Quello di Saudelli non è esattamente un nome che viene alla mente quando si pensa al fumetto giallo, lo si associa molto più facilmente all’erotico, alle tematiche legate al feticismo. Però l’autore romano ha creato, nel lontano 1984, uno dei detective più umani e realistici della storia del fumetto italiano: Porfiri. Quanto quella creazione sia lontana lo si capisce anche dalla direzione presa dalla nostra chiacchierata…

Come ti eri avvicinato al mondo dei fumetti?
Non ho fatto scuole di fumetto: quando avevo vent’anni andavo a bottega da Mangiarano, che disegnava l’Uomo Mascherato. Era appena uscito Tamburi di Guerra, un Tex disegnato da Ticci, che trovo un disegnatore clamoroso. Quello è l’unico Tex che ho conservato. Ho cominciato copiando Ticci, poi mi piaceva molto Tacconi. Quando ho cominciato con la Lancio copiavo moltissimo Enrique Breccia, poi c’è stato un periodo che mi aveva affascinato Bilal, ma è durato poco. Mi piaceva molto l’atmosfera di Blake & Mortimer, ma non credo di essere mai riuscito a riprodurla. Mi piaceva quel tipo di fumetto, molto caldo, molto ben definito, ben dettagliato…

Con la Lancio che tipo di fumetti facevi?
Quello che mi davano da fare. Non era molto facile farsi accettare le storie perché c’era lo “sbirro” alla supervisione: Sergio Loss. Andava tutto filtrato da questo demiurgo delle sceneggiature. Ma anche allora il materiale era soprattutto argentino, a parte le cose di Serpieri non mi pare ci fosse molto di italiano. Poi ho cominciato il lavoro per Orient Express.

Porfiri è stato il primo fumetto che hai realizzato come autore completo?
Su Lanciostory una volta ero riuscito ad imporre una storia scritta da me che poi aveva sceneggiato Ambrosio, ma a parte questo era il primo.

E come mai hai fatto un giallo?
In quel periodo Bernardi era molto affascinato dal genere giallo, e tuttora lo è visto che è appena uscito il suo Libro dei Delitti. Comunque la mia vita è piena di fascinazioni e in quel periodo mi aveva colpito talmente un film di Orson Welles, L’Infernale Quinlan, che ho preso la faccia di Orson Welles e ho tirato fuori Porfiri. Il nome nasce da Delitto e Castigo: Porfiry Petrovich è il poliziotto che indaga su Raskolnikov. Lui studia pazientemente le mosse di questo che aveva ucciso le vecchiette e si torturava per il suo gesto, sta lì ad aspettare il cadavere del suo nemico. Era un poliziotto molto psicologo, che non faceva niente, infatti non se lo ricorda nessuno. Così, visto che il mio Porfiri si imponeva già all’attenzione per la sua mole non doveva fare tanto di più: bastava vederlo per capire che c’era.

Invece la sua psicologia come l’hai costruita? Ad esempio è un ex calciatore…
Io non sono proprio appassionato di calcio. Magari allora lo seguivo di più, ma adesso non mi piace più.

È cambiato il calcio o sei cambiato tu?
Sono cambiati i calciatori, non li sopporto: ci sono un sacco di burini, come Del Piero. Lo sport è bellissimo, però non mi piacciono quelli che lo fanno e quelli che lo commentano. Nell’ultima storia di Porfiri, infatti, c’era proprio un calciatore disgustato dall’ambiente che si vende la partita e scappa all’estero col malloppo. Erano due modi di vedere il calcio: il calcio moderno e il calcio di Porfiri e del suo ex portiere. È una storia molto retorica quella, troppo nostalgica. Peccato perché era disegnata bene, ma non si finisce mai di imparare. Invece mi erano piaciute le ultime due, uscite su Nero. Le aveva scritte Salvatore Bolella, e forse mi erano piaciute perché non le avevo scritte io: erano talmente semplici e lineari che Porfiri ci stava bene, dentro quelle storie.

