Nel panorama del fumetto nero italiano, il nome di Luciano Secchi è sicuramente uno dei più importanti. O forse no, forse è il suo alter ego Max Bunker ad aver creato Kriminal e Satanik prima ancora di Alan Ford e di una lunga serie di personaggi un po’ meno noti. Beh, comunque stiano le cose, Bunker-Secchi è una persona con la quale bisogna per forza scambiare due parole se si vuol capire come stavano le cose nel mondo del fumetto alla metà degli anni ’60.

Partiamo con una domanda classica, che più classica non si può: com’è arrivato al mondo del fumetto?
In illo tempore – avevo circa 16 anni – sfruttavo la mia buona conoscenza della lingua inglese traducendo le cose più svariate. Un amico che lavorava in una casa editrice mi offrì di tradurre un fumetto americano, Flash Gordon, in quanto il traduttore ufficiale s’era ammalato. Lo feci con entusiasmo, essendo sempre stato un grosso divoratore di fumetti. Quello fu il primo contatto con questo mondo affascinante.

Che fumetti le piaceva leggere, all’epoca?
Mandrake, l’Uomo Mascherato e Tex sopra tutti gli altri.

Lei è probabilmente uno degli autori più prolifici del fumetto italiano, ha scritto storie di praticamente qualunque tipo. C’è un genere particolare che preferisce?
Sono decisamente versatile, ma la preferenza va al giallo nella mia versione personale, ovvero drammatico ma con un pizzico di humour.

Secondo lei qual è stata la ragione del successo di fumetti neri come Diabolik, Kriminal e Satanik?
Il mondo stava cambiando, gli inizi degli anni ’60 lo lasciavano intuire in ogni settore. Il fumetto prima di allora presentava eroi bravi, buoni, senza difetti, che non mangiavano mai né facevano l’amore. La sintesi può essere rappresentata dal sottotitolo del settimanale cattolico Il Vittorioso: “sano, forte, leale, generoso”. Era il prototipo dell’epoca in cui l’ipocrisia giocava un ruolo determinante. Si avvertiva la necessità di cambiare, di rompere gli schemi… e vennero i fumetti neri.

Cosa differenziava i suoi due personaggi da tutto il resto di fumetti “con la K”?
I contenuti totalmente diversi, e soprattutto la grande svolta che portai al fumetto italiano con i miei due personaggi. Diabolik iniziò il discorso dell’eroe negativo giostrando con il fioretto, Kriminal e Satanik esplosero con la scimitarra. Si rompeva un tabù, quello del sesso. I miei personaggi per la prima volta nella storia del fumetto italiano affrontavano l’argomento in modo esplicito.

Dopo un ottimo periodo, il genere nero è praticamente morto. Secondo lei cosa l’ha ucciso?
Le rivoluzioni non sono perenni. Le rivoluzioni si fanno per portare un cambiamento di modi e di costumi che poi devono essere disciplinati. Robespierre fece tagliare tante teste durante la rivoluzione francese, ma non poteva andare avanti in eterno. Ci fu anche lì uno stop, traumatico ma inevitabile. Ormai la rivoluzione – nel fumetto – era fatta. La varia pletora di titolini che si erano accodati battendo tutti sull’elemento di più facile presa – il sesso – senza altro contenuto, sparirono da soli. Kriminal e Satanik durarono 10 anni. Ero stufo di farli, ritenendo che avessero compiuto la loro missione. E poi avevo già in testa Alan Ford.

A proposito di rivoluzioni: lei ha scritto un bel fumetto ambientato durante la Rivoluzione Francese, Fouché. Com’era nata l’idea per quella storia, completamente diversa (come sempre) da tutto quello che aveva fatto in precedenza?
La mia prima passione è la storia, con specializzazione della Rivoluzione Francese. Il mio babbo aveva stretti rapporti d’affari con la Francia, dove andava spesso. Ho passato tre mesi e passa, per due estati, lavorando mezza giornata in una piccola casa editrice di Nanterre, nei sobborghi di Parigi. Mi ero iscritto come auditore alla Sorbona così col tesserino di studente potevo entrare tranquillamente negli archivi generali e consultare tutti i documenti che volevo. Ho un archivio da fare invidia al più competente degli storici. L’idea di divulgare ad immagini tutta quella cultura mi venne dal momento storico che si viveva, una sorta di rinascimento culturale, poi… l’imbarbarimento. Però ho in animo di riproporlo a tiratura limitata e vendita tramite comic-shop.

Torniamo a bomba: Satanik è forse l’unica eroina del fumetto che sia davvero cattiva…
Satanik fu la portabandiera dell’emancipazione femminile e della libertà d’espressione della donna. A quei tempi se una donna fumava per la strada veniva presa per una prostituta! Sono un po’ cambiati i costumi, eh?

Kerry Kross è stata un’altra sua eroina decisamente anticonvenzionale, anche se molto più recente, ma non ha avuto il successo che immagino lei sperasse. Come mai, secondo lei? A guardare le donne del fumetto di adesso mi sembra che il pubblico cerchi personaggi femminili molto diversi…
Ritengo che Kerry Kross sia uno dei migliori, tra i tanti personaggi da me creati. Una solida storia gialla, una sceneggiatura moderna e ben ritmata, un personaggio anti-convenzionale: una lesbica, e qui sta il problema. La prima volta uscì nel 1994 ed ebbe un’accoglienza davvero tiepida: chiuse dopo 11 numeri. Nel 1998 lo riproposi scrivendo un lungo antefatto, stavolta studiando a tavolino un lancio monstre. Conclusi un accordo con la rivista Max, che aveva alte tirature, inserendo una copia gratuita. Il costo dell’operazione era proibitivo ma mi aspettavano un risultato ben diverso da quello che ottenni. Il problema era insuperabile. Tra le tante chiacchiere di libertà di costume, la lesbica mi veniva respinta. Recentemente ho fatto uscire un nuovo personaggio, Beverly Kerr, in forma di mini-serie. È una giovane psicanalista con tanto di fidanzato, coppia classica quindi, e ci ho messo Kerry Kross come co-protagonista. I due numeri usciti di Beverly sono andati uno meglio dell’altro. Salvata la forma…

