«Siete circondati da un mondo all’apparenza perfetto, che è in realtà un mondo senz’anima e con un cuore che batte in codici binari. Uno e Zero, Dio e il Nulla».

Quando qualche anno fa uscì nelle sale italiane “Il Tagliaerbe” tutti i nostri sapienti critici cinematografici fecero notare come l’opera di Brett Leonard fosse il primo film sulla realtà virtuale. Tutti i nostri sapienti critici, nell’occasione, si dimenticarono di “Tron”, datato addirittura 1982, in cui Jeff Bridges si ritrova intrappolato nel mondo videoludico da lui stesso creato. “Batman: Digital Justice”, che ho citato qualche riga più sopra e da cui ho mutuato il titolo dell’articolo, è sicuramente il più famoso fumetto professionale creato col computer, ma non è il primo.
La leggenda vuole che questo titolo spetti a “Shatter”, creato nel 1985 dagli statunitensi Michael Saenz e Bono Gillis, opera che ha aperto la strada all’uso delle nuove tecnologie nella realizzazione dei fumetti. Lo stesso Saenz realizzò nei due anni successivi “Crash”, una graphic novel di Iron Man ancora molto essenziale ma già di buon livello, ma ci sono due storie in particolare su cui vale la pena di spendere queste due pagine: la prima è “L’Impero dei Robot” di Michael Götze, e l’altra è ovviamente “Batman: Digital Justice” di Pepe Moreno.
Il fumetto di Moreno è importante soprattutto perché ha fatto capire a fumettari e fumettisti quali potevano essere le reali possibilità di utilizzo delle nuove tecnologie, e soprattutto che il computer non intaccava in nessun modo la misticità del fumetto cui molti sembrano credere. Più o meno come, qualche anno più tardi, “La Bella e la Bestia” della Disney ha fatto capire che i cartoni animati giapponesi, a differenza di ciò che molti credevano, non erano realizzati al computer, e che se anche lo fossero stati non sarebbe comunque stato un difetto. Attualmente possiamo ammirare le possibilità grafiche dell’elaborazione computerizzata soprattutto nella colorazione degli albi statunitensi, di cui Lynn Varley è stata la prima grande maestra.

Sia Götze che Moreno hanno avuto la brillante idea di raccontare coi loro computer delle storie quasi cyberpunk; di narrare le avventure di robot e virus elettronici; hanno entrambi deciso, insomma, di utilizzare il computer per raccontare una storia che coi computer ha molto a che fare, quasi che l’ambientazione servisse a giustificare la tecnica. Per rileggere oggi questi due fumetti dovete recuperare i numeri de “L’Eternauta” della metà del 1988 per la prima metà della storia di Götze (la seconda è missing in action) e quelli di “Corto Maltese” dell’inizio del 1991 per quella di Moreno.
Purtroppo rileggere questi fumetti vuol dire notare all’istante le clamorose limitazioni tecniche imposte dai computer usati dai due autori. Götze in particolare ha disegnato con un computer che oggi può servire al massimo come fermacarte, ma che all’epoca era quasi il massimo che un normale essere umano potesse avere a disposizione: l’Atari ST 520, per chi non se lo ricordasse, era leggermente migliore del Commodore Amiga 500, che riscosse però maggior successo. Nonostante i problemi relativi alla capacità di memoria dell’ST, Götze ha realizzato un fumetto graficamente godibile, soprattutto per quanto riguarda gli ambienti, anche se sono chiaramente visibili le seghettature delle linee dei disegni realizzati a mano. Per le sequenze coi robot, invece, l’autore tedesco utilizzò un programma di disegno 3D, rendendo così molto diverse le due ambientazioni. Tra l’altro mi sembra che non avesse completa padronanza del software utilizzato, dato che solo verso la metà del secondo episodio (secondo la divisione della Comic Art) ha cominciato a sfruttare la possibilità di “copia-incolla” dei singoli elementi, spostandoli, ribaltandoli e magari rimpicciolendoli da una vignetta all’altra. Il problema di questo fumetto è la storia non particolarmente convincente, che vorrebbe essere un’avventura fantascientifica ma che non riesce ad essere appassionante, e che tra l’altro ci propone dei personaggi con dei nomi impronunciabili.

L’avventura cibernetica dell’Uomo Pipistrello è tutt’altra cosa. Innanzitutto è a colori, poi è enormemente più intrigante anche se più complessa nella lettura, soprattutto per coloro che, come me, non amano William Gibson e soci. La differenza nella riuscita delle due storie non è solo dovuta agli anni che erano passati, ma anche e soprattutto al fatto che Moreno, a differenza di Götze, aveva ottenuto l’aiuto (la sponsorizzazione) di alcune delle più importanti ditte di hardware e software del mondo. Sfidando il garante e rischiando una denuncia per violazione della legge sulla pubblicità occulta faccio solo qualche nome, sufficiente a far capire quali aiuti ha potuto avere l’artista valenciano: oltre alla Apple-Macintosh che gli ha fornito i computer ci hanno messo le mani la Sharp, la Electronic Arts, la Letraset e molti altri.

Moreno aveva chiaramente una grande capacità nel dominare la tecnologia e gli strumenti a sua disposizione, nonostante avesse in mano il meglio che la tecnologia del momento potesse proporre. Il risultato finale, per quanto riguarda i disegni, è davvero spettacolare, e anche se è ancora evidente l’imperfezione delle linee elaborate al computer non si può non apprezzare l’espressività dei personaggi e la buona scelta delle inquadrature. Certo qui Moreno ha fatto largo uso del comando Apple-C ed Apple-V, ripetendo più volte la stessa vignetta, ma non vedo cosa ci sia di male in questo: oggi lo fanno tutti, con l’aiuto di una semplice fotocopiatrice… Anche qui, come nel fumetto di Götze, c’è differenza tra il modo di disegnare gli esseri umani e quello di disegnare le tecnologie: i primi sono disegnati a mano, mentre i secondi sono costruiti con un programma di disegno 3D.

Al giorno d’oggi si possono trovare in commercio a prezzi accessibili diversi programmi che permetterebbero anche ad un bambino di dieci anni di fare fumetti col suo PC, ma basta guardare la fredda accoglienza riservata ai bei lavori di Luca Tarlazzi (fumetti e illustrazioni) per capire come nel nostro paese si sia ancora troppo restii all’utilizzo delle nuove tecnologie in campi pseudo-artistici. La colorazione computerizzata di cui accennavo all’inizio, da noi, è ancora vista come un effetto speciale, senza rendersi conto che il computer può venir utilizzato semplicemente per velocizzare e semplificare il lavoro del grafico, esattamente come un word processor viene utilizzato al posto di una macchina per scrivere.

Alberto Cassani