Qualche anno fa Rudy Salvagnini, in un suo saggio pubblicato sulla rivista Segnocinema, affermava a chiare lettere che più o meno tutti i tentativi di trasferire i protagonisti e le caratteristiche di un fumetto sul grande schermo cinematografico prima o su quello televisivo poi, avevano pesantemente deluso le aspettative e che, conseguentemente, queste due forme d’espressione avevano finito col vivere un cammino sempre parallelo e perciò impossibilitato a trovare qualsivoglia punto di convergenza. Premesso che secondo me non aveva tenuto in debita considerazione pellicole del livello del Batman di Tim Burton o Superman di Richard Donner e che i recenti Blade nonchè From Hell – La vera storia di Jack lo Squartatore, o lo sfolgorante successo dello Spider-Man di Sam Raