Nel percorrere il corridoio che porta alla casa editrice Astorina, ci sentiamo intimoriti, siamo convinti che telecamere nascoste, microspie e chissà quali altri marchingegni ci osservino minacciosi, tenendo d’occhio i nostri movimenti, ma ad accoglierci all’ingresso c’è una graziosa segretaria e quello in cui ci muoviamo ha più l’aria di un comodo appartamento che non di uno dei rifugi blindati ed inaccessibili di Diabolik. Mario Gomboli “l’uomo dei mille trucchi,” attuale direttore della testata, ci viene incontro e, fatti i convenevoli, gentilmente ci offre un caffè. Che dentro ci sia un po’ di pentothal?!?

Cominciamo con una domanda di rito: come e perché Mario Gomboli si è avvicinato al fumetto?
Beh, ho incominciato da ragazzo. E, come tutti quelli che fanno fumetti, ho incominciato da lettore. Diabolik, nel caso specifico,è arrivato come primo fra tutti i fumetti che ho fatto, grazie ad Alfredo Castelli, che era mio compagno di Liceo. Insieme facevamo il Giornalino del Liceo. Alfredo faceva anche Scheletrino, in appendice a Diabolik, che era un po’ la parodia di Kriminal , e siccome io scrivevo anche molti racconti di fantascienza e gialli – ero un fanatico di questi generi – e poiché avevo sempre bisogno di soldi, Alfredo mi propose di scrivere per Diabolik: “è un lavoro interessante, pagano anche bene”. Ho provato: ho proposto le mie idee, le hanno approvate. Da lì è nata la mia collaborazione. I miei primi episodi sono del’67. Frattanto nel’72 mi sono laureato in architettura. Ho fatto il grafico e l’architetto, però periodicamente tornavo a presentare una storia di Diabolik, di solito quando dovevo cambiare macchina, o fare le vacanze: era sempre una ottima fonte di guadagno “volante”. Poi, sempre con Alfredo, ho fatto molti lavori per “Il Corriere dei Ragazzi”, “Horror”.

E infatti, la domanda successiva, riguarda proprio “HORROR”. Ci può dire qualcosa in proposito?
“HORROR” era nato da un’idea di Alfredo Castelli, appoggiata da Pier Carpi, buonanima, e vista stranamente con fiducia da Sansoni. L’idea di Alfredo e di Carpi era di fare una pubblicazione di qualità, nei fumetti. Era quasi pionieristico: pensate che a quel tempo “LINUS” era nato da poco, e forse anche “EUREKA”, e poi il fumetto “raccontato” aveva poco spazio. Il progetto era buono… ma, forse era nato troppo presto. Dopo un po’ di numeri non andò più bene, e allora Gino Sansoni chiese a Carpi di modificarlo. Castelli ebbe qualche screzio sulle modifiche da apportare. La rivista imboccò poi una strada diversa. Io vi scrissi qualche racconto…
E poi… Beh, chiudemmo, come tantissime operazioni nate fuori tempo. Anche “TILT” è di quegli anni, e anche quello ha chiuso al secondo numero. Più tardi, quando arrivò “IL MALE”, spopolò. “TILT” voleva essere un prodotto piuttosto raffinato, molto attento a evitare le volgarità; “IL MALE”, invece , ci andò giù pesante. Qualche anno dopo, forse avremmo avuto qualche spazio in più in quel settore. Di fatto fu anche responsabilità dell’editore: ci cassò subito. Non ha senso chiudere una testata al suo secondo numero di pubblicazione

Occorre però dire che “IL MALE” ebbe successo solo dopo che i suoi autori furono arrestati…
Ma ci saremmo fatti arrestare pure noi, se fosse servito! Il punto è un altro: “IL MALE” faceva satira politica mirata, era più graffiante, faceva attualità, mentre noi, con “TILT”, volevamo fare il “MAD” italiano dunque un tipo di satira e di ironia di costume, ma senza riferimenti temporali: essendo un mensile non ci era possibile rimanere aderenti all’attualità.

Parliamo del “Corriere dei Ragazzi”…
Il primo “Corriere dei Ragazzi”, quello di Francesconi, rivisto oggi, potrebbe andare bene per le scuole. Adesso troverebbero nel “Corriere” di allora un prodotto ottimale, perché c’era satira, ironia, costume, c’era storia, e letteratura.

C’erano anche grandi artisti…
Ci siamo fatti le ossa lì . E’ stata una fucina di idee e di esperienze. E poi, la vera novità, era la componente culturale, cioè il fare informazione senza annoiare i giovani lettori, usando il fumetto come filtro. E’ questa un’idea che periodicamente qualcuno tira fuori, salvo poi fare qualcosa che col fumetto non c’entra niente.

