Anche se lo zio Creepy (in Italia ribattezzato Tibia) nasce negli anni Sessanta alla Warren Publishing come risposta al grande successo che le testate horror della E.C. Comics riscuotevano da oltre un decennio, noi preferiamo considerarlo il prodotto (simpaticamente mostruoso) dell’accozzaglia di terrificanti creature che il Dr. Frankenstein (e chi se non lui!) ha raccolto con tanta amorevole cura nella celebre e gustosissima storiella, intitolata “Sabba infernale” (ne Le spiacevoli notti dello Zio Tibia), realizzata appositamente da Archie Goodwin, ai testi, e Angelo Torres, alle mezzetinte.

Negli States il fumetto del terrore, e specificamente le short-stories horror, avevano avuto un vero e proprio boom negli anni Cinquanta, quando l’editore William Gaines e l’art-director Al Feldstein avevano iniziato a pubblicarli nelle tre testate The Vault of Horror e The Crypt of Terror (che diventerà dopo poco Tales from the Crypt) e The Haunt of Fear. Erano albi a cadenza bimestrale, dalla veste grafica accattivante e molto accurata e con raccontini eccellenti e disegnati magistralmente che, con un’azzeccata trovata pubblicitaria, venivano di volta in volta presentati da un formidabile trio di poco raccomandabili narratori: il Guardiano della Cripta, il Custode del Sepolcro e, tanto per restare in tema con l’argomento di questo numero, la Vecchia Strega.

Veri antesignani del gore e dello splatter, i fumetti della E.C. colpivano nel segno con storie crudeli ed efferate, in cui zombie, fantasmi, licantropi e vampiri per la prima volta si mostravano per davvero in tutto il loro potenziale terrifico, senza accennare o suggerire, ma alle prese stavolta con squartamenti, divoramenti e atrocità di singolare e preoccupante efficacia. Così, mentre torme di ragazzini ed adolescenti, si buttavano a capofitto nella lettura di queste ironiche, ma particolarmente violente, storielle, le associazioni dei genitori, parecchi psicologi e, naturalmente, i lettori più sensibili e moralisti, cominciavano a protestare fino al giorno in cui, non accontentandosi più della morale ferrea ed immutabile del “chi la fa, l’aspetti” con cui quasi tutte le storie si concludevano, finirono con lo scatenare una vera e propria polemica censoria che obbligò gli editori ad autocensurarsi, elaborando un codice deontologico molto rigido, amministrato dalla Comics Code Authority.

Le testate di Gaines e Feldstein non uscirono indenni da tutte queste polemiche e per la Vecchia Strega ed i suoi amici fu l’inizio della fine, tanto più che dall’eccezionale pool di disegnatori – di cui facevano parte nomi come quello di Reed Crandall, Jack Davis, Wallace Wood e Joe Orlando… – molti cominciarono a trasferirsi alla concorrenza. Così a raccogliere il testimone arrivarono i comics book dello zio Tibia che, apparso per la prima volta con tutto il suo fascino scheletrico su una bella copertina disegnata da Jack Davis, incontrò subito il favore e la simpatia di un gran numero di lettori. Il fatto che neppure l’agguerrita concorrenza della Marvel Comics di Stan Lee, che pur aveva dalla sua un team di autori e disegnatori di altissimo livello (cito a caso Steve Ditko, George Tuska, Larry Lieber e Gerry Conway), sia poi mai riuscita ad intaccare la crescente popolarità del nostro buon vecchio zio Creepy e del suo poco fotogenico cugino Eerie, spesso e volentieri affiancato dalla conturbante Vampirella, merita senz’altro un approfondimento…

Senza addentrarci in speculazioni sulle potenzialità e sulla validità letteraria del racconto gotico e della letteratura dell’orrore in genere, proviamo invece a domandarci quali furono le ragioni di un simile successo e soprattutto perché le storie dello zio Tibia misero d’accordo tutti, dal tredicenne brufoloso al raffinato cultore del fumetto.