Come mai l’hai ambientato in Germania?
Era un’ambientazione un po’ meno scontata che non gli Stati Uniti o l’Italia, tutto qua. Io cercavo di rifarmi soprattutto alle atmosfere disperate del giallo americano, piuttosto che di quello inglese che era molto tecnico. Mi piaceva molto anche Freaks, per cui mi ispiravo a quel tipo di personaggi e costruivo delle storie surreali, piene di personaggi che non ci sono nella letteratura classica. La prima avventura di Porfiri è proprio ispirata al film… Però si vede che ero alle prime armi: non puoi fare 28 pagine con una spiegazione lunga 5 pagine!

Però capita anche adesso, anche a sceneggiatori più esperti…
Sì, però io volevo spiegare tutto, anche quello che non serviva. Per esempio nel Dylan Dog che sto disegnando ci sono 4 pagine di spiegazione; sono contentissimo perché sono facilissime da disegnare, però si capisce che non è perché vuole spiegare le cose: è perché deve arrivare a pagina 94. Purtroppo le 94 pagine sono una condanna: devi diluire tutto quello che non serve, perdi sempre un po’ di tensione.

La lunghezza di quella prima storia l’avevi scelta tu?
Ho fatto la lunghezza che mi è venuta. Non avevo limiti ma non me ne sono approfittato, perché avrei potuto portarla a 50 pagine, guadagnavo di più! Ma andava bene così, è anche troppo lunga.

Ma mi pare che le altre fossero più o meno della stessa lunghezza. L’ultima era ancora più lunga, se mi ricordo bene.
Sì, l’ultima era più lunga: l’avevo pensata proprio per fare un albo, era divisa in quattro puntate. Era quella disegnata meglio ma non è che mi sia piaciuta molto, tutte le storie di Porfiri non è che mi convincano moltissimo… Forse sono troppo critico. Il brutto di scrivere una sceneggiatura poliziesca è che tu fin dall’inizio sai tutto, allora se non hai abbastanza mestiere perdi il senso della cosa: pensi che sia tutto troppo prevedibile e ti affanni per nascondere il più possibile. Una solida trama gialla ci vuole, è un ingrediente importante. Per esempio nel film Almost Blue non c’è nessun tipo di sorpresa, cosa serve fare una storia così? È girato abbastanza bene, l’impostazione che gli ha dato il regista dà molto pathos, però la storia a me non ha lasciato niente. Ma ce ne sono tante… Fiumi di Porpora è un altro… Almeno Almost Blue non aveva pretese di essere un filmone, questo invece sì… I francesi hanno il difetto opposto al nostro: noi non ci prendiamo troppo sul serio, loro invece si prendono troppo sul serio. Che sono due difetti perché non è bello neppure non prendersi mai sul serio. Da noi gli unici film che fanno soldi sono quelli comici, non ce ne sono altri purtroppo. Secondo me due registi avevano tracciato una buona strada da seguire: Sergio Leone e Dario Argento, che avevano fatto film di genere, non si erano fatti seghe mentali su partigiani, nazisti, intimisti… Ha ragione chi dice che i cinematografari italiani sono stati rovinati da Michelangelo Antonioni!

Io credo che Dario Argento sia stato molto importante all’inizio della sua carriera, ma poi sia andato calando. È sicuramente un buon regista dal punto di vista tecnico, però manca molto come sceneggiatore.
Quello sì, ci sono certi dialoghi orrendi; però è molto romanzone, non ha pretese. Una cosa bella che hanno i francesi è che nei film importanti c’è quasi sempre uno che scrive solo i dialoghi. Tanto di cappello… Ad esempio ho visto Grazie per la cioccolata: bellissimo.

Sì? Io l’ho trovato prevedibile. È sicuramente costruito bene come film, ma non come giallo.
Però si svolge in maniera abbastanza naturale. C’è la consapevolezza di non voler fare un film giallo vero e proprio, ma un film psicologico. Poi ci sono dei simbolismi, come lo scialle a forma di ragnatela, che ci sono ma non si impongono: se li noti, bene, sennò rimangono come decoro.

