Circa settant’anni fa due uomini, due creativi, si unirono per creare un personaggio dei fumetti. E dal loro cappello uscì… un mago. Si recarono a New York, a quello che allora era la più potente agenzia di distribuzione di comics: il King Features Syndacate, che accettò di far pubblicare il loro personaggio sul New York American Journal. L’11 giugno 1934 il pubblico americano per la prima volta conobbe Mandrake. Lee Falk e Phil Davis erano entrambi nativi di St. Louis, Missouri. Il primo autore e sceneggiatore delle storie, il secondo disegnatore. Si erano conosciuti in un’agenzia di pubblicità di St. Louis, dove lavoravano, Falk come redattore e Davis come disegnatore. Nel 1933 si erano trasferiti a N.Y. in cerca di fortuna, e la trovarono quasi subito, grazie alla loro creatura.

Mandrake the magician, alto, snello, il volto fine e imperturbabile plasmato sui lineamenti di Lee Falk, è un mago dotato, a differenza di quasi tutti i suoi colleghi del mondo dello spettacolo, di poteri realmente magici, appresi in un misterioso collegio nell’Himalaya diretto da Theron, il Maestro dei Maestri. Veste sempre l’abito di scena: un impeccabile frac con tanto di cilindro e mantello, e un bastone da passeggio, che usa sovente a mo’ di bacchetta magica. Non ama la violenza e non ne fa mai uso, risolvendo semmai le situazioni critiche con la magia che si sprigiona da semplici gesti della mano o del bastone, sempre molto asciutti ed essenziali. Al suo fianco, nel ruolo di servitore e buttafuori, è Lothar, un gigantesco negro di origine nubiana, che è quasi l’antitesi del suo padrone: poderoso di statura e di muscolatura, veste solo una pelle di leopardo, corte bermuda e un piccolo fez come copricapo. E’ fortissimo e taciturno, e si butta volentieri nelle mischie e scazzottate che il suo padrone disprezza.
I due personaggi sono fortemente complementari e formano una coppia affiatata, che sin dal primo giorno affronta una quantità d’avventure disparate nell’ambientazione e nel genere. Infatti Mandrake non è solamente un mago professionista, ma, di fatto, è un avventuriero che si trova implicato in difficili casi polizieschi e pericolose situazioni, che risolve sempre, manco a dirlo, grazie al proprio potere magico e a quelli dei muscoli di Lothar. Col tempo le sue avventure si evolvono verso molti generi, non ultimo quello della fantascienza, come quando precipita nella Dimensione X, dove incontra gli uomini ruota, esseri interamente di metallo con ruote al posto delle gambe e che si nutrono di petrolio, e i crudeli uomini di cristallo.

Il grande successo di pubblico delle strisce giornaliere fa sì che Falk e Davis, dietro invito del K.F.S., incomincino anche la produzione di tavole domenicali, separando di fatto le avventure a sfondo poliziesco, che continuano sulle strisce giornaliere, da quelle d’altro genere, destinate alle tavole della domenica.

Nelle avventure del nostro mago non mancano le belle donne, come Reetha, la donna-pantera, o Jana, una conturbante principessa indù. Ma l’unica partner di Mandrake è Narda, una principessa di uno sperduto regno del Centro-Europa. In un primo momento sua nemica, s’innamora poi perdutamente di lui. Trascorre del tempo, varie avventure si interpongono fra loro due, ma alla fine sboccia l’amore. E tuttavia il brillante mago è un indomito giramondo e le sue avventure – tra noir, horror e SF – poco spazio lasciano alle parentesi sentimentali, sicché solo molto più tardi essi diverranno una coppia inseparabile. Assai più varia è la gamma dei nemici di Mandrake: da malfattori comuni ad illusionisti imbroglioni, a gangster organizzati; da perfidi rajah indù a improbabili tiranni pazzoidi di regni di fantasia; da licantropi ad alieni. Il più temibile è senz’altro il Cobra, un antico compagno di studi del collegio himalayano che ha posto la sua arte al servizio del Male: darà molto filo da torcere al nostro eroe.

L’avvento della Seconda Guerra Mondiale vede Mandrake uscire momentaneamente dalle sue avventure extradimensionali, e abbandonare cilindro e bastone per imbracciare un potente mitragliatore a fianco dei coraggiosi marines, che difendono un’isola del Pacifico dai reiterati assalti dei nipponici.

Dopo la guerra Mandrake ritorna alle sue imprese fantastiche. Ma incomincia un periodo di trasformazione del personaggio. Ad uno stile più essenziale di Davis fa riscontro una mutazione nel carattere e nelle storie del mago. Ora fa coppia fissa con Narda, che non è più una principessa semi-ottocentesca ma una donna moderna, molto americana, ricchissima e à la page, che trova naturale girare a fianco di un uomo costantemente vestito di frac e mantello, ma che non rinuncia alla civettuola aspirazione di concorrere per il titolo di Miss Galassia. Che vincerà, è ovvio. Gli Anni Cinquanta e Sessanta portano grandi cambiamenti nel mondo, e inevitabilmente anche nella vita del nostro eroe. Cambia la sensibilità, cambiano le aspirazioni. Il boom economico del dopoguerra porta una diffusa voglia di benessere, tanto più esasperata dal bisogno di obliare l’incubo della guerra fredda, che viene trasformata in una serie di avventure “smart” per super-spie. E’ il momento di 007 di Fleming.