Dopo una quindicina di numeri ha trasformato Kriminal da fumetto veramente nero in un giallo classico, allo stesso modo Satanik da “dark lady” senza pietà è diventata una specie di giustiziera al servizio della Legge. Cosa l’ha spinta a fare questi radicali cambiamenti? Problemi con la censura?
Problemi? Una marea travolgente di denunce, sequestri, processi, persecuzione della stampa, specialmente quotidiana, che era di un retrivo impressionante. Personalmente ho avuto una ventina di processi contro la morale pubblica. Sempre assolto in appello, comunque sono esperienze non simpaticissime. Dovrebbero costruirmi un monumento, subito, senza aspettare il mio trapasso, visto che grazie a me e al mio sacrificio si è aperta una enorme libertà espressiva e creativa. Perché non lanciate una sottoscrizione.

Ma secondo lei quei personaggi, riproposti oggi in nuove storie, magari adattate al mondo di oggi, incontrerebbero ancora il gusto del pubblico?
No. Quei personaggi erano stati di rottura, di trapasso, tra un modo di esprimersi a un altro molto più libero e disincantato. Tanti lettori nostalgici mi chiedono qualcosa di nuovo di Kriminal e Satanik e magari qualche special lo farò, ma non mi aspetto grandi risultati.

Invece cosa ne pensa delle versioni cinematografiche di Kriminal, con John Saxon, e di Satanik, con Magda Konopka?
Li ho rivisti recentemente. Mi fanno tanta tenerezza.

Una curiosità: da dove è nato il nome Max Bunker?
Max è Massimiliano, mio nome vocativo; Bunker è un soprannome datomi dai miei compagni d’infanzia.

Usciamo di nuovo dal genere: sono più di trent’anni che scrive Alan Ford. Ma dove le trova le idee, ormai?
La realtà stimola la fantasia e sovente ne è di gran lunga superiore. Con tutti i film d’azione, catastrofici vari, nessuno sceneggiatore di Hollywood ha mai pensato che le torri gemelle di New York potessero essere distrutte da un attacco suicida. La realtà è una grossa fornitrice di spunti.

Ogni tanto scrive anche i romanzi di Riccardo Finzi, al ritmo di circa uno all’anno. Ne scriverà altri in futuro?
Nel 2000 ho scritto “Signori, vi presento il crimine” e nel 2001 “Morte al tiranno”, poi ho ristampato tutti gli altri in un’unica serie. Ora sto scrivendone un altro, ma non so quando sarà finito perché non mi pongo mai dei termini. Riccardo Finzi rappresenta per me un sereno relax creativo che non deve essere inquinato da alcunché.

A questo riguardo una cosa che mi incuriosisce, di Finzi: come mai ha deciso di far invecchiare i personaggi?
Per adattarli alla realtà dei tempi. Se parlo delle torri gemelle Finzi non può continuare ad avere 25 anni come quando fuori piove.

E quanto è importante l’ambientazione milanese nelle storie di Finzi?
Beh: sono nato a Milano, vivo a Milano, i miei erano milanesi. È una città non ben valutata nei suoi valori più semplici. Milano mi è venuta naturale volendo fare un giallo autoctono, poi credo che la locazione quando è reale e sentita sia anche trasmessa positivamente al lettore.

Nel 2002 ricorre il quarantennale di Maschera Nera, il personaggio western che ha creato appunto nel 1962. Ha intenzione di fare qualcosa per celebrare la ricorrenza e provare a riportare in auge un personaggio che in fondo non meriterebbe di finir dimenticato?
Maschera Nera è il mio primo amore, il mio primo successo, il primo personaggio che ho scritto ufficialmente. Era un western con mistero, uno zorride con qualcosa in più della media dei western, che aveva in Tex il suo faro. Maschera Nera portava un pizzico di humour ma anche una notevole carica di violenza, un profumo che si sentiva nell’aria e che ben presto avrebbe caratterizzato un’epoca. Inoltre per la prima volta si portava un avvocato laureato in Inghilterra con la sua procedura, innovativa per il rude west. Per il quarantesimo ho in programma di fare un albo speciale e un libro a colori con le prime storie.

Un’ultima cosa: Eureka è stata una delle riviste antologiche più di successo di tutti i tempi. Come mai secondo lei quel tipo di riviste non ci sono più, oggi?
È fuori di dubbio che c’è stata una regressione intellettuale, nel nostro settore e in generale. L’epoca d’oro di Eureka fu durante un periodo di vita della nazione molto intenso e sentito nei suoi valori di cultura. Le ideologie e gli ideali che le sostenevano avevano anche prodotto delle deviazioni tragiche, ma c’era un pulsare vivo, anche se talvolta drammatico. Ora credo che un benessere indiscriminato e un consumismo spinto sino alla negazione di qualsiasi valore interiore abbia quasi ucciso qualsiasi concetto d’impegno. Quasi. La speranza è sempre dura a morire…

Una visione piuttosto dura, quest’ultima di Max Bunker… o è quella di Luciano Secchi? Beh, comunque ci ha dato un’interessante visione delle ragioni del successo, e dell’importanza, dei fumetti neri. Peccato che secondo lui, ma non solo lui, i fumetti neri di una volta non funzionerebbero più, oggi. Però poi… «la speranza è l’ultima a morire».

Alberto Cassani