È bene premettere che il rapporto tra cinema e fumetto comico ha sì radici molto profonde – e, grazie ad una certa affinità di ritmi e visualità, anche molto lontane nel tempo – tuttavia, nonostante questa somiglianza, mai come col tentativo di trasporre su pellicola personaggi e situazioni tipiche del fumetto comico vi sarà possibile riscontrare le differenze tra i due mezzi di espressione.
Per essere più chiaro cominciate a fare caso al fatto che una sequenza disegnata può risultare spassosissima, grazie alle battute nei balloons o alle situazioni rappresentate, mentre la stessa scena, girata coi fatidici ventiquattro fotogrammi al secondo, vi sembrerà, nella gran parte dei casi, assai meno divertente od incisiva, e questo perché edulcorata o dal movimento, o dal sonoro, o da un particolare che vi distrae, o dall’impossibilità di rendere del tutto le buffe espressioni dei personaggi, o da mille altre piccole differenze…
Se tenete conto di ciò, capirete perché, nonostante tutta questa lunga lista di film derivati da celeberrime serie a fumetti, sia così difficile trovare qualcosa di veramente comico o che non abbia tradito del tutto lo spirito dei personaggi a cui ci si riferisce. A far eccezione sono soltanto le pellicole tratte dai cartoons televisivi e questo perché, in fin dei conti, non siamo più di fronte a “fumetti cinematografici”, ma a quello che tecnicamente non è altro che “cinema disegnato”.

Partiamo allora dal 1910, con la versione su pellicola dell’antenato di tutti i fumetti della storia, proprio il famoso Yellow Kid di Richard F. Outcault, al quale il grande Stan Laurel, non ancora in coppia con Oliver Hardy, prestò il volto e l’inimitabile presenza scenica. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto trasferire sullo schermo l’umorismo cattivello e beffardo di quel ragazzetto con le orecchie a sventola e lo sguardo da “monello innocente” che si fa burla di uno stuolo di grotteschi personaggi da sottoproletariato urbano, già di per loro in difficoltà con le miserie della vita quotidiana.

Negli anni che precedono l’avvento del sonoro, si verifica il fenomeno inverso, poiché è il cinema a prestare il volto agli eroi di quelli che furono definiti i “film di carta”, cioè le tavole a fumetti tratte od ispirate alle pellicole di allora; e lo fa, in particolare, con la nutrita schiera dei divi delle “comiche hollywoodiane” (Harold Lloyd, Larry Semon, Ben Turpin, i poliziotti di Mack Sennet…) che, attraverso i disegni di George Wakefield, ripropongono su parecchie testate inglesi le loro già famose ed esilaranti gags. Visto il lusinghiero successo incontrato, da quel momento nessuno dei grandi comici dello schermo è sfuggito alla logica della conversione a fumetti, e sarebbe inutile mettersi qui ad elencare tutte le versioni che, nel corso degli anni ed in funzione della popolarità o del mutare dei gusti del pubblico, sono state via via pubblicate; mi soffermerò solo sulle storielle di Charlot che il già citato Wakefield, prima, e Elzie C. Segar (proprio quello di Popeye!), poi, realizzarono attorno agli anni Venti, visto che si tratta di fumetti che godono di una certa verve e di una originalità propria, rifacendosi degnamente alla geniale e ribelle malinconia del più grande talento comico del Novecento.

È ora il turno della coppia comica per eccellenza nel fumetto americano, quei Blondie e Dagoberto, creati nel 1930 da Chic Young, che, nonostante non siano usciti indenni dagli anni Settanta – forse a causa dello sconvolgimento dei canoni tradizionali della famiglia piccolo-borghese – non hanno avuto solo un grande successo sulla carta stampata, vista la discreta notorietà raggiunta anche attraverso il cinema. Anche se con minore efficacia rispetto alle divertenti battute delle strisce a fumetti, il mezzo filmico ebbe una notevole importanza per la simpatica mogliettina del tranquillo Dagoberto: in un arco di tempo che va dal 1938 al 1950 la Columbia produsse qualcosa come ventotto (!) film incentrati sulle strip di Chic Young, tutti con protagonisti la biondissima Penny Singleton (Blondie) e Arthur Lake (Dagwood) e diretti da un tris di registi specializzati nella commedia americana: Frank R. Strayer, Abby Berlin e Edward Bernds.