Visto che l’argomento è quello delle riviste, come mai sono scomparse le “riviste contenitore”, e perché non si sente la necessità, in ambiente editoriale, di lanciarsi nuovamente in questo settore?
Sono scomparse perché hanno perso i lettori. E’ stato un fallimento di mercato molto prima che una scelta editoriale. Credo che la rivista contenitore non abbia più pubblico. Uno compra riviste di 96 pagine e poi scopre che ne legge quindici, e le altre non gli piacciono. Allora le riviste contenitore , che abbiano alle spalle una potente casa editrice, ce la fanno ancora, anche se la maggior parte dei suoi lettori ne legge, che so, tre o quattro storie. E quando spendi 5-6000 lire per una rivista di cui leggi solo una minima parte, non ti diverti più. Questo vale anche per giornali come “l’Europeo” , che ha chiuso, o come “L’espresso” o “Panorama”, che devono ricorrere ai gadgets, e che comunque hanno un grosso supporto pubblicitario mentre le riviste di fumetti, salvo rare eccezioni, non sono mai riuscite ad avere pagine pubblicitarie, questo perché le tirature non sono interessanti e poi forse perché non è mai esistita un’agenzia pubblicitaria specializzata in fumetti.

“Skorpio” e “Lanciostory” però sopravvivono…
E’ vero, ma non senza difficoltà, e comunque se si pensa quel che c’era sul mercato soltanto 15 anni fa: “L’intrepido”, “Il Monello”, etc….Ce n’era una marea, e vendevano tutti a tirature altissime. Ora sono rimasti veramente in pochi. “Skorpio” e “Lanciostory” pubblicano storie a episodi, francesi o sudamericane, di medio o lungo respiro, mentre riviste come “linus”, “Eureka”, “il Mago”, pubblicavano tutt’altro materiale: grossa presenza di strisce, argomenti più “colti” adatti a gusti e sensibilità diverse. Dunque si poneva anche il problema di amalgamare queste diverse testate in un’unica rivista, senza farle perdere personalità. La grande forza di “linus” era che, a preparare il minestrone, c’era la persona di Oreste Del Buono, che riusciva sempre a mettere bene insieme i sapori. Altre riviste dell’epoca non avevano questa caratteristica, e così finivi per avere l’impressione di leggere la solita miscellanea…

Torniamo alle origini: lei ha scritto dei soggetti per Genius?
Genius era nato come fotoromanzo. Quando l’editore volle trasformarlo in fumetto, venne a cercare noi di Diabolik. Fummo commissionati io per i testi e Milo Manara per i disegni. Ma mi limitai a due o tre episodi: non era un lavoro interessante…

Dei fumetti neri nati più o meno a tempo con Diabolik, oggi, quali pensa che avrebbero ancora successo?
Mah, ad esempio Kriminal aveva tutta una serie di elementi in più. Come la qualità del disegno, molto elevata e poi aveva una componente di erotismo che, gestita bene e con garbo, gli poteva dare delle chances in più. C’era anche dell’ironia e del sarcasmo, che in Diabolik mancano. La tendenza a strafare degli autori però portò a delle cadute qualitative nel segno e nella storia.
Tuttavia sono convinto che Kriminal sarebbe vivo ancora oggi, e non darebbe fastidio a Diabolik, essendo tutt’altro personaggio. Il problema però dei fumetti neri di quel periodo era la discontinuità nella qualità sia delle immagini che delle storie, che non permetteva il formarsi di uno “zoccolo duro” di lettori affezionati.

E allora, a questo proposito: qual è il successo di Diabolik sulle altre testate?
Secondo me , la forza di Diabolik è proprio nel fatto che, a parte brevi periodi, ebbe sempre belle storie di qualità medio-alta. Un altro elemento è la coerenza. Il personaggio non ha seguito le mode: non ha cambiato auto, non ha cambiato pettinatura… è rimasto sempre uguale. Questo è anche un punto di forza, oggi, per vendere le ristampe. Chi legge oggi le storie di allora non le sente datate. Anche la uniformità del segno, se da un lato non permette di fruire della collaborazione di grandi disegnatori che hanno uno stile troppo personale, tuttavia mantiene nel tempo un riferimento costante, invariato , per il lettore.

Ha intenzione di pubblicare numeri speciali di Diabolik…
Oltre quello disegnato da Giuseppe Palumbo, tra due anni, in occasione del quarantennale di Eva Kant, dovremmo uscire con uno speciale a lei dedicato. Per quanto riguarda la serie per bambini, ci abbiamo provatosoprattutto alla luce del successo del cartone animato, ma abbiamo dovuto chiudere al tredicesimo numero, perché la qualità del lavoro era davvero mediocre.

Voltiamo pagina: si nota sempre di più , ultimamente, un crescente riferimento alle tematiche di attualità e sociali nelle storie di D. E’ un filone sul quale intendete continuare?
Sì, senz’altro, e per tre ragioni. La prima è che dopo più 650 episodi è difficile creare storie nuove. Allora l’aggancio all’attualità permette di dare un elemento in più, che si rinnova attraverso una nuova tematica. Mi spiego: nel momento in cui sostituisci ai soliti contrabbandieri una banda di pedofili, ecco che pur mantenendo uno schema narrativo già adottato, crei in realtà una storia tutta nuova. La seconda ragione è che ogni volta che usciamo con una storia che tratta, che so, i combattimenti fra cani, o di pedofilia, abbiamo un ritorno stampa alto, che poi vuol dire pubblicità gratis. Il terzo motivo è questo: avere una media di 300.000 lettori al mese, vuol dire anche portare dei messaggi Bene: se è vero che Diabolik è un eroe negativo, nulla osta al fatto che possa anche veicolare messaggi positivi come il suo disprezzo per un certo tipo di malavita, che va dai trafficanti di droga, ai pedofili. Non è nostra intenzione portare avanti un discorso etico-educativo, per carità, ma ogni tanto è giusto lanciare qualche segnale in quella direzione. Anche questa è comunque un’eredità lasciataci dalle sorelle Giussani.

Sappiamo che lei è molto attento alle dinamiche e ai meccanismi con i quali Diabolik riesce a portare a termine in suoi colpi. Come nascono questi trucchi mirabolanti?
Non sono proprio sicuro su come mi nascano queste idee. Dopo tanti anni mi viene spontaneo. Quando viaggio, quando mi sposto in auto, e vedo un albero o un muro, automaticamente mi vien fatto di pensare a come potrei sfruttarli ai fini di una storia. “Quel muro potrebbe essere una parete finta con una struttura atta a farlo sembrare insormontabile”, “Quei fiori rossi potrebbero essere artificiali, e contenere gas che viene sprigionato quando vengono annaffiati”. E così via.

Ma è vero che affidate compiti di consulenza a studenti universitari e a specialisti?
Sì. Molti professionisti li ho coinvolti io: specialisti in ingegneria chimica, medici e altri, che dovevano rispondere ai vari quesiti: “E’ possibile realizzare questo congegno qui?”, “Esiste un acido con queste caratteristiche?”. Anche le Giussani si avvalevano di consulenza, e “compravano” i trucchi, per poi assemblarli all’interno di una struttura narrativa che avevano già costruito.

Torniamo alle anticipazioni: è vero che la vostra casa editrice ha di recente ceduto i diritti per la realizzazione di un film su Diabolik?
Siamo in trattativa, ma la cosa non è ancora definitiva. Se tutto va bene dovrebbe uscire un film per il Natale 2003.

Ma il cast e la produzione sono italiani?
No, è una produzione franco-americana. Tra un po’ ci sarà la sceneggiatura, quando questa avrà avuto stesura definitiva, pressappoco per la primavera 2002, si farà il cast. A settembre 2002 incominceranno a girare, poi ci sarà il montaggio… Si arriverà alle sale alla fine del 2003. E’ a buon punto invece il contratto con la RAI per trasmettere un secondo ciclo di sceneggiati radiofonici, in seguito al successo della prima serie.

Una domanda tecnica: cosa ne pensa della realizzazione di un episodio di Diabolik interamente a computer?
Beh, non penso che esista qualcosa di interamente realizzabile a computer: si parte sempre da un disegno vero. Teoricamente sì: occorrerebbe scannerizzare tutte le vignette, qualcosa come alcune migliaia di immagini, per poi montarle, ingrandendo o riducendo. Ma è una impresa immane e conviene allora disegnarlo tutto a mano. Poi bisogna tener conto dei vari disegnatori e dei periodi . E’ vero che Diabolik è uniforme quanto a stile grafico, ma non si può comunque mescolare una vignetta realizzata da un disegnatore con quella di un altro, né quella di 20 anni fa, con una di oggi. Il computer è molto utile per il lettering e per i retini, ma sono molto restio ad accettarne un uso troppo esteso…

A questo punto mi sembra doveroso parlare di Angela e Luciana Giussani…
Eh sì. Pensate a queste due donne che negli anni Sessanta hanno costruito da sole tutto quello che poi Diabolik è diventato. Senza pretese di grandezza, ma sempre animate da un gran senso pratico, con un immenso amore per il loro lavoro e per il personaggio da loro creato. Umanamente erano persone molto grandi di cuore e molto affezionate alla redazione. Hanno sempre cercato di aiutare tutti quelli che hanno potuto, sia economicamente che non. Sebbene come estrazione sociale potessero a buon titolo appartenere al jet set milanese del periodo, erano tuttavia molto schive. Due donne davvero adorabili.

E a questo punto scatta un allarme. La chiacchierata s’interrompe: c’è appena il tempo per i saluti e poi Mario Gomboli sparisce furtivo. Scendiamo in strada un po’ frastornati, si sente un rombo e, all’improvviso, sfreccia potente una Jaguar… nera, naturalmente.

Gianpaolo Saccomano e Alessio Angeleri