A partire da questo numero, Ink si occupa (mi auguro in maniera organica e piuttosto precisa…) di un particolare settore produttivo del fumetto: quello di derivazione, per così dire, “telefilmica”. E lo fa cominciando ad analizzare i fumetti tratti dalle principali serie di telefilm degli anni Sessanta e Settanta che hanno avuto una pubblicazione anche in Italia.

Prima di affrontare nel dettaglio l’argomento, è necessario fare una premessa: non è mia intenzione tentare qualsivoglia analisi sociologica sull’evoluzione del costume o dei gusti dello spettatore relativa al cortometraggio televisivo e tanto meno ricostruirne, anche solo parzialmente, la storia e le alterne fortune sul piccolo schermo. Quello che mi interessa puntualizzare è, ancora una volta, l’influenza che il mezzo televisivo esercitò su un certo tipo di produzione fumettistica, che potremmo definire “di largo consumo”, nonchè la lungimiranza editoriale, soprattutto americana, che trasformò quello che il pubblico aveva imparato ad amare attraverso il periodico appuntamento sul piccolo schermo, in un occasione in più per allargare il numero di fruitori ed estimatori del mezzo fumettistico. Gli istant-comics di derivazione televisiva non brillarono certo per l’eccessiva qualità artistica dei disegni o delle storie che, nella maggior parte dei casi, non riuscirono a ricreare del tutto quelle atmosfere e situazioni che avevano decretato il successo della serie di telefilm cui si ispiravano. Ciò nonostante ebbero un riscontro lusinghiero e duraturo tra i lettori, soprattutto laddove si mostrarono capaci di rinnovare, o mantenere vivo, l’entusiasmo per questa o quella serie TV e di surrogarne gli ingredienti durante i tempi d’attesa (che allora erano quasi sempre settimanali) prima di poter assistere ad un nuovo episodio o a qualche replica di qualità.

Il primo editore italiano ad intuire quali potenzialità di mercato potessero avere le versioni a fumetti di una serie televisiva di successo fu il milanese Battista Arcaini, che con la sua Casa Editrice Cenisio, dopo aver messo in atto una strategia editoriale vantaggiosa ed interdipendente con la editrice francese Sage, cominciò a pubblicare una lunga serie di albi a fumetti dedicati al beniamino televisivo di tutti i ragazzi (e non solo…) dell’epoca: il cane Rin Tin Tin.
Utilizzando buona parte del materiale che precedentemente si era realizzato negli Stati Uniti per la Dell (38 storie con i testi di Kellog Adams ed i disegni di Sparky Moore) ed aggiungendovi una lunga ed interessante serie di avventure “nostrane” scritte da Luigi Grecchi ed Ennio Missaglia e disegnate in Francia da Carlo R. Marcello e in Italia da Vladimiro Missaglia e Luciano Jeva, Arcaini confezionò una serie ragguardevole di albi di un certo successo, che apparvero in edicola per circa diciotto anni consecutivi, accompagnando sempre le numerose repliche dei telefilm con protagonista “il cane che salvò Hollywood” ed il simpatico Lee Aaker nei panni del piccolo caporale Rusty. I fumetti di Rin Tin Tin erano l’ideale prosecuzione cartacea delle intriganti avventure sul piccolo schermo ed avevano il pregio di essere disegnate con una certa accuratezza ed una notevole resa grafica (non dimentichiamoci del fondamentale apporto di un disegnatore del calibro di Carlo Marcello…); inoltre avevano la peculiarità di presentare delle storie piuttosto semplici e lineari che, comunque rispecchiavano notevolmente situazioni e tematiche tipiche del loro corrispondente televisivo. Tuttavia la trovata editoriale vincente di Arcaini era stata anche quella di accorpare alla testata di Rin Tin Tin parecchie storie di elevata qualità (prevalentemente di matrice avventurosa) con protagonisti altri personaggi comprimari, come l’asso dell’aviazione Buck Danny o il Cavaliere Sconosciuto. Ciò, lungi dal distrarre l’interesse dei giovani lettori dalla serie di testata, contribuì piuttosto ad allargarne gli estimatori e convinse l’editore a pubblicare parecchi altri albi di derivazione televisiva, tutti accomunati da un marchio comune, quel “Vedette della TV”, sorta di garanzia che, già dalla copertina, ne indicava chiaramente il riferimento al piccolo schermo.

Di lì a poco, sulla scia del successo di Rin Tin Tin, la Cenisio invase le edicole con tutta una serie di albi dedicati ai telefilm di grande popolarità, utilizzando prevalentemente il materiale già prodotto e pubblicato in America. Ecco dunque apparire una testata dedicata all’altro famosissimo cagnone hollywoodiano, Lassie, che scevro dell’eccessivo sentimentalismo che si ritrova nell’omonimo film con Elizabeth Taylor, fu protagonista di una nutrita serie di avventure dal semplice impianto narrativo e dalla resa grafica più che accettabile, nelle quali, a fargli da “padroncino” c’è un biondo ed intraprendente ragazzino sui 6-7 anni, perfettamente in linea con lo stereotipo del “simpatico orfanello” tanto caro agli americani.