E Mandrake trasforma se stesso. Chiude in un cassetto la sua magia per diventare un brillante illusionista, segretamente al servizio delle Nazioni Unite prima, e in un secondo tempo dell’Inter-Intel, una super organizzazione internazionale anti-crimine. Rinuncia alla sua antica vocazione di giramondo senza dimora e di avventuriero del fantastico e del magico, per stabilirsi a Xanadu, una villa-fortezza ipertecnologica (che si è potuto permettere grazie alle fortune accumulate nelle sue precedenti avventure), dove si dà al bel tempo in riva alla piscina, insieme con Narda e Lothar. Quest’ultimo, ora si scopre, è di sangue nobile, e ha rinunciato a un regno per amicizia verso il mago, e dunque non è più il suo valletto e uomo di fatica, ma un prezioso amico e confidente, mentre le mansioni di servitù vengono svolte dal maggiordomo Hojo, giapponese, guarda caso. A tutte queste mutazioni non è forse estraneo un accadimento molto importante: la morte, nel 1964, di Phil Davis, e il subentrare di un nuovo disegnatore, Fred Fredericks. Tuttavia occorre considerare che la grande prolificità di Lee Falk, che ha permesso al suo personaggio di continuare con grande successo la sua serie per oltre quarant’anni, non poteva lasciare che questi procedesse ancora senza cambiamenti: è la logica della sopravvivenza.

Mandrake non è una creatura immutabile: in fin dei conti ha sempre rispecchiato i tempi in cui si presentava al pubblico. Negli Anni Trenta è un gentiluomo brillante e distinto, molto compassato, ma affascinato dal mistero e dall’avventura. Un dandy scaturito dalla Belle Epoque, che di quel periodo ha ereditato la classe e lo sfizio positivistico del dipanare le ombre e risolvere i misteri; ma che anche ha portato con sé i retaggi del Decadentismo e del fascino occultistico del tardo Romanticismo.
Personaggio enigmatico e contradditorio, è per così dire l’antitesi letteraria di personaggi “pulp” come i coevi Dick Tracy e Red Barry. Quanto costoro sono popolari, di estrazione e di cultura, tanto aristocratico è Mandrake. Quanto inclini alla violenza sono essi, tanto egli l’aborrisce, al punto che l’arte magica è un modo di manifestare un’azione senza perpetrarla attraverso un contatto fisico, e financo il gesto del mago è secco e essenziale, non ridondante, per ridurre al minimo la fisicità del gesto stesso. Rifiuta, quasi a emulazione di un estetismo aristocratico e solipsista alla Mallarmé, ogni contatto col mondo, delegandolo al suo alter-ego nubiano. Eppure si getta a capofitto nei casi, polizieschi e non, né più né meno che i suoi contarapposti e rozzi detective dalla mascella dura e dalla pistola facile. Si inoltra poi nel mondo allora inesplorato della fantascienza, e fa sua la passione letteraria per il genere che letteralmente dilaga nel pubblico americano fra gli anni Trenta e Quaranta. Spazia senza limiti nelle galassie e nei mondi di altre dimensioni, ovunque lo portino la fantasia e quei pochi rudimenti delle teorie einsteiniane e quantistiche che trapelano nel pubblico.
In tempo di guerra torna (letteralmente) coi piedi sulla terra per fare il suo dovere di bravo cittadino americano.

Nel Dopoguerra riprende i suoi voli pindarici, ma con più maturità e moderazione: impara meglio la tecnologia e mette da parte la magia. Dedica maggiore attenzione a fatti mondani come una elezione di “Miss Universo”, interviene alla celebrazione della nascita del primogenito dell’Imperatore della Galassia. Alla fine rinnega e abbandona del tutto il suo lato oscuro, la magia, per divenire un semplice illusionista, uno come tanti di quelli che in passato aveva smascherato e disdegnato. Com’è giusto, si dedica allo spionaggio, che tanto è di moda, risolve casi internazionali contro moderni criminali, senza rinunciare agli agi della vita moderna, e alle piacevolezze del jet-set. Non è più contrapposto all’immagine attuale del detective, ma tende a rassomigliare in molti aspetti ai coevi Rip Kirby ed Ellery Queen. Persino Lothar non è più schiavo, ma amico, come consigliano le ultime tendenze sulla integrazione razziale americana. Lothar la cui carnalità animale, golemica, era l’altro elemento d’equilibrio della coppia yin-yang, contrapposta all’elemento spirituale e diafano del mago. Lothar, il negro arcaico, il Babau carnale, l’uomo nero, ora veste camicie di popeline con stampati motivi a pelle di leopardo, è un nobile democratico, un “valido collaboratore”.

Della antica gloria fosca rimane solo una spoglia: l’abito. L’intramontabile frac, testimone oramai inutile di un passato misterioso.
Quello che ci sta dinnanzi è ormai solo un uomo. Per noi, uomini di fine secolo, rosi da crisi di identità ideologica, disillusi sulla tecnologia, intenti ad affrontare le insidie della civiltà post-tecnologica, anelanti a un che di mistico in giro per l’universo, non resta che sospirare di malinconia per l’antico diafano spettro.

Alessio Angeleri