Il fumetto in costume made in Italy può contare su un buon numero di rappresentanti, una nutrita schiera di validissimi autori. Uno di questi è senz’altro Nicola Del Principe e, a dispetto di quanti se lo ricordano per il fumetto comico (Nonna Abelarda, Trottolino) o per il fumetto erotico (Il Camionista, Angelica), è soprattutto un meticoloso “storico” delle nuvole parlanti.

Come ti sei avvicinato al mondo del fumetto?
Ero fidanzato con una ragazza, in Puglia, la quale aveva una sorella fidanzata con un disegnatore di fumetti di Milano… un certo Chiomenti. In quel periodo curavo un giornale murale per la Democrazia Cristiana, per il quale disegnavo vignette satiriche. Un’estate i due ragazzi, venuti da Milano per le vacanze, videro i miei disegni e chiesero subito informazioni sul mio conto. Mi convinsero di seguirli a Milano, soprattutto perché continuavano a parlare di tanto lavoro e di facili guadagni. Partii poco dopo e, infatti, iniziai a lavorare, facendo le matite per Chiomenti e suo fratello, anch’esso fumettista. Nel contempo, sullo stesso pianerottolo, abitava Renato Bianconi (l’editore) che all’epoca faceva il calligrafo. Fu lui ad introdurmi alle Edizioni Alpe di Antonio Caregaro, dove iniziai a guadagnare di più. Lì mi commissionarono la mia prima serie a fumetti, che si chiamava Il dominatore del West, su testi di Cesare Sovini. Successivamente Bianconi divenne editore e io, un po’ anche per riconoscenza, passai a lavorare per lui: una collaborazione che durò circa quarant’anni!

Quali autori hanno avuto influenza sul tuo tratto?
Sicuramente gli Americani: sono stati i miei maestri; Alex Raymond, Harold Foster e Burne Hogarth su tutti. Non ho mai preso autori italiani come modello, e nemmeno dopo: sono uno dei pochi che non ha mai fatto bottega da nessuno… un vero “self made man”!

Ti sei mai pentito di qualche scelta professionale?
Assolutamente mai! Mi è sempre piaciuto fare fumetti.

Questo numero di Ink è dedicato al fumetto in costume, e tu sei sicuramente un veterano in questo genere. Come mai hai dedicato buona parte della tua vita alla realizzazione di complesse vicende storiche invece di adagiarti su generi più tranquilli?
Per me è sempre stato più faticoso realizzare storie contemporanee: automobili, oggetti meccanici… mi davano fastidio. Disegnare qualcosa che non aveva vita era senza senso per me. E poi mi è sempre piaciuto disegnare costumi.

Come mai il genere storico ha così pochi estimatori?
Succede solo in Italia, perché all’estero è vero il contrario. Sono convinto, però, che in Italia la colpa sia solo degli editori, perché credo che ci siano sia ottimi autori sia potenziali lettori a disposizione. Ma, a quanto pare, in Italia ci sono occhi, orecchie e soldi solo per la fantascienza. Ed è un vero peccato!

Qual è il periodo storico, fumettisticamente parlando, a cui ti senti più legato?
A tutti… dipende solo dalla storia: deve essere intrigante. Se proprio devo scegliere direi che il periodo medioevale mi intriga molto, magari con qualche concessione al fantasy…

Il fumetto che pesca nel passato, com’è quello in costume, che futuro ha?
Non so… a me piace, quindi non capisco come mai gli editori si accaniscano così contro il fumetto storico. Sergio Bonelli, ad esempio, perché tra tante testate non ci infila una serie in costume?

Tornando un momento al tuo passato, ci puoi dire un’esperienza positiva e una negativa legata agli esordi?
Non ho ricordi negativi: ho sempre lavorato così tanto che mi sembrava sempre di toccare il cielo con un dito! Gli unici episodi negativi sono spesso legati al rapporto con gli editori: in qualche maniera pensano sempre a fregarti! Una volta, tornando dalla Germania, Carlo Peroni mi accusò di vendere le mie storie in quel paese a prezzi molto bassi; tanto bassi che lui perse alcuni lavori perché chiedeva di più. Io cascai dalle nuvole… non ne sapevo niente! Poi scoprii che il mio editore, Bianconi, vendeva le mie storie all’estero senza pagarmi una lira: solo in questo modo riusciva a stare basso col prezzo!

E qual è, invece, il personaggio a cui ti senti più legato?
Non mi sento legato ad un personaggio in particolare, sono tutti ugualmente importanti. Nonna Abelarda è stato quello che mi ha più tenuto legato alla scrivania, ma non per questo lo amo più di Angelica, del Camionista, di Alcina, e così via.

Un’ultima domanda legata al fumetto in costume: quanto è importante curare i dettagli di una ricostruzione storica e quanto, invece, può tranquillamente passare come “licenza poetica”?
Io penso che bisogna curare molto la ricerca storica. La “licenza poetica”, come dici tu, può riguardare, ad esempio, una spada dalla foggia un po’ strana ma non per quanto riguarda i costumi e gli ambienti: quelli devono essere accuratamente ricostruiti.
Quali sono, quindi, gli ingredienti di un buon fumetto in costume? La storia è sicuramente importantissima: senza un buon soggetto non si va da nessuna parte. E poi bisogna curare molto i dettagli della rievocazione storica.

A cosa stai lavorando in questo periodo?
Ho fatto un cartonato per un editore tedesco, Erik il vikingo, che dovrebbe essere distribuito in primavera. Ma, devo essere sincero, in questo periodo non sto facendo granché perché mi sta prendendo un’irrazionale paura della fine: vista la mia non più tenera età ho paura di rimanere secco sul tavolo da disegno da un momento all’altro!

Progetti per il futuro?
Ho da tempo in mente di realizzare a fumetti la storia di Pescasseroli, la mia città natale. È una leggenda scritta da Benedetto Croce e narra di Pesca e Seroli, due amanti la cui vicenda termina tragicamente… un po’ come Giulietta e Romeo. È una storia molto intrigante che conto di realizzare appena mi passa un po’, come dicevo, la paura della fine.

Per finire hai un consiglio per gli esordienti?
Se gli piace disegnare che provino pure. Sappiano, però, che i facili guadagni sono solo delle chimere. Prima di incassare potrebbe passare anche molto tempo.

Con questo breve ma saggio consiglio termina l’intervista a Nicola Del Principe, prolifico autore nostrano. Cosa dire in chiusura? Beh, la considerazione di sempre: dai grandi c’è sempre da imparare (elucubrazione breve, banale ma… fondamentale!).

Vincenzo Raucci