«Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali, e nel Settantaquattro sono divenuto socio di una galleria d’arte di Pescara. Sempre nel Settantaquattro sono sul Bolaffi. Sono stato tesserato dal Settantuno al Settantatré ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mai curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto spesso i guanti. Dal Settantasei pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”, mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquarellista che io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Morirò il 6 Gennaio 1984.»
(Dalla prefazione del volume Zanardi, Baldini & Castoldi, 1998).

Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, noto anche come “Paz”, è stato sicuramente uno dei più importanti autori di fumetti che abbiamo mai avuto. È stato un’icona, un idolo, in qualche modo un modello per la generazione del ’77, quella “maledetta”, la sua. E lo è ancora adesso, a più di un decennio dalla sua scomparsa. Pazienza è un cult non solo per il fatto che le ristampe dei suoi fumetti finiscono esaurite in poco tempo, ma soprattutto per il fatto che le sue storie, i suoi “incubi”, sono ancora attualissimi, colpiscono il lettore come se fossero stati realizzati ieri. Questo perché Pazienza non era solo il più bravo disegnatore vivente, come lui stesso si definiva, ma perché era uno straordinario critico della società, perché sapeva centrare il bersaglio con una facilità, con un’efficacia, che non ha mai avuto eguali.

Portare sul grande schermo l’universo dei suoi fumetti, è un’impresa che può spaventare. Ci prova Renato De Maria, già regista dell’acclamato Hotel Paura. De Maria è nato a Varese ma è cresciuto a Bologna, la città dove Pazienza viveva. E nella Bologna del 1977, De Maria faceva parte di un gruppo di amici che davano vita in quel periodo a gruppi musicali, fanzine e riviste, videoclip e quant’altro, un gruppo di amici di cui facevano parte anche, tra gli altri, gli Skiantos, Stefano Tamburini e Filippo Scozzari. E Andrea Pazienza.

PAZ! è un film rigorosamente tratto dai fumetti di Andrea Pazienza (il corsivo è del regista), che ripresenta situazioni e dialoghi contenuti in Pentothal, Zanardi, Pompeo e Il Libro Rosso del Male. In realtà, De Maria ha letto piuttosto tra le righe dei testi di Pazienza, dando spesso un’interpretazione personale delle storie. La stessa cosa l’aveva fatta, ad esempio, Francis Ford Coppola, ma questo non gli ha impedito di intitolare la sua pellicola Dracula di Bram Stocker… Comunque, se da un lato questo apparente rigore filologico è il gran pregio del film, dall’altro ne è anche il maggior difetto: lo spirito del Paz è ovviamente riprodotto in pieno, per cui chi non ama il Pazienza a fumetti ben difficilmente troverà modo di apprezzare questo film. Purtroppo, la pellicola risulta troppo estranea alle abitudini cinematografiche del pubblico italiano, troppo sperimentale, troppo lontana dallo spettatore medio per poterlo davvero catturare.

Scritto dal regista in collaborazione con Ivan Cotroneo e Francesco Piccolo, il film è interpretato da un ormai lanciatissimo Claudio Santamaria (Pentothal), da Flavio Pistilli (Zanardi) e da Max Mazzotta (Fiabeschi), protagonista delle sequenze migliori del film. Al loro fianco ci sono volti più o meno noti del nostro mondo artistico, come quelli di Iaia Forte, di Roberto Citran, Rosalinda Celentano, Ricky Memphis, Frankie HI NRG, Roberto Freak Antoni, Lindo Ferretti e della Fabrizia Sacchi che vediamo anche in Da Zero a Dieci di Ligabue. Recitazione generale piuttosto mediocre, comunque, così com’è mediocre la scelta stilistica di girare il film in digitale, cosa che ha dato alla pellicola un look troppo freddo, troppo irreale, per essere davvero efficace.

Pazienza era un genio, e come tale ha e ha avuto i suoi ammiratori e i suoi detrattori. Le critiche e gli elogi, la critica ed il pubblico, ne hanno creato da subito il mito, ne hanno dichiarato da subito il successo. Forse Pazienza stesso non è riuscito a stare “dentro” se stesso, dentro il suo stesso mito. Ha vissuto in maniera eccessiva, come i suoi personaggi, ed è morto di overdose, in linea con il suo personaggio, a 32 anni, il 16 giugno 1988. Questo film gli rende omaggio, ma non riesce a fare niente di più.

Alberto Cassani