato del graffiare il nero della scarper-board per far emergere il bianco sottostante. E’ dunque questo continuo lavoro di estrazione di luce dal buio che mi colpisce particolarmente perché la stessa cosa che ha fatto quando ha dovuto affrontare, intorno alla metà degli anni Ottanta, il manifestarsi di una forma di cecità progressiva: far emergere i colori dall’oscurità. Fino all’ultimo Karel ha lottato per strappare la luce alle tenebre, prima come artista, metaforicamente, poi nel senso più vero della parola, per differire quanto più possibile il momento del buio totale. nel frattempo, per quanto possa sembrare incredibile, ha continuato a dipingere. Con la sua tenacia, ha dimostrato una verità apparentemente paradossale: come la luce anche il buio è permeato di colori.
E lui li ha adoperati tutti.

Giuseppe Festino