Da un’altra popolarissima comic-strip americana è tratto Li’l Abner, diretto nel 1940 da Albert S. Rogell ed interpretato da Granville Owen e Martha O’Driscoll, pellicola non esaltante che tenta di trasporre cinematograficamente la raffinata ironia ed il piglio satirico con cui il grande Al Capp ci racconta le strampalate vicende degli abitanti di Dogpatch. Probabilmente un’occasione sprecata, vista l’abbondanza di riferimenti hollywoodiani, che vanno dall’apparizione di attori famosi a situazioni tipiche del cinema di genere, e che sono una caratteristica costante nell’universo comico di Li’l Abner e della sua pittoresca famiglia… del resto, è lo stesso Al Capp a confermare come sia l’Henry Fonda di quegli anni ad aver ispirato, seppur in chiave grottesca e quasi parodistica, il suo ingenuo ed instancabile boscaiolo e che Appassionata von Klimax, altri non è che Jane Russell, indimenticabile sex-symbol dell’epoca. Il discorso non cambia anche per la pellicola realizzata nel 1959, Li’l Abner – il villaggio più pazzo del mondo, con la regia di Melvin Frank, per la Paramount Pictures, e con, una particina anche per il popolarissimo Jerry Lewis.

Visto che di occasioni mancate si sta parlando, nonostante il salto temporale (poichè la versione cinematografica è del 1980) mi soffermo un attimo a deprecare il triste destino che il mitico Popeye-Braccio di Ferro ha incontrato al cinema. Al simpaticissimo marinaio creato da Elzie Crisler Segar nel 1929 peggior servizio non si poteva rendere! E dire che il regista, un Robert Altman allora sulla cresta dell’onda, ed i protagonisti, un giovane e promettente Robin Williams accanto alla filiforme – ma sempre brava – Shelley Duvall, avrebbero dovuto garantire un film di un certo spessore e di sicuro successo. La pellicola, invece, si rivelò una “bufala”, oltre che il primo evidente passo falso per un regista, a mio parere, spesso sopravvalutato e sicuramente troppo lontano dal ricreare le divertentissime situazioni cui l’immortale fumetto di Segar ci aveva abituato.

Anche se originariamente derivati dai cartoons del geniale Charles Addams, è impossibile non parlare di una serie di personaggi rimastici nel cuore per la loro simpatia e, a tutt’oggi, oggetto di ben due versioni cinematografiche: mi riferisco naturalmente alla deliziosa e stravagante Famiglia Addams, che, attraverso una fortunatissima e memorabile serie televisiva degli anni Sessanta, ha fatto conoscere a tutto il mondo una delle più graffianti e ben riuscite parodie di tutto il repertorio macabro-orrorifico. Grazie anche alla azzeccatissima scelta degli attori (Caroline Munro-Morticia, John Astin-Gomez e Jacky Coogan-Zio Fester, su tutti), i telefilm degli stravaganti e, a modo loro un po’ snob, Addams, continuano a farci sorridere e divertire, senza mai tradire le aspettative dei produttori… in particolare la versione cinematografica del 1991, diretta da Barry Sonnenfeld ed interpretata da un cast di tutto rispetto (Anjelica Huston-Morticia, Raul Julia-Gomez e Cristopher Lloyd-Fester) ha dato risultati notevoli al box-office.

Derivata da un’altra celeberimma serie a cartoni animati è anche la gustosa versione cinematografica de I Flintstones – gli Antenati che il regista “spielberghiano” Brian Levant realizzò, nel 1994, con un invidiabile riscontro al botteghino ed un notevole rispetto per il prodotto originale; azzeccando peraltro i due protagonisti, interpretati da John Goodman e Rick Moranis, e riproponendo, con l’ausilio di ottimi effetti speciali e delle più sofisticate tecniche digitali, il fantastico ed irresistibile mondo degli Antenati. Come spesso succede, il sequel (I Flintstones – Viva Rock Vegas, 2000, sempre di Brian Levant), pur essendo un discreto prodotto cinematografico, non ha saputo mantenere le divertenti atmosfere e le godibili trovate sceniche del primo episodio ed ha, in un certo senso, “tradito le aspettative”, banalizzando non poco le geniali intuizioni umoristiche che William Hanna e Joseph Barbera seppero dare ai loro personaggi attraverso i cartoons televisivi.

La rivincita dei “grandi vecchi” della MGM potrebbe forse arrivare con l’annunciato film, che proprio di questi tempi si sta girando ad Hollywood con la regia di Raja Gosnell, ispirato alle avventure horror-comiche del simpatico Scooby Doo, il cagnone fifone che tanto ci ha divertito negli anni Settanta. Ne diamo notizia e rimandiamo il giudizio al momento opportuno, visto che sarà distribuito sui nostri schermi solo l’anno prossimo, accontentandoci, per ora, dei promo pubblicitari e delle foto di scena (che, tra parentesi, promettono bene…).

Del 1993 è, invece, la trasposizione cinematografica (a dire il vero assai lontana dallo spirito originale!) delle bravate del simpatico Dennis the menace, il bambino pestifero creato da Hank Ketcham nel 1950. La pellicola diretta da Nick Castle e costruita sulla falsariga dei vari Mamma, ho perso l’aereo e Piccola peste, è appena appena sopportabile e va segnalata, se non altro, per la presenza dell’indimenticabile Walther Matthau nei panni del solito, irascibile, vicino dal cuore tenero.