A confermare il gradimento dei lettori italiani per le avventure dal solido impianto western contribuirono, invece, gli albi dedicati ad uno dei più longevi (dal 1959 al ’73!) ed internazionali successi del cortometraggio televisivo prodotto dalla statunitense NBC: mi riferisco naturalmente a Bonanza, la celeberrima epopea di frontiera con protagonisti i fratelli Cartwright (ricordate Lorne Greene nei panni del “massiccio” Ben Cartwright?), un vero e proprio clan tutto al maschile che ancora oggi riesce a catturare la fantasia dei telespettatori e a proiettarla in un immaginario narrativo fatto di fuorilegge, cowboys violenti e rissosi, pellerossa ostili e coloni in perenne difficoltà. Negli albi Cenisio, a storie di produzione interamente americana furono affiancati anche degli episodi realizzati dal nostro Fernando Fusco, che ebbero peraltro un discreto apprezzamento da parte dei lettori, tanto da indurre il Corriere dei Piccoli (nel 1963-64) a pubblicarne un’ulteriore versione a fumetti firmata da Mario Uggeri, bella ma – a mio parere – un tantino “scolastica”.

Meno conosciuta, ma caratteristica della produzione dedicata all’ indiano buono, che fece seguito al successo del film con James Stewart, L’amante indiana (diretto da Delmer Davies nel 1949), fu anche la serie a fumetti dedicata al pellerossa Penna di Falco, che apparve anche sulle pagine di Rin Tin Tin nel 1970, e cui collaborarono anche Fernando Fusco e i fratelli Missaglia. Si tratta, tutto sommato, di storie di discreto livello, probabilmente destinate ai lettori più giovani, dato l’inserimento nel loro impianto narrativo del figlioletto di un capo indiano, Penna di Falco appunto, che riveste un ruolo tutt’altro che marginale in questo West finalmente riconciliato, in cui visi pallidi e pellerossa convivono pacificamente. Se certo ben pochi si ricordano di questo telefilm western prodotto da ABC television intitolato Cheyenne e interpretato da Clint Walker, il discorso è ben diverso per la celebre saga televisiva di Lone Ranger che ebbe vita straordinariamente lunga e di successo per circa un trentennio. Anche il ranger mascherato fu trasposto in chiave fumettistica (a partire dal 1967) e affidato prevalentemente agli autori americani Paul S. Newman, per i testi, e Thomas Gill per i disegni. L’editrice Cenisio lo pubblicò in due serie, Il re della prateria e Lone Ranger, il re della prateria, e qui vi segnalo una trovata, un po’ curiosa, relativa alla prima delle due versioni (che aveva delle connotazioni marcatamente “poliziesche”) dato che alcune storie, che venivano denominate ad “enigma”, contenevano degli indizi disseminati nella narrazione che permettevano di giungere alla soluzione dell’episodio e che quest’ultima veniva poi data proprio con la vignetta finale.

Chiudiamo l’elenco relativo ai comics book di ambientazione western (anche se in epoca moderna) con un altra serie televisiva molto popolare, che più volte ci è stata riproposta dalla Rai e dalle altre emittenti private ed è diventata un po’ “famigerata” soprattutto a causa di una sigla, maledettamente commerciale, che a lungo ci ha tormentato dal piccolo schermo: non è difficile capire che mi riferisco agli ingenui telefilm del cavallo Furia (anche conosciuto come “la furia del West”)… Relativamente alla versione a fumetti delle avventure dello stallone nero c’è subito da sottolineare un’approssimazione di fondo: i primi albi pubblicati da Arcaini hanno un background narrativo diverso rispetto a quello dei telefilm effettivi di Furia e questo perchè si riferiscono ad una vecchia serie televisiva in cui il nostro stallone nero era stato, per colpa di traduttori televisivi pedestri e dei soliti burocrati Rai, addirittura trasformato in “Frida”, intraprendente cavallina femmina…! Ed infatti Frida è protagonista di dieci episodi, a periodicità mensile tra il 1961 e il ’62, e poi passa alla cadenza settimanale, diventando a tutti gli effetti il Furia cui siamo abituati. I disegni e le storie di questa testata sono spesso affidati ad un gruppo di autori alle prime armi e soffrono purtroppo di una certa staticità e limitatezza espressiva; a complicare le cose poi, interviene anche l’eccessiva rigidità degli schemi narrativi che, in fin dei conti, ricalcano sempre lo stereotipo del tizio che si mette nei guai e del super-cavallo che, con la sua intelligenza e versatilità, troverà il sistema per salvarlo. Nonostante ciò i fumetti di Furia incontrano un discreto successo di pubblico e proseguono per un totale di 52 fascicoli, che vengono interamente realizzati da uno staff tutto italiano, coordinato da Gianni Bono.

Sul finire degli anni Sessanta, la “Bond-mania” aveva raggiunto vertici impensabili e tutta la cinematografia mondiale era, in qualche modo, rimasta influenzata dal grande successo dell’agente segreto con licenza di uccidere: sul grande schermo le imitazioni, i cloni e le variazioni sul tema, si sprecavano (nella maggior parte dei casi con risultati addirittura risibili…) e anche la tivù cominciava a lanciarsi sulla falsariga del genere. Ad onor del vero gli unici telefilm memorabili con un’ambientazione fanta-spionistica furono, accanto alla celeberrima serie degli Agenti Speciali (The Avengers) e a quella, sempre prodotta dalla ITC inglese, e incentrata sulla figura de Il prigioniero interpretato da Patrick McGoohan, quelli dell’americana NBC, con protagonisti Robert Vaughn e David McCallum e noti con il titolo de L’uomo della UNCLE. Quest’ultima serie di telefilm, oggi oggetto di un vero e proprio culto collezionistico, ebbe un buon successo anche da noi e consentì ad un attore “di classe”(ma forse troppo sofisticato) come Robert Vaughn, di acquisire una discreta popolarità nei panni del temerario agente segreto americano Napoleon Solo, impegnato in una inconsueta collaborazione con un ineffabile e misterioso 007 russo, Illya Kuryakin, interpretato dal biondino David McCallum. Naturalmente anche il mondo del fumetto non tardò ad approfittare di questa loro notorietà, infatti l’americana Gold Key realizzò ben ventidue episodi con protagonista “L’uomo della UNCLE”. Si trattava di comic book di un certo livello, disegnati prevalentemente da George Tuska e Werner Roth e scritti da Marshall McClintock assieme al solito Paul S. Newman. La serie, in Italia non andò molto bene, soprattutto perchè l’allora direttrice della Cenisio, Carla Arcaini, la pubblicò parzialmente e con una periodicità decisamente inopportuna (dapprima trimestrale e poi addirittura ogni sei mesi!) e tanto bastò perchè sulle originali peripezie dell’agente della UNCLE calasse per sempre il sipario e si riacutizzasse, anche nei fumetti, il clima da “guerra fredda”.

A consacrare definitivamente il boom della strana coppia nel poliziesco televisivo, arrivarono di lì a poco due grandi mattatori del piccolo e grande schermo: il “very english style” Roger Moore e il simpatico e scanzonato Tony Curtis, grande star hollywoodiana alla soglia della maturità, sia fisica che artistica. La serie di telefilm The Persuaders che li vide protagonisti sui teleschermi di mezzo mondo, e che da noi fu ribattezzata (con un certo pressapochismo…) Attenti a quei due, nonostante un numero non certo elevato di episodi, incontrò subito un grande successo di pubblico che, soprattutto in Europa, raggiunse connotazioni da mito. La spiegazione non va ricercata soltanto nell’idea, già di per sè vincente, di coinvolgere due personaggi così antitetici e astutamente stereotipati come l’americano, intraprendente ed un po’ gradasso, di Curtis (Danny Wilde) e l’aristocratico, un po’ dandy e cerebrale di Moore, (lord Brett Sinclair), quanto nel dosare con grande abilità e sapiente senso dello spettacolo tutti gli elementi tipici della spy-story e del poliziesco d’azione, senza però mai sconfinare in un genere dalle connotazioni troppo definite e facendo anche molta attenzione che il duo mantenesse una perfetta simbiosi per tutto lo sviluppo della vicenda. I telefilm di “Attenti a quei due” sembravano fatti apposta per un’efficace trasposizione fumettistica (prevalentemente destinata ai lettori adolescenti e agli adulti) ed infatti una prima breve serie, realizzata da un team di fumettisti inglesi, fu pubblicata nel 1972 sul periodico Qui Giovani. Nel 1975 la casa editrice Cenisio pubblicò invece cinque albi a loro interamente dedicati, con periodicità trimestrale e con una ventina di episodi circa, scritti prevalentemente da Victor Mora e disegnati da Jose Ortiz e Carlo R. Marcello. Si tratta di fumetti tutto sommato di discreto livello e anche ben disegnati che, comunque, non riescono affatto a restituire la spensierata (ma sempre avvincente!) atmosfera del telefilm, magistralmente sostenuta da due protagonisti ben affiatati e in stato di grazia e da una confezione molto accurata sia nelle musiche che nelle ambientazioni.

Fanalino di coda per questa succosa panoramica sulle pubblicazioni della Cenisio (che per la maggior parte sono costituite da albi con doppia pagina a colori alternata al bianco e nero e allettanti copertine derivate da fotogrammi del telefilm o foto ridisegnate) è da considerarsi l’albo della collana Vedette TV che ha per protagonista Il ragazzo del circo e che riprende una piccola serie televisiva, di ambientazione circense, realizzata sul finire degli anni Cinquanta dalla NBC/ABC americana. Le storie di questo simpatico ragazzino di nome Corky (è l’attore Mickey Braddock), un po’ inserviente, un po’ factotum e al seguito di un grande circo, nonostante siano ben disegnate da Dan Spiegle e raccontino di intrighi, amicizie e rivalità, in questo microcosmo popolato di personaggi affascinanti ed animali esotici, non ebbero successo in Italia e Carla Arcaini di fatto nè mandò in edicola un solo numero, attualmente molto ricercato dai collezionisti.

Gianpaolo Saccomano