Chi meglio di Lord Greystoke-Tarzan potrebbe aprire questa panoramica sul fumetto d’avventura (e d’azione) trasposto su grande schermo o viceversa? Infatti, l’uomo-scimmia, antesignano del cinema fumettistico e personaggio destinato a diventare un vero e proprio caposaldo del moderno concetto d’avventura, nonostante fosse comparso in una prima storia a fumetti disegnata da Harold Foster nel 1929 ed ispirata ad un film girato una decina d’anni prima da Scott Sidney, come comics va immediatamente associato all’inconfondibile grafica di Burne Hogarth allo stesso modo in cui siamo abituati a figurarcelo con la fisionomia di un attore-feticcio come Johnny Weissmuller. La cosa non si spiega soltanto con l’elevato numero di pellicole di successo che l’attore interpretò per quasi sedici anni di seguito nei succinti panni di Tarzan, a partire dal 1932 (con Tarzan, the ape Mandiretto da W.S. Van Dyke), quanto con la raffinata e, al contempo virile, capacità grafica dello stesso Hogarth: uno dei primi grandi disegnatori che applica il concetto cinematografico dell’inquadratura alla tavola a fumetti. Caratteristica che salta subito all’occhio se prestate attenzione alla dinamicità delle sequenze, rese magistralmente da un sapiente alternarsi di inquadrature che spaziano dal campo lungo al primo piano e dall’uso sapiente e calibrato del controcampo e dell’effetto-notte.

Avendo parlato di Johnny Weissmuller, e senza per questo dovervi elencare tutti i film nei quali recitò nella parte dell’uomo-scimmia, direi che è invece opportuno ricordare che gli fu affidato anche il ruolo di Jim della Giungla in parecchie pellicole degli anni Cinquanta (cito solo Killer Ape di Spencer G. Bennet e La valle dei tagliatori di teste di William Berke). Il personaggio dell’esotico avventuriero, creato dalla impareggiabile matita di Alex Raymond nel 1934 , calzò a pennello al maturo divo hollywoodiano che, per evidenti problemi fisici, non poteva più esibirsi col succinto gonnellino di leopardo e, malgrado la non eccelsa qualità dei film in questione, costituisce comunque un discreto esempio di trasposizione cinematografica per un fumetto famoso.
Prima di abbandonare le suggestioni fumettistiche della giungla è, però, doveroso precisare che, ad interpretare per primo il ruolo di Jungle Jim (nel 1937) fu il misconosciuto Grant Withers, negli ormai introvabili dodici episodi diretti da Ford Beebe e Cliff Smith per la Universal.

Non fu soltanto il fascino dell’esotico ad incontrare il successo nelle produzioni hollywoodiane degli anni Trenta (soprattutto se a carattere seriale), lo provano ad esempio i dodici episodi di cui fu protagonista Tailspin Tommy, lo spericolato aviatore protagonista dei fumetti di Glen Chaffin e Hal Forrest, che fu prima interpretato da Maurice Murphy e diretto da Louis Friedlanders, passò poi al volto di Clark Williams e alla regia di Ray Taylor e fu, infine, ripreso nel 1939 dall’attore John Trent in ben quattro lungometraggi prodotti dalla Monogram. Senza nulla togliere alla validità di questo personaggio che fu forse più famoso cinematograficamente che non sulla carta, direi di soffermarci un attimo in più su un grande protagonista dell’avventura di quegli anni: mi riferisco a Terry e i Pirati, la serie a fumetti del grande Milton Caniff, per la quale negli anni Cinquanta furono realizzate diciotto pellicole sponsorizzate dalla Ginger Ale e nelle quali Terry Lee è interpretato dall’attore William Tracy. Si tratta di telefilm del tutto trascurabili, mero pretesto per un intrattenimento a base di paesaggi esotici e classiche situazioni ardimentose, nei quali il caratteristico e sofisticato tratto di Caniff, con i suoi sguardi sempre un po’ accigliati, non viene granchè riprodotto dalle situazioni e dalle atmosfere cinematografiche.

Caso più unico che raro, ma gli anni Sessanta dal punto di vista dell’avventura sono, cinematograficamente parlando, contrassegnati da un famosissimo fumetto di matrice franco-belga: sto parlando del celeberrimo, ed inossidabile, Tintin, che il grande Hergè (al secolo Georges Rèmi) ha saputo trasformare in un vero e proprio emblema nazionale. Il popolarissimo giovanotto dal ciuffo un po’ buffo e tutta la compagine di strampalati comprimari, che da sempre lo accompagnano in nuove ed avvincenti avventure, è stato infatti il protagonista di un paio di lungometraggi di produzione francese (rispettivamente nel 1962 e nel 1964): Tintin et le mystère de la Toison d’or, diretto da Jean Jacques Vierne e Tintin et les oranges bleues con la regia di Philippe Condroyer. Per la verità, entrambi i film, interpretati dal somigliantissimo Jean-Pierre Talbot e da uno stuolo di azzeccati caratteristi, non vanno oltre lo standard della mediocrità e non restituiscono a pieno quelle caratteristiche, un po’ conformiste, ma certo molto “francesi” che da sempre hanno decretato il successo di questo fumetto. Nonostante le vicende sviluppate nei due lungometraggi prendano spunto da due delle più famose avventure di Tintin e siano state sceneggiate da uno scrittore di un certo peso come Andrè Barrett, il risultato resta , purtroppo, piuttosto insipido e incuriosisce più per l’identificazione degli attori in carne ed ossa con le inconfodibili commistioni realistico-grottesche cui il tratto grafico di Hergè ci ha abituato, che non per i contenuti avventurosi e picareschi che il grande schermo avrebbe invece dovuto esaltare. Insomma, direi che è meglio non crucciarsi troppo se, per quanto ne so, i due film non sono mai stati distribuiti nel nostro paese e continuare a gustarsi le audaci imprese di Tintin e del suo cagnolino parlante attraverso la magistrale linea chiara di un grande disegnatore come Hergè.

Di Doc Savage, “l’uomo di bronzo”, avrebbe avuto maggior senso parlarne in relazione agli anni Trenta e Quaranta, dato che lo strano professore, antesignano dei moderni supereroi e avventuriero sui generis, fu creato proprio in quel periodo e, attraverso la narrativa dei pulp magazines, conobbe un notevole successo, soprattutto grazie alla penna di Lester Dent (che scrisse ben 165 delle 181 storie di cui è protagonista). Con una singolare operazione di revival, voluta personalmente dal produttore George Pal (più noto come regista de La guerra dei mondi), il nostro Doc e la sua squadra di bizzarri specialisti, diventa invece, nel 1974, protagonista di un film diretto da Michael Anderson (Doc Savage – l’uomo di bronzo). Ad impersonarlo ci pensò un super-fusto dell’epoca, l’attore Ron Ely, che godette di una certa popolarità per aver sostituito Weissmuller nel ruolo di Tarzan, cosa che, a onor del vero, non gli permise certo una brillante carriera, visto che è poi finito per scomparire del tutto. Ad ogni modo la pellicola ebbe un discreto successo (specie negli USA) ed indusse Stan Lee a dedicargli una breve serie a fumetti, come al solito sceneggiata e disegnata dal famoso staff Marvel. Se dei fumetti non possiamo certo parlare con troppa enfasi (sono un prodotto di routine e niente più…), per il film invece si deve riconoscere che i classici ingredienti dell’avventura ci sono davvero tutti e sono anche miscelati in maniera piuttosto godibile e dignitosa, tenendo ben presente che “il professor Savage” è un personaggio che, con tutta quella saccenteria e quel patriottismo, sarebbe anche potuto risultare insopportabile.

Superfluo parlare della riuscitissima trilogia cinematografica di Indiana Jones, ormai consacrata per sempre nell’Olimpo del cinema hollywoodiano; tutti la conoscete e l’avete vista e, probabilmente state attendendo il famoso quarto episodio della serie, ma forse ciò che non sapete è che allo stimato archeologo di George Lucas e Steven Spielberg, hanno dedicato parecchi albi a fumetti (per la verità di qualità non eccelsa…): qui mi limito a citare soltanto quelli editi dalla Play Press, con testi di Bill Oakley e disegni di Al Williamson e Brett Blevins.

Collocabili a metà strada tra l’avventura e il thriller, i fumetti del sicario giapponese che si fa chiamare Crying Freeman, oltre ad aver incontrato un buon successo di critica e pubblico, hanno avuto ben tre trasposizioni cinematografiche e una serie televisiva a cartoni animati. Questo “Freeman”, ideato nel 1986 da Kazuo Koike e Ryoichi Ikegami, è l’infallibile killer di una potentissima organizzazione segreta che lotta contro i malavitosi della Yakuza. Nonostante sia uno spietato assassino, con il corpo tutto tatuato dall’immagine di un drago armato, il nostro uomo ha una singolare caratteristica (un po’ romantica e un po’ dark): uccide sempre in una sorta di trance ipnotica e dopo ogni delitto si commuove e versa una lacrima per la vittima.
Se, fumettisticamente parlando, siamo di fronte ad un manga di buona qualità, dal punto di vista cinematografico conviene ricordare soltanto l’ultima delle pellicole a lui dedicate (le altre sono delle introvabili produzioni giapponesi), “Crying Freeman” appunto, realizzata nel 1995 con una coproduzione statunitense e franco-canadese, e diretta dal giovane e talentuoso Christophe Gans. Il film, interpretato piuttosto bene da Mark Dacascos (una sorta di Brendon Lee alla francese), ha avuto un buon riscontro di pubblico e, a suo modo, è diventato un piccolo cult, sia per la fedeltà al fumetto originale che per l’elevata qualità delle scene d’azione, nelle quali Gans dimostra di aver sapientemente imparato la lezione degli action-movie di John Woo e del cinema di Hong Kong. L’accoppiata Dacascos-Gans la ritroveremo probabilmente nella tanto attesa nuova avventura cinematografica di Diabolik e, per adesso, ci basta sottolineare che la loro ultima fatica, il recente Patto dei lupi, si è meritatamente rivelato un grosso successo al botteghino internazionale.

La lunga carrellata sul cinema d’avventura ispirato ai comics è ormai giunta al termine, anche se per completezza d’informazione è giusto ricomprendere anche il recentissimo film Tomb Raider, diretto da Simon West e interpretato dalla sensuale Angelina Jolie che veste i panni (succinti) di Lara Croft, sorta di Indiana Jones in gonnella, protagonista di un avvincente serie di videogiochi. Sul valore cinematografico della pellicola in questione preferisco sorvolare (a me è piaciuta davvero poco!), ma, per ciò che concerne la spettacolarità e l’azione, siamo di fronte ad un prodotto alquanto godibile, che con la sua palese commercialità giustifica operazioni fumettistiche come gli albi, realizzati da Michael Turner (quello di Witchblade e Fathom) , che con calcolato tempismo le sono stati dedicati e che ancora per un po’ circoleranno nelle edicole e nelle fumetterie… lasciando, a mio parere, il tempo che trovano.

Gianpaolo Saccomano