Facciamo ora un salto dai nostri cugini d’oltralpe che se indiscutibilmente di fumetto comico se ne intendono, altrettanto non possiamo dire per quanto riguarda la sua trasposizione su grande schermo. C’è ben poco da segnalare infatti, se si fa eccezione per la “francesissima” saga dei Pieds Nickelès, tre veri e propri pelandroni combinaguai creati da Louis Forton nel 1905, oggetto di ben tre versioni cinematografiche prodotte in epoche diverse, di cui vi ricordo solo l’ultima, Les Pieds Nickelès – ogni giorno nasce un fesso del 1964, che, sebbene diretta piattamente da Jean Claude Chambon, ha avuto come protagonista un ottimo Jean Rochefort…
Oltre ad una produzione scarsa e tutto sommato mediocre di pellicole di genere, quindi, i francesi hanno anche l’aggravante di aver quasi sprecato un’occasione d’oro come quella di realizzare un bel film su uno dei più famosi serial a fumetti internazionale! Se non l’avete capito mi riferisco ad Asterix e co., che il regista Claude Zidi, nonostante un Gerard Depardieu in stato di grazia (nella parte di Obelix) ed un budget stratosferico (per una produzione europea), è riuscito a minimizzare con il fiacco e pasticciato Asterix e Obelix contro Cesare (1999); film per il quale proporrei di assegnare l’Oscar per la peggiore interpretazione al nostro Roberto Benigni, mai visto così ruffiano e sopra le righe come nella parte del senatore Lucius Detritus.

Per quel che ci riguarda, anche da noi non c’è da stare allegri, poiché anche la cinematografia italiana in passato si è ispirata al mondo del fumetto comico, ottenendo risultati piuttosto discutibili. Rispettando la cronologia, il primo film italiano ad affrontare il grande schermo è Cenerentola e il signor Bonaventura, diretto nel 1942 da Sergio Tofano, autore e disegnatore del poetico personaggio, che, come già aveva fatto con successo per il teatro, qui si cimenta anche come attore oltre che come sceneggiatore, affidando però il ruolo di protagonista ad un allora “giovanotto di belle speranze” come Paolo Stoppa (forse non perfettamente a suo agio nella parte).
Nonostante la notorietà raggiunta da Bonaventura attraverso dieci anni di gustosissime storielle che lo hanno consacrato nell’olimpo del fumetto italiano, Sergio Tofano (o Sto, come si firma) non riesce a trasfondere nella prova cinematografica quelle caratteristiche di lunarità, freschezza e humour, che fanno del suo personaggio una creatura a metà tra la commedia dell’arte ed il futurismo, e finisce per confezionare un prodotto, sì dignitoso, ma piuttosto piatto, cui la mancanza del colore e la povertà dello scenario certo non giovano.

A più di trentanni di distanza, quando la nostra industria cinematografica teneva ancora il ritmo, i comics tornano da protagonisti con l’interessante versione cinematografica delle Sturmtruppen di Franco Bonvicini (il grande Bonvi). La pellicola omonima, diretta da Salvatore Samperi nel 1976, rielabora in chiave filmica le irresistibili gags dei più famosi ed irriverenti “soldatinen” del fumetto nazionale e ci regala un piccolo goiellino di comicità surreale e divertita parodia. La miriade di situazioni comiche e di trovate esilaranti che la “sporca vita militare” e l’interminabile conflitto bellico ci presentano, consente ad un gruppo di cabarettisti/attori di primordine come Cochi e Renato, Teo Teocoli, Felice Andreasi e Lino Toffolo, di scatenarsi in un riuscito esempio di “humour-gag cinema” che ha avuto, peraltro, un buon riscontro di pubblico. Non sorprende, quindi, che proprio lo stesso Samperi – mi auguro più per obbligo contrattuale che non per convinzione artistica… – decida di dargli un seguito nel 1982 con Sturmtruppen 2, confezionando un prodotto di molto inferiore e senza più alcuna freschezza e velleità umoristica di sorta, e che volentieri abbiamo posto nel dimenticatoio. Per concludere la carrellata sulla produzione comica italiana ispirata al fumetto, sono costretto a citare – ma ne farei volentieri a meno… – anche i due infelici tentativi d’imitazione realizzati a breve distanza dal film di Samperi: si tratta di Kakkientruppen, 1977, di Franco Martinelli (Marino Girolami) e di Von Buttiglione Sturmtruppenfuhrer,1977, di Mino Guerrini, entrambi interpretati dai soliti Gianfranco d’Angelo, Lino Banfi, Mario Marenco e compagnia briscola… pellicole che consiglio caldamente a chi voglia cimentarsi col “trash” più becero.

Gianpaolo Saccomano