Che cosa si è soliti aspettarsi da un cartoonist? In genere, dalla sua nascita professionale in poi si segue un’evoluzione che lo vede affinarsi nel tratto, maturare nell’immagine, perfezionarsi e diversificarsi nello stile. Hermann Huppen, in arte Hermann, ci da tutto ciò, e anche di più.

Nasce in Belgio, da dove, giovinetto, emigra con la famiglia in Canada. Vi fa ritorno pochi anni dopo, vi si stabilisce, si sposa, trova lavoro come disegnatore per decorazioni d’interni. Grazie al cognato (non finirei mai di ringraziarlo) ha il suo primo approccio con il mondo dei fumetti lavorando per il giornale degli Scout. Di lì a poco conosce Greg, con il quale incomincia una annosa collaborazione. Nel 1967 esce il primo albo di Bernatd Prince. Gli farà seguito Comanche. Da queste prime due opere di genere avventuroso ma piuttosto classico, realizzate con uno stile elegante e minuzioso, prende avvio la sua vera evoluzione verso stili e contenuti sempre più personali.

Su un piano prettamente figurativo vediamo il suo stile passare gradatamente dal grafico al pittorico. La sua linea, così dettagliata e minuziosa, che ricorda il Giraud di Blueberry, tende sempre più a “schiarirsi”; il tratteggio si riduce a mano a mano con gli anni, fino a lasciare del tutto il posto al colore. A tal punto che nelle sue opere più recenti tratteggio e linea di contorno sono giunti ad essere meri accessori del colore. E’ con il colore che riempie le immagini, con esso conferisce loro rilievo, con esso crea le distanze e le profondità. E ciononostante riesce a mantenere nelle sue opere una caratterizzazione essenzialmente fumettistica. Non c’è qui il colore piatto e pieno dei quadri di Lautrec, che riuscivano con un effetto ottico a rendere profondità e movimento, sì, ma in un solo fotogramma; e non c’è quella tridimensionalità esasperata e iperrealista di un Frazetta o di un Segrelles, che blocca il movimento della storia e lo congela in una contemplazione immobile della vignetta.

Per fare un esempio in Assunta, una delle sue ultime creazioni, c’è la morbida freschezza di un buon film americano degli anni ’70, con una pellicola leggermente sovraesposta e una prevalenza di colori azzurrini. Le tinte sono tenui eppure decise. Il colore è pieno senza mai divenire carico. Perfino nelle scene notturne manca quasi del tutto il nero, mentre i grigi si presentano in varie gradazioni, ibridandosi secondo le occasioni con giallo, seppia o un tenue violetto. E’ questo senz’altro un effetto determinato da un sapiente uso della tecnica dell’acquerello, che porta a far sì che l’immagine scorra fluida, senza caricarsi e vampirizzare l’attenzione a scapito della storia. E’ senz’altro uno stile molto personale, assai diverso dalle linee chiare di tanti francesi, caratterizzate da contorni precisi e lineari, uniformi e un poco piatti, e da colori molto spesso altrettanto piatti, sì che le immagini risultano eleganti e dettagliate, ma irrimediabilmente fisse e bidimensionali.

Se la maturazione professionale del pennino è mirabile, ancor più lo è quella della penna. Dalla fine della collaborazione con Greg, Hermann incomincia a pubblicare lavori scritti e sceneggiati di suo pugno. Da un punto di vista “tecnico” non si può fare a meno di ammirare la composizione della tavola, cui il formato dell’albo francese permette di mantenere un “ampio respiro”, in un succedersi di tavole con un andamento narrativo classico e piuttosto lento, ad altre miste, in cui si alternano panoramiche e campi lunghi a primi e primissimi piani in sequenze sincopate e nervose per le scene d’azione; senza tuttavia degenerare nelle esasperazioni di certi fumetti americani. Il tutto mirabilmente correlato ad un uso di inquadrature e scorci degno di un regista di prim’ordine.

Anche i soggetti rivelano uno spiccato sviluppo verso uno stile molto personale. Anzitutto per il realismo. C’è nei suoi racconti una attenzione a tutti i particolari storici, di costume, sociali e culturali, nonché militari, di vita quotidiana e, non ultimi, di abbigliamento, che la dicono lunga sul lavoro di ricerca che sta alle spalle di una sua opera, sia che si tratti di un episodio autoconclusivo come di una serie. E ciò vale tanto per i lavori a sfondo storico, quanto per quelli ambientati ai giorni nostri o nel futuro.

Realismo, dunque, ma anche verismo: pochi altri autori hanno saputo creare personaggi così “vivi”, così veri come quelli nati dalla sua penna. Un’approfondita dissertazione sulla figura dell’eroe del fumetto richiederebbe un lungo e meticoloso lavoro di analisi dei protagonisti della storia dei comics sotto i vari aspetti: sociologico, psicologico, politico… Non è questa la sede, né l’occasione per tutto ciò. Basti sapere, in parole molto povere, che generalmente (e fatte le debite eccezioni) l’eroe di un fumetto è un eroe positivo, ancorché malinconico, amaro o disilluso; le sue azioni sono per lo più a fin di bene, denotano una morale che a volte trascende l’ambito stesso del personaggio per porsi in relazione con l’etica e la cultura del lettore o dell’autore stesso. Anche gli eroi negativi soggiacciono a questa sorta di contrappasso, per antitesi anziché per analogia. A volte, soprattutto gli eroi antagonisti, sono la personificazione del male nelle sue varie forme: la bruttezza del male, la perversità del male, il fascino del male. Oppure svolgono una funzione moralizzante alla rovescia. Sono dissacratori, provocatori, irritanti, casinisti, dadaisti…

I personaggi creati da Hermann sono vivi proprio in quanto non sono tutto ciò. Un eroe di Hermann può essere “buono” e nel contempo bigotto, oppure ingenuo, o ancora spietato e sanguinario. E questo semplicemente perché soggiace alla mentalità, alla cultura sua, del suo tempo e luogo, quello cioè in cui è fatto vivere, e non quello del suo autore. Prende dunque vita autonoma, ragiona con la sua testa, opera delle scelte e prende decisioni che a volte possono lasciare perplesso il lettore, poiché, sebbene simpatizzi com’è ovvio per lui, non riesce a condividerle. Per questo motivo ho poc’anzi citato il Verismo: l’autore crea personaggi autonomi, avulsi dal suo modo di vivere e di pensare, li fa vivere e li esamina con il distacco di un ricercatore verso le cavie di laboratorio. Un’impresa degna di un Emile Zola. Queste considerazioni non valgano tuttavia a creare una falsa immagine di olimpico distacco dai valori e dalle tematiche del sociale. Casomai il contrario: proprio attraverso uno spietato verismo, non edulcorato da intenti falsamente moraleggianti, e da figure ipocritamente nobili e generose, Hermann riesce a sbatterci in faccia alcune realtà assai scomode, che francamente preferiremmo obliare, per la falsa pace delle nostre coscienze.

La scelta programmatica di argomenti d’interesse sociale sono la prova più evidente di quest’aspetto della sua poetica compositiva. Caatinga è la storia di un Cangaçeiro, un bandito dei deserti del nord-est del Brasile. Una storia di desperados che si danno al crimine per sfuggire alla disperazione della loro esistenza, e si mettono al servizio di quegli stessi potenti che opprimono la loro classe sociale. Sarajevo Tango è un racconto ambientato nella Bosnia devastata dalla guerra. Per narrarlo si è ispirato a fonti dirette, non filtrate dalle versioni ufficiali.

La crescita e la maturazione di Hermann hanno avuto dunque luogo non solo in alcuni specifici settori, come accade di solito, ma a 360 gradi, permettendoci di godere del lavoro di un disegnatore- autore fra i più completi.

Alessio Angeleri