Dove e quando, molto bene non si sa, ma in un’epoca remota viveva un Re chiamato Maxmagnus… Codesto Re fu geniale creazione di una delle più talentuose coppie di autori che il fumetto italiano abbia mai visto. Il nome istesso del Sovrano è testimonianza di questa paternità: Max Bunker architettava le trame e scriveva i dialoghi, mentre Magnus illustrava le situazioni e dava vita grafica ai personaggi. Perché ben sapete che non si può portare avanti un fumetto che abbia un solo personaggio: per crear situazioni diverse, che sempre sollazzino il lettore, ci vuole almeno una spalla, qualcuno che faccia da contraltare al protagonista. E nel caso che siam qui ad analizzare, codesta spalla avea funzioni di Amministratore Fiduciario.

Re Maxmagnus era un sovrano dall’aria pacioccosa, di gran peso, eppur si mostrava inflessibile nell’esercizio delle sue real funzioni: i sudditi erano schiacciati da tasse e gabelle, imposte e balzelli. “I miserabili devono pagare la tassa di povertà! Come farebbero i ricchi, altrimenti?”, erano le parole che Sua Maestà usava per descriver l’indirizzo economico del suo regno. Ma non si può certo dire che Re Maxmagnus fosse un sovrano privo di cuore: ogniqualvolta i suoi sudditi ne avessero bisogno, si ingegnava (o meglio sarebbe, dire che faceva ingegnare l’Amministratore Fiduciario) per trovare una soluzione valida. Si trattasse di organizzare una catena della fratellanza tra i sudditi per finanziare la ricostruzione della città dopo il crollo di una diga, e far quindi ricostruire la diga agli stessi sudditi; piuttosto che perder le giornate per risolvere la controversia tra un mercante di maiali ed un contadino che non gliene vuol pagare l’acquisto, mettendo con la propria Real Saggezza a confronto il peso delle monete… pardon: delle parole… dei due contendenti. E in tutto questo il fido Amministratore Fiduciario era sempre al suo Real fianco, pronto a suggerire il metodo migliore per spillar soldi alla sudditanza, e pronto soprattutto ad approfittare di ogni piccola distrazione del Sovrano per sottrargli da sotto il Real naso ori e gioielli, vestiti e mobili, ma anche polli arrosto e bottiglie di pregiato vino. E il risultato è sempre lo stesso, per codesto Amministratore: la gogna.

Coloro tra voi che hanno avuto modo di legger la lunga saga della Compagnia della Forca, ricorderanno senz’altro le poco piacevoli situazioni in cui si trovava la rapace Crocca alla fine dei primi albi della serie che lo stesso Magnus realizzò insieme a Romanini. Questi stessi lettori non potranno non pensarci quando rivedranno il misero Amministratore Fiduciario, che l’intrepido disegnatore modellò sulle proprie fattezze, concludere le proprie avventure in situazioni molto simili. Consideriamo però che l’Armata che tremare il mondo fa ci fu presentata nel 1977, ossia quasi diec’anni dopo che le (dis)avventure di Re Maxmagnus e del suo infido consigliere e contabile furono pubblicate sulla mitica Eureka.

A partire dal Marzo del 1968, e fino al Giugno del 1970, le brevi avventure di Re Maxmagnus e corte varia furono pubblicate su codesta pregevole rivista antologica. In questi due anni non si può certo dire che le avventure fossero ripetitive, anzi. In modo tutto sommato poco comune a quel tipo di fumetto i personaggi si evolvevano e con loro si evolveva la situazione del regno. In uno dei succitati periodi in cui era ospite delle patrie galere, infatti, l’Amministratore Fiduciario incontra un gruppo di carbonari che progettano un colpo di stato. Per aver salva la vita dalle loro minacce, il pusillanime accetta di aiutarli, certo non sottovalutando la possibilità di ottenere un guadagno da tutto quel tramare. E infatti l’Amministratore finisce per conservare il proprio posto, una volta che i rivoltosi riescono a deporre il Sovrano. E anche se sul pennone sventola una bandiera diversa, l’abilità maneggiona dell’Amministratore Fiduciario gli permette di continuare a schiacciare il popolo con tasse e gabelle, imposte e balzelli. Insomma: continua a fare allegramente i propri interessi. Dove e quando, molto bene non si sa, ma in un’epoca remota c’era questo staterello che non è poi tanto diverso da quello di in cui viviamo oggi…

Alberto Cassani