Quando la Glenat Italia iniziò la pubblicazione del suo Batman quindicinale, nel 1992, sulla copertina del primo numero si leggeva “Jason Todd è Robin in Crime Alley”. Jason Todd, il secondo Robin, fu ucciso a mazzate dal Joker pochi mesi dopo, per volere dei lettori, in una storia scritta da Jim Starlin che Lorenzo Guerriero definì su Wow nuova serie “stupida, improbabile, sciatta e cialtrona”. Lo sceneggiatore che creò quel Robin era Max Allan Collins, già noto per il suo lavoro come sceneggiatore di Dick Tracy (dal 1977 al 1993) e per aver scritto una marea di romanzi che avevano a che fare con quello che negli Stati Uniti si chiama true crime, ossia la narrazione di reali eventi di cronaca nera. In realtà, Collins ha frequentato soprattutto il sottogenere della true crime fiction, creando il personaggio di Nathan Eller, un ex braccio destro del gangster Frank Nitti che lascia la Mafia di Chicago per mettersi a fare il detective privato, ritrovandosi spesso invischiato in casi reali, come l’omicidio della Dalia Nera, e facendo vincere al suo autore numerosi premi letterari. Ma di tutto questo, noi italiani non ne sappiamo nulla. E continueremo probabilmente a non saperne nulla, perché i suoi libri da noi non si trovano e non è detto che con l’uscita della versione cinematografica del suo miglior lavoro fumettistico le cose cambino.

Road to Perdition era stato concepito all’interno di un progetto a cura di Andrew Helfer, all’epoca editor della Paradox Press, che doveva pubblicare in formato libro una serie di romanzi a fumetti scritti da giallisti e suddivisi in tre parti. Era il 1994 quando Collins accettò di collaborare alla serie di Helfer, era il 1998 quando il volume vide finalmente la luce. Molto era successo, nel frattempo. La serie della Paradox aveva ottenuto ottime recensioni, ma il formato poco si addiceva al pubblico fumettistico statunitense, e le vendite latitavano. Road to Perdition sarebbe stata l’ultima storia della serie, tant’è che fu pubblicata in un unico volume invece che in tre tomi divisi, come previsto. Helfer e Collins avevano scelto come disegnatore Richard Pyers Rayner, buon artista inglese dotato di un segno estremamente efficace ma vergognosamente lento nel lavoro. È sua, in massima parte, la colpa dei quattro anni di lavorazione. Ma è sua anche parte della responsabilità per l’ottima riuscita del fumetto, uno dei migliori esempi del genere, quello gangsteristico ma anche quello, già citato, della true crime fiction.

Avete forse sentito parlare delle città gemelle del Minnesota, Minneapolis e Saint Paul. Le Tri-Cities, invece, sono tre città gemelle che sorgono sulle rive del Mississippi, sul confine che divide l’Illinois dall’Iowa. Le tre città sono Rock Island, Davenport e Moline. Nel periodo immediatamente seguente la Grande Depressione, quando il proibizionismo rendeva la Mafia ricca come non mai, le Tri-Cities erano in mano alla banda di John Looney, un avvocato irlandese affiliato alla gang di Al Capone. Il braccio destro di John Looney non era suo figlio Connor, personaggio quantomeno bizzarro, ma Michael Sullivan, orfano cresciuto sotto l’ala protettrice del boss. Sposato con due figli piccoli, Michael jr. e Peter, Sullivan era il braccio armato di Looney, tanto da essere noto nell’ambiente come l’Arcangelo della Morte. Eppure Sullivan aveva buon senso: non sparava se non quando necessario, ma se era necessario non si faceva problemi a sparare. Un po’ diverse erano le abitudini di Connor Looney, estremamente irritabile e piuttosto fuori di testa. Una sera, Michael e Connor vengono mandati a convincere un commerciante a riprendere a pagare la protezione. Di fronte al secco rifiuto dell’uomo, Connor gli spara in pancia. Ne nasce uno scambio di colpi che vede i soli Michael e Connor sopravvivere. Soli? In realtà, il piccolo Michael jr. si era nascosto nell’auto di papà ed ha assistito a tutta la scena. Preoccupato che il ragazzo possa prima o poi parlare, Connor tenta di ucciderlo. Padre e figlio sono quindi costretti alla fuga, ma Michael sr. non ha intenzione di farla passare liscia alla famiglia Looney, anche se questo vuol dire mettersi contro Al Capone. E certo non sembra una soluzione praticabile quella di vendersi all’agente FBI Eliot Ness…

Road to Perdition è un ottimo esempio di come si deve inserire una storia all’interno della Storia, alla faccia dei tentativi poco riusciti che alcuni giovani sceneggiatori italiani hanno fatto negli ultimi anni. Sicuramente avrete già sentito almeno due dei nomi citati nel paragrafo precedente: Capone e Ness, che nel nostro immaginario assumono i volti di Robert De Niro e Kevin Costner ne Gli Intoccabili. Ma anche John Looney e suo figlio Connor sono personaggi realmente esistiti. Looney era un editore che sfruttava i propri quotidiani per ricattare i politici locali e che collaborava con Al Capone per tutto, dalla prostituzione al gioco d’azzardo. La componente di fiction di questo fumetto è la famiglia Sullivan. Eppure… eppure la Storia narra che John Looney avesse un luogotenente temutissimo che, per motivi ignoti, venne di punto in bianco rinnegato dal suo boss. Quel luogotenente non era, ovviamente, Michael Sullivan, ma la fantasia di Max Allan Collins, e la sua capacità di sfruttarla a fini narrativi, è sufficiente per farci credere che avrebbe potuto esserlo.

Max Allan Collins è nato e cresciuto a due passi dalle Tri-Cities (che adesso sono diventate Quad-Cities, con l’aggiunta di Bettendorf), e ha sempre ambientato le sue storie in quell’area, prendendo spunto dai fatti di cronaca dell’epoca. Uno dei temi che più ha raccontato, nella sua carriera fumettistica come in quella narrativa e cinematografica (ha diretto due lungometraggi e un corto) è il rapporto padre-figlio (che nei suoi film è diventato madre-figlia). Road to Perdition non fa eccezione: è la storia di un padre pronto a tutto per difendere il proprio figlio, e di un altro padre che non esita a schierarsi a fianco del proprio figlio, pur sapendo che quest’ultimo ha commesso un grave errore. La Mafia, il gangsterismo, sono solo l’ambientazione per questa storia; il rosso del sangue che i personaggi versano, non è altro che la cornice.
Il tema non è certo nuovo. Collins stesso ha dichiarato di essersi ispirato ad un fumetto giapponese, Kozure Okami (negli States Lone Wolf and Cub), di cui in Italia abbiamo potuto vedere la serializzazione a cartoni animati molti anni fa. Questo manga di Kazuo Koike raccontava di un samurai tradito dal proprio Shogun, costretto a vagare alla ricerca di vendetta insieme al suo giovanissimo figlio. La contrapposizione di brutalità e tenerezza narrata in questo fumetto, incrociata con esperienze cinematografiche quali Gangster Story di Arthur Penn o i film di John Woo, e mediata dalla loro sensibilità artistica, hanno portato Collins e Rayner a realizzare questo straordinario fumetto. Fumetto che Hollywood ha da poco trasposto su grande schermo; fumetto che nel press-book italiano del film, e di conseguenza su alcune riviste specializzate, viene erroneamente etichettato come ‘romanzo illustrato’.

Non c’era alcun dubbio su quale fosse il film più importante del Festival di Venezia 2002. Nel mare di cartelloni pubblicitari che tappezzavano il versante est del Lido, l’immagine di Tom Hanks che cammina sotto la pioggia insieme al figlio era certamente la più frequente. L’opera seconda di Sam Mendes, celebrato regista di American Beauty, sembrava dover essere un gangster movie visto attraverso gli occhi di un bambino; piuttosto dark, curatissimo tecnicamente e benissimo interpretato. Era mio padre, il terrificante titolo che la Fox italiana ha dato alla pellicola, si è invece dimostrato un film effettivamente realizzato in maniera eccellente, ma retorico e pieno di buoni sentimenti, del tutto privo di cattiveria e con una recitazione inferiore alle attese. Anche se poi, pensare che Tom Hanks e Paul Newman siano stati battuti da Stefano Accorsi per il premio al miglior attore fa ancora venir freddo…

Tradire il testo di origine non è necessariamente un difetto, ma spesso può essere un errore. In questo caso lo sceneggiatore David Self (già autore degli script di Thirteen Days e The Haunting) ha tagliato di netto metà degli elementi del fumetto, aggiungendone degli altri per dare coerenza alla pellicola ma finendo così per snaturare il racconto. Non solo ha cambiato il nome Looney in Rooney, e non solo ha eliminato del tutto le figure di Ness e Capone, che avrebbero di certo colpito lo spettatore ma avrebbero rischiato di spostare il centro d’attenzione in altri luoghi che non la star protagonista, e ancora, non solo ha inventato il sicario-fotografo interpretato da Jude Law che ribalta completamente il senso del finale ideato da Collins. Senza scendere in quello che nell’era di Internet viene definito spoiler, ossia la rivelazione di elementi la cui conoscenza rovina la visione, Collins ha dato alla sua storia un finale duro, che lascia ai personaggi ben poca speranza nel futuro e che è in linea con l’ambiente mafioso in cui il fumetto si ambienta. Di contro, la soluzione adottata da Self lascia nello spettatore il dubbio sulla reale volontà del gangster Frank Nitti (nel fumetto solo un cameo, per lui) di arrivare a quella conclusione, e soprattutto offre una speranza nel mondo e negli altri che in quell’ambiente, in quell’epoca («oggi “tempi duri” è solo un modo di dire, ma credetemi: io c’ero, e quei tempi erano davvero duri»), proprio non hanno ragione di esistere.

Non solo, si diceva. Non solo Self ha fatto quanto appena scritto, ma ha soprattutto reso il racconto una parabola sui buoni sentimenti, sull’amore paterno e sulla purezza d’animo («nessuno di noi andrà in Paradiso» – «Michael potrebbe»). Ha raccontato una storia irritante da tanto è carica di buonismo, una storia prevedibile e piena di luoghi comuni, una storia certamente in grado di far abboccare chi entra in sala pronto a credere acriticamente a tutto, ma che alla resa dei conti appare come un faro che vuole illuminare il cammino lungo la strada maestra, la strada che porta in Paradiso. Ma sulla strada che porta alla Perdizione, la strada tracciata da Max Allan Collins, nessuno può pensare di andare in Paradiso. Nemmeno un bambino.

Alberto Cassani