Giorgio Trevisan, nell’immaginario comune, è legato soprattutto alla saga in cui Ken Parker si ritrova a recitare l’Amleto a fianco di una sosia di Marilyn. Inframmezzate a tavole puramente western, le parole di William Shakespeare presero vita in maniera meravigliosa nelle illustrazioni di Trevisan. Eppure, il disegnatore meranese ha avuto una carriera davvero lunga, non sempre nota al grande pubblico, realizzando fumetti non solo western e collaborando con diverse case editrici, non solo italiane. Ci sembrava giusto fare quattro chiacchiere con lui e farci raccontare i risvolti della sua carriera, segnata dall’amore per il west statunitense, ma non solo.

Una domanda classica: come si è avvicinato al fumetto?
Ho sempre avuto la passione per il disegno e la pittura: durante la guerra stavo molto in casa, e disegnavo. Avevo una favolosa Enciclopedia dei Ragazzi della UTET, piena di illustrazioni dell’800 inglese. C’erano delle favole illustrate al tratto, riproduzioni di quadri del periodo preraffaellita, c’era Doré… Tutte cose molto belle, così mi sono impregnato di questa cultura un po’ mitteleuropea. Disegnavo sempre: al liceo mi mettevo all’ultimo banco – i professori sapevano che stavo attento ugualmente – e copiavo i disegni di Leonardo, oppure facevo disegni ispirati alla letteratura o alla poesia.

Non ha fatto scuole artistiche?
Io sono di Merano, in Alto Adige, e per fare la scuola d’arte bisognava andare a Padova, a Venezia, oppure in Val Gardena. Ho fatto il liceo classico e poi ho un tentativo di università, perché mi avevano convinto che se prendevo un laurea avrei avuto tempo di dipingere pur essendo una persona seria… Ma al primo esame ho capito che non era la mia strada: io volevo disegnare.
Avevo fatto un fumetto ispirato all’eroe altoatesino Andreas Hofer, una specie di Frà Diavolo che combatteva per la libertà del Sud Tirolo contro i bavaresi alleati di Napoleone. Ho cominciato a spedire i miei disegni agli editori di fumetti, che allora erano tantissimi. Ogni tanto ricevevo risposta, e la cosa mi faceva ben sperare. Così ho preso il coraggio a due mani e con due soldi e la moglie a braccetto sono partito per venire a Milano. Era il 1956, avevo ventun’anni, ero già sposato e avevo due bambine.
A Milano è subentrata la Provvidenza, che mi ha fatto passare la notte da un amico che abitava sopra un disegnatore di fumetti. Questo disegnatore ha dato un’occhiata ai miei lavori e il giorno dopo mi ha portato dal suo capo, Rinaldo D’Ami, il quale proprio allora stava iniziando ad organizzare lo studio Dami, che è poi diventato il centro di tutti i disegnatori italiani. La cosa curiosa è che quando mi sono presentato in questo posto – dove c’era solo una stanzetta in cui lavoravano 6 o 7 disegnatori e l’ufficio del capo: un posto un po’ sciatto ma che a me sembrava il Paradiso – Dami mi ha fatto vedere una lettera che mi aveva spedito a Merano il giorno prima chiedendomi di andare da lui!
Rinaldo era un maestro eccezionale: era un dittatore, una persona insopportabile, però ha insegnato tantissimo a un sacco di gente, perché bisogna essere cattivi. Mi ha chiesto quale fosse il mio disegnatore preferito, io ho detto Mario Uggeri perché è un grande a disegnare cavalli, e lui mi ha dato un pacco di disegni di Uggeri da copiare: in ogni vignetta dovevo prendere tutte le figure da Uggeri, perché se uno non copia non impara. Studiando il lavoro di Leonardo si capisce che ha imparato copiando il Verrocchio. Come il pianista ha bisogno di muovere le dita sulle note di qualcun altro, così il disegnatore deve capire e imparare tutti i messaggi iconografici della grammatica del disegno, e questo si può fare solo studiando un disegnatore bravo.

Cosa le facevano disegnare?
Quando sono arrivato, lo studio aveva appena cominciato a collaborare con la Amalgamated Press per la Collana Eroica. Mi hanno messo a fare le matite di Cherry Brandy, che era un personaggio western ispirato ad un co-protagonista dello Steve Canyon di Caniff. Era un vecchietto con il naso a patata e la barba rotonda che vestiva in jeans e indossava sempre un cappello del Settimo Cavalleggeri, il classico vecchietto del west che parla con la voce chioccia ma ambientato in epoca moderna. Dami ne aveva fatto un cercatore d’oro nel west e lo stava pubblicando in Francia. Dopo alcuni mesi mi hanno messo a disegnare aeroplani e carri armati: la Amalgamated Press aveva 50 pubblicazioni di vario genere, dal sentimentale all’avventuroso, al western, e noi ci eravamo buttati a pesce perché pagavano il quadruplo di quello che si pagava in Italia. Il Vittorioso ha chiuso per quello: non c’erano più disegnatori! Prima che chiudesse, io ho finito una storia di Gino D’Antonio su Alessandro il Grande. Per noi D’Antonio è stato un maestro: l’abbiamo copiato tutti, specialmente nelle cose di guerra, nelle uniformi, nei cappelli…
Poi, nel 1959, Dino Battaglia aveva avuto l’incarico dal Corriere dei Ragazzi di fare una pagina di soldatini della guerra del 1859. Lui però non aveva capito che Giovanni Mosca, che a quel tempo era il direttore, voleva dei soldatini da ritagliare, e aveva composto un bellissimo paginone illustrato. L’hanno stampato ugualmente perché era troppo bello, ma hanno affidato a me il compito di fare i soldatini da ritagliare. Così sono diventato il più giovane collaboratore del Corriere dei Ragazzi.

Ed è rimasto a lavorare con loro?
Magari! Io sono un tipo molto leale, allora ho collaborato da esterno con il CdR facendo una lunga serie di soldatini da ritagliare e contemporaneamente facevo i fumetti di guerra per D’Ami. Ho fatto un paio di storie per il CdR, poi sono venuto via da Milano dopo sette anni che ci abitavo.
In effetti il salto di qualità l’ho fatto quando sono tornato ad est, staccandomi dal Maestro: sono diventato di colpo più bravo, forse perché la paura di sbagliare era grande, anche se lavoravo sempre in funzione di ciò che avrebbe detto Rinaldo. La tecnica del tratteggio tipo acquaforte, che si vede benissimo in Sherlock Holmes, era sempre stata in me ma l’ho usata per la prima volta quando ho fatto delle illustrazioni per Mondadori su Melville e Poe per i libretti che regalavano agli abbonati di Epoca, Arianna e simili.
Negli anni ’70 ci fu un momento di crisi del fumetto e io avevo una famiglia da mantenere. Un giorno mi chiama un editore da Milano offrendomi di disegnare fumetti che lui definiva erotici ma che in realtà erano pornografici, e la mia coscienza mi ha dissuaso dall’accettare. Due giorni dopo mi telefona la Dardo offrendomi di disegnare Medium, pagandomi più di quello che mi aveva offerto il tipo del fumetto ‘erotico’. Lì ho visto che quando si vuole rigar dritti si ottiene molto spesso una ricompensa immediata. Solo che Medium lo portavo avanti da solo, il che è impossibile: dopo 7-8 numeri ha chiuso e mi hanno fatto fare storie di guerra. Ne ho fatta anche una ambientata a Cassino durante la seconda guerra mondiale, in cui ho disegnato i marocchini, cosa che nessuno aveva mai fatto…

A proposito: quelli che sanno disegnare mi dicono che le cose più difficili sono proprio i cavalli e le persone di colore…
Direi di no. Mia figlia dipinge, e una volta mi ha detto una cosa: non è importante saper disegnare bene, è importante saper guardare bene. Nelle scuole d’arte, all’inizio del corso, mettono una sedia sulla cattedra e chiedono agli allievi di disegnarla. Di solito la disegnano tutti vista dall’alto, perché invece di guardare la sedia sulla cattedra si rifanno all’immagine di sedia che hanno nel cervello. Questo è sbagliatissimo: dobbiamo sempre guardare le cose per quelle che sono, e non si guardano mai abbastanza.
Per disegnare gli Apache io copiavo i vietnamiti, perché avevo un sacco di fotografie a disposizione. Non è difficile fare i cavalli, se si amano e si studiano. Non è difficile fare niente, se lo si ama. Io faccio fatica a fare i disegni geometrici delle case moderne, anche se quando le faccio dicono che le faccio bene: preferisco le persone e gli animali. È per questo che mi piace il west: perché c’è la possibilità di fare la natura, gli alberi, le case di legno… Per me il western era un po’ quello che era per Sergio Leone: era l’800 e il principio del ‘900 italiano ed europeo. I cowboy erano vestiti come i nostri contadini, con quel tipo di panno, con lo stesso gilet, con quei vestiti… Io mi sono ispirato moltissimo alle fotografie di fine secolo di questi personaggi particolari, che sembrano tutti western. Anche per dargli un sapore, per farli sembrare più vivi.
Mi piacerebbe moltissimo disegnare fiabe, ma ne ho potute fare molto poche. Ho disegnato le leggende dell’Alto Adige per Pagine di Ecologia: facevo i riassunti a fumetti delle leggende delle Dolomiti, che sono un’epopea in qualche modo paragonabile a quella dei Nibelunghi. Un etnologo austriaco della fine dell’800, Karl Felix Wolf, ha raccolto queste leggende girando i ‘Monti Pallidi’ e facendosi raccontare le storie dai pastori. Il suo libro mi aveva colpito moltissimo, proprio per il modo diverso di raccontare storie di streghe e giganti rispetto all’atmosfera nordica. Non c’è quella solennità tetra che c’è nel nord, c’è sempre un raggio di sole che sbuca da qualche parte.