Adesso hai abbandonato l’idea di scrivere storie o hai intenzione di fare altre cose come autore completo?
Ho fatto dei fumetti per gli Stati Uniti che poi sono stati pubblicati su Blue. Adesso sto riscrivendo, proprio perché non sono mai contento, la prima storia della Bionda vista da un’altra angolazione: la Bionda non agisce in prima persona come nella storia originale, qui i capitoli saranno raccontati dal punto di vista degli altri personaggi. È divertente vedere la stessa storia da un altro punto di vista. Poi ho scritto il trattamento per un film, ma non ho mai dedicato molto tempo alla sceneggiatura, e come tutte le cose più la fai meglio ti viene. Quindi appena finisco questo Dylan mi metto un po’ sullo scrivere.

La riscrittura della Bionda per che cos’è?
Io e Baldazzini abbiamo realizzato un libro-rivista per la Glittering che dovrebbe uscire a Gennaio, dove c’è molto materiale fotografico scattato da noi e qualche disegno, tutto nell’ambito che io preferisco, quello fetish. Sono 2 anni che ci stiamo lavorando, dovevamo farlo con Coniglio, ma lui ha altri interessi. È una cosa che io rispetto tantissimo però… quando si parla di sesso Coniglio è troppo sul pornografico. Si può anche fare pornografia, perché non è detto che la storia debba essere brutta, solo che io non ne vedo. A me piace tantissimo Kevin Taylor, ed è il più pornografico di tutti, ma è talmente eccessivo che diventa un segno di personalità: ha una doppia lettura, è importante perché significa che la cosa è buona.

Già ai tempi delle prime storie di Porfiri si notava il tuo interesse per il feticismo, però a livello professionale hai fatto anche cose molto diverse. Perché hai affiancato le due cose invece di dedicarti al fumetto o al fotoromanzo fetish?
L’ultimo fotoromanzo fetish non me l’hanno neanche finito di pagare, perché Blue vende pochissimo. Fosse stato per me ne avrei fatto uno al mese, di fotoromanzo: è un sistema comodo per fare una storia di 46 pagine in due mesi invece che in un anno. Trovo che disegnata, quella storia, sarebbe stata straordinaria. La foto ha i suoi limiti, un disegno è molto più pieno di riferimenti, di pathos. È unico. Ma non c’è nessuna rivista che vende e che ti può pagare 46 pagine. È per questo che devo andare parallelamente: con Dylan Dog pago l’affitto, mi pago le cose mie.

Il trattamento cinematografico cui hai accennato cos’è?
Doveva essere il soggetto del secondo fotoromanzo, poi Baldazzini si è comprato una videocamera digitale e visto che Lars Von Trier dice che adesso i film li possono fare tutti… Ero partito con l’idea di girarlo noi, e visto che il fermo immagine della videocamera digitale da una definizione perfetta mentre giro faccio anche il fotoromanzo. Invece il consulente della casa di distribuzione Lanthia, quella di Baise Moi e Dancer in the Dark, mi ha fatto sapere che sarebbero interessati a produrlo! Loro sono sensibili a questi film europei, a basso costo ma di qualità. Questo vuol dire che quando ti diverti le cose arrivano. Il mio timore è che adesso sento il peso di doverlo prendere troppo sul serio e magari non mi diverto più, e viene male. Dovrei continuare a ragionare come avevo fatto all’inizio per mantenere quella freschezza di ispirazione, che è importante.

Ma che tipo di film è?
È un horror-fetish, ha dei risvolti un po’ horror, un po’ gialli, molto fantasy. Si rifà un po’ ai film degli anni ’70 tipo Lo strano vizio della signora Ward, quelli con Edwige Fenech.

A tutti i fan di Jesse Franco: questo potrebbe diventare un cult-movie!

Alberto Cassani