Nel panorama del fumetto comico italiano quello di Luciano Bottaro è sicuramente uno dei nomi più importanti, se non il più importante in assoluto. Abbiamo provato a ripercorrere un po’ la sua lunga carriera per cercare di capire cosa rende le sue storie così affascinanti.

Lei è uno dei più prolifici autori di fumetti d’Italia, ma cosa l’ha spinta a lasciare gli studi di architettura per intraprendere questa professione?
Fin da piccolo ho avuto un coinvolgimento in questo mondo immaginario, a partire dal primo albo di Antonio Rubino che ho sfogliato, quando ancora non avevo compiuto i 4 anni. Però mi sarebbe riuscito difficile prevedere che, un giorno lontano, questo sarebbe stato il mio mestiere e la mia vita. Varie vicende familiari mi hanno impedito di concludere gli studi di ragioneria (senza rimpianti), ed eccomi qui ancor oggi ad inventare nuove storie per vecchi e nuovi personaggi.

Quando ha iniziato si ispirava a qualcuno in particolare?
Non ispirazione diretta vera e propria, solo grande ammirazione per molti autori italiani e stranieri. Citerò per primo Rubino, e poi Bruno Angoletta e Sebastiano Craveri tra gli italiani; Frederic Burr Opper, Geo McManus, Rudolph Dirks e Harold Knerr tra gli americani. Per i disneyani mi è d’obbligo citare Gottfredson e Carl Barks.

All’inizio della sua carriera ha dato vita ad Aroldo il Bucaniere, più tardi ha creato Pepito. Come mai questa passione per i pirati?
Cavernicoli, Pirati, Streghe, Maghi e Alchimisti, Paladini, Cavalieri… sono sempre stati tra i miei personaggi ispiratori.

Nel 1968 lei ha fondato lo studio Bierreci insieme a Giorgio Rebuffi e Carlo Chendi. Com’è nata l’idea e come lavoravate insieme?
Dai primi anni ’50 è, di fatto, esistito uno Studio Bottaro composto inizialmente da me, Guido Scala e Aloisi. Anni dopo si è unito a noi Chendi. Il mio sogno era quello di creare un copyright che identificasse le nostre creazioni. Quando anche Rebuffi ci ha raggiunti in Riviera ho pensato di fondare uno studio che fosse una realtà amministrativa. La sigla Studio Bierreci appare per la prima volta nel contratto firmato a Genova con l’AGIS il 18 Dicembre 1968, riferito alla nascita della rivista Redipicche, stampata in italiano e francese nell’azienda grafica dell’editore Iro Stringa.

Come è arrivato a lavorare per la Disney?
All’epoca c’erano poche prospettive di lavoro nel campo del fumetto comico e al Topolino di Mondadori pagavano discretamente bene. Quando mi sono presentato a Gentilini nel 1951 mi fu affidato una sceneggiatura di Guido Martina che però non portai a termine.

Lei ha realizzato una delle più belle storie di Paperino, “Il dottor Paperus”. Ha scelto lei di dedicarsi ai paperi piuttosto che ai topi?
Come ho detto mi era stata affidata una sceneggiatura di Topolino per la quale avevo disegnato solo tre tavole. La prima storia completa che disegnai era di Paperino e mantenni sempre una preferenza per i paperi come erano visti da Barks, con una specifica preferenza per Paperon de Paperoni. Per ciò che riguarda Topolino personaggio, ho sempre ritenuto ineguagliabile il lavoro di Gottfredson.

“Whisky e Gogo” è una delle serie comiche dalle premesse più originali del fumetto italiano. Ricorda come nacque l’idea?
I due personaggi, con nomi provvisori, erano da tempo in un cassetto. L’occasione per trarli dall’oblio e portarli alla luce si presentò quando un mio collega, al quale avevo affidato una mia sceneggiatura di Pop e Fuzzy, me la riportò dicendo che non se la sentiva di disegnarla. In quel momento le Edizioni Alpe mi avevano invitato a studiare una nuova serie western, e io utilizzai la storia rifiutata dal mio collega per iniziare la nuova serie. Proposi varie coppie di nomi e fra queste fu scelto Whisky e Gogo (i miei nomi preferiti erano Tobia e Giovannone).

Tra l’altro aveva già affrontato a modo suo il mito del west col sergente Baldo. Cosa la spinse a creare quel personaggio?
Uno dei miei ambienti preferiti è quello delle foreste canadesi e dei grandi laghi. È per questo che è nato il sergente Baldo.

Lei ha in qualche modo anticipato le tematiche cosiddette del “dopobomba” quando creò “i Postorici” nel 1950. Come le venne l’idea di questi personaggi?
Come ho detto in precedenza gli uomini delle caverne erano tra i miei eroi preferiti. Nel caotico Aroldo comparivano due bande di cavernicoli. Procedendo da questa esperienza mi divertii a disegnare una banda di rudi omacci della preistoria a cui diedi il nome di Kolossantropi. Questi ultimi, uniti a Pinko, Ponko & Pitagora, mi ispirarono una storia che realizzai per la Sagedition di Parigi, che editava da tempo i periodici di Pepito. Per una questione di lunghezza questo storia restò per circa due anni in attesa di pubblicazione. Alla fine venne pubblicato su Pepito Geant e a me balenò l’idea che questi cavernicoli potessero essere dei sopravvissuti alla guerra atomica. Inizialmente l’idea fu difficile da far accettare all’allora boss della casa editrice di Parigi, ma infine ci riuscii.

Lei ancora realizza una tavola a settimana di PonPon. Come fa a trovare nuove idee per quel personaggio dopo 50 anni?
Da poco tempo ho ripreso PonPon (nato nel 1954), e posso dire che per me le idee non sono mai state un problema.

Una delle sue creazioni più apprezzate, “Il paese dell’alfabeto” è oggi praticamente introvabile. Come presenterebbe la serie al pubblico che non la conosce?
Fu l’allora direttore del Corriere dei Piccoli, il compianto Luciano Visentin, a propormi una serie nella quale agissero le lettere dell’alfabeto. Lui suggeriva di dare a questa serie un’ambientazione western. Questa soluzione mi pareva graficamente difficile e allora decisi di ispirarmi alla grafica del Redipicche. Era la strada giusta! Una volta trovata la cornice scenografica il giochetto delle parole filò via senza problemi.

Nelle sue storie per la Disney riprese il personaggio di Rebo dalla bella serie di fantascienza “Saturno contro la Terra”. Come mai?
Rebo è la caricatura del protagonista cattivo di Saturno contro la Terra, come il Dottor Paperus lo è del Dottor Faust di Albertarelli. Tutte cose che mi avevano particolarmente colpito, naturalmente assieme ad altre, nel Topolino dell’anteguerra. Nella scia di queste letture di ragazzo io presentai un progetto di storia che ricreava l’atmosfera emanata dalle pagine di questo periodico. La mia idea non fu accettata perché ritenuta di problematica realizzazione. Ammesso che si sia salvato da vari saccheggi, forse, questo progetto riposa ancor oggi nel profondo di qualche cassetto.

Le sue storie sono sempre connotate da una grossa componente surreale. Come mai?
Difficile a dirsi. Agli inizi ho cercato di disegnare molte cose di tipo veristico, ma l’innata propensione al caricaturale e alle deformazioni mi ha sempre impedito di ottenere risultati anche minimamente soddisfacenti. Sono passato quindi, in modo definitivo, al genere comico.

Tra l’altro, alcune sue vignette sembrano dei quadri di Picasso.
Troppo onore!

Lei ha sempre prestato molta attenzione ai dialoghi, non solo alla battuta finale, ma anche allo spessore “letterario” delle parole, rendendo divertenti tutti i balloon, spesso dando dei nomi buffi ai personaggi. Non crede che questo manchi un po’ agli autori di oggi?
I dialoghi sono un elemento molto importante, e ho sempre cercato di caratterizzarli utilizzando elementi dialettali, parlate strane e caricature di lingue straniere. Ciò corrisponde un poco a quello che avviene nei disegni animati dove le voci azzeccate aggiungono carattere ai personaggi che vengono doppiati.

C’è un personaggio a cui è legato maggiormente?
Mi sono tutti cari come vecchi amici, specialmente PonPon perché mi rassomiglia.

Lei è stato all’avanguardia anche con le nuove tecnologie: ha prodotto una sua versione di “Pinocchio” in CD-ROM. Ha in mente altri progetti simili?
Certamente sì: i progetti sono tanti (troppi). Purtroppo per realizzarli c’è bisogno sempre di fare delle corse ad ostacoli.

E per quanto riguarda i suoi fumetti, cosa ci riserva il futuro?
Nell’Almanacco di Post uscito recentemente ho proposto varie novità, oltre alla rivisitazione di personaggi del passato. Mi auguro che il futuro mi riservi la possibilità di portare a termine le cose a cui sto lavorando.

Beh, ce lo auguriamo anche noi: chissà cos’ha ancora da regalarci l’inimitabile talento di Luciano Bottaro.

Alberto Cassani