Anzitutto va fatto notare l’indiscutibile salto di qualità che gli sceneggiatori conferirono alla testata con i loro, peraltro validissimi, adattamenti di molti classici della letteratura gotica ed orrorifica che, sostenuti dalla maestria grafica di uno stuolo di grandi disegnatori, diedero corpo ad atmosfere spettrali e particolarmente suggestive, dall’effetto ancora strordinariamente attuale. Mi riferisco, ad esempio, ai principali racconti di Edgar Allan Poe e Bram Stoker (Il cuore rivelatore, La botte di Amontillado, La casa del Giudice…) che il grande Archie Goodwin ha affidato all’incredibile – e ancor oggi tanto imitato… – tratteggio di Reed Crandall, conseguendo risultati di tale efficacia da indurre il lettore più sprovveduto ad andarsi a leggere al più presto la versione letteraria, per confrontarla con quella a fumetti. E non posso non citare i virtuosismi grafici e la costruzione cinematografica delle sequenze a fumetti di Tom Sutton (La rovina della Casa degli Usher, per la cui trasposizione a fumetti scommetto che lo stesso Poe sarebbe contento!) o di Jerry Grandenetti (Berenice), mettendoli accanto agli angoscianti chiaroscuri di Gray Morrow (La cosa maledetta) o ai tratti inquietanti dei personaggi di Alex Toth (Brusco risveglio). Certo, oltre a tutti questi veri e propri capolavori del fumetto, la Warren pubblicava anche materiale più tradizionale, e, almeno nella prima fase editoriale, sempre di notevole qualità, perchè molti dei grandi artisti del fumetto americano lavoravano alle sue testate (e oltre a quelli già citati voglio ricordare anche Neal Adams, Richard Corben, Frank Frazetta ed Ernie Colon). E poi c’era lui, Uncle Creepy, il buon vecchio zio Tibia, l’indovinatissimo spirito guida per quei nostri incubi disegnati che, con il suo sinistro humour nero ed il suo sapiente tempismo narrativo, è uscito indenne da più di trent’anni di vita editoriale, diventando col tempo una simpatica icona adatta ad ogni tipo di short-story horror, ed appropriandosi così, con maestria ed indiscutibile senso dello spettacolo, di ogni tipo di tramite mediatico, cinema, televisione, internet…

In Italia il successo dei fumetti Warren si deve soprattutto alle prime tre gloriose raccolte Oscar Mondadori, pubblicate all’inizio degli anni Settanta in un formato che non rende affatto giustizia alla qualità dei disegni e rimaste a lungo, per giunta, di non facile reperibilità. Come già accennato, in questi ormai “mitici” comic-books compaiono, accanto allo scheletrico zietto, anche il poco raccomandabile Cousin Eerie che da noi fu ribattezzato (da qualche ortopedico in vena di traduzioni!) Astragalo, e la futura sexy-bomb Vampirella. Personaggi tutto sommato simpatici e comunque meno stereotipati, rispetto alla Vecchia Strega e al Guardiano della Cripta degli E.C. Comics, e che in qualche modo contribuirono alla popolarità della serie e generarono numerosi tentativi di imitazione, non solo sul mercato americano ma anche nel nostro panorama fumettistico (basti pensare al Dr. Horror e alla eccellente rivista da lui presentata… o ai siparietti fumettistici del nostro Dario Argento che introducono le mediocri storielle di Profondo Rosso…).

A condurre inevitabilmente lungo il viale del tramonto il nostro buon vecchio Creepy concorsero, pochi anni dopo, diversi fattori, come l’agguerrita concorrenza delle testate Marvel (tipo Fear, Chamber of Chills o Journey into Mistery) le quali, anche se certamente inferiori dal punto di vista artistico, tuttavia invasero lo spazio editoriale con la loro massiccia presenza e proprio nel momento in cui i lettori più giovani chiedevano ai fumetti una maggiore dose di violenza e scene splatter. Se a ciò assommiamo anche il progressivo esaurirsi della vena creativa degli autori ed il loro inevitabile allontanamento da una casa editrice di per sé già in crisi e con notevoli problemi gestionali, non è difficile immaginare il perché zio Tibia & co. si siano scavati a loro volta la fossa in edicola solo per risorgere, poi, con rinnovata ed inattesa popolarità, grazie al cinema prima, e alla TV in seguito. Così come gli episodi cinematografici de Le cinque chiavi del terrore ed Il giardino delle torture si ispirano palesemente agli E.C. Comics di Gaines e Feldstein e conducono al notevole successo del, peraltro gustosissimo (quanto introvabile in videocassetta), Racconti dalla tomba (1972) di Freddie Francis, allo stesso modo il grande George Romero, coadiuvato da Stephen King confeziona nel 1982 un bell’omaggio allo zio Tibia con il suo Creepshow, il cui seguito, anche se non all’altezza del precedente, serve comunque a spianare la strada alla produzione d’autore nella serie televisiva di Tales from the Crypt, cui hanno messo mano, più o meno felicemente, registi del calibro di Robert Zemeckis, Tobe Hooper e Walter Hill. Non prima di aver ricordato che anche John Carpenter si è cimentato, in coppia con Hooper, nel tentativo di rinverdire i fasti delle vecchie storielle horror con il suo, appena appena passabile, Body Bags del 1993, direi che, giunti a questo punto, e per dirla alla maniera del simpatico, e tutto sommato innocuo, pupazzone verdognolo dello zio Tibia (che qualche anno fa ci deliziava dal palinsesto di Italia 1 prima di presentarci qualche buona pellicola horror) un bel “Buuh- uuh!!! Ah, ah, ah, ah!” ci sta proprio bene, soprattutto se nel frattempo vi siete procurati qualcuna delle riviste che vi ho appena citato… e magari vi accingete a leggerla alla fioca luce di un abat-jour!

Gianpaolo Saccomano