Con Berardi e Milazzo com’era entrato in contatto?
È stato Calegari che mi ha telefonato da Genova. Sono andato là e ho parlato con Berardi, poi mi hanno dato la sceneggiatura di Una città calda. Al tempo di Ken Parker, Berardi si limitava a scrivere la sceneggiatura senza mandarmi anche i lay-out di ogni pagina come invece fa adesso. Da una parte mi facilita il lavoro, ma è certamente una cosa costrittiva.

Su Ken Parker ha disegnato l’Amleto, che è forse una delle cose più belle, sicuramente una delle più celebrate, della storia del personaggio…
Anche secondo me. Solo che mi dava molto fastidio che la mia storia, che avevo fatto con un amore straordinario, fosse mescolata con la storia western, anche se era una bellissima idea. Purtroppo a Milazzo piace disegnare le cose scurrili, che a me invece danno fastidio, e allora c’erano scene di nudo e di sesso… Adesso l’editore Le Mani ha estrapolato tutto l’Amleto, solo le mie tavole, e lo pubblica in edizione speciale, come quella di Sherlock Holmes.

Secondo lei cos’era la componente che faceva spiccare Ken Parker rispetto alle altre serie?
Il fatto che Berardi sia un grande! Delle volte è un pasticcione, perché inizia una storia con un’idea e la finisce con un’altra, ma è davvero una persona che ha una sensibilità, una cultura e un amore per quello che fa veramente eccezionale. Le sue storie sono molto umane, piene di sentimento. Io poi mi ci innamoravo, mi commuovevo, ci piangevo… Le storie di Berardi hanno sempre un fondo di bontà, di ricerca dei valori giusti. Il suo eroe western aveva i sentimenti e il modo di pensare di oggi.

Adesso invece disegna Julia…
Non l’ho ancora ripresa, perché sto lavorando a delle storie per una casa editrice religiosa di Barcellona, che racconta a fumetti le storie dei fondatori degli ordini ecclesiastici. Io tra l’altro ho lavorato moltissimo per il Messaggero dei Ragazzi, che è un peccato non stia andando molto bene. Una volta il direttore era un frate che era innamorato dei fumetti. Faceva lavorare Toppi e Battaglia insieme al sottoscritto perché loro erano i migliori che c’erano, e io perché abito a 30 km da Padova… Riusciva a farli lavorare per lui perché sapeva valorizzarli: aveva organizzato anche una mostra al Santo di Padova che fu una cosa favolosa… Per i frati di Sant’Antonio, poi, ho fatto delle illustrazioni che sono esposte nella mostra del Santo, sotto forma di diapositive due metri per due, che rendono molto più evidenti le pennellate con cui le ho dipinte.

Ma come mai disegna Julia e non un western, visto che la stessa casa editrice ne pubblica un paio?
Perché nessuno me l’ha proposto! Berardi mi ha proposto Julia, e la cosa in principio è stata traumatica. Io soffro moltissimo a pensare e vedere le scene di violenza, e nel primo numero di Julia c’era una storia orribile, sotto questo aspetto. Invece Berardi mi ha scritto una storia senza massacri. Poi in Rosso Natale abbiamo raccontato la storia un gruppo di Babbi Natale rapinatori, e il personaggio che aiuta Julia a risolvere il caso, e che si scopre essere il vero Babbo Natale, sono io, con un po’ più di pancia. Comunque Julia la riprenderò molto presto, sto aspettando il soggetto.

E poi dipinge…
Sì, l’ho sempre fatto. La pittura è una necessità, per me: la vita senza pittura mi sarebbe abbastanza difficile.

Alberto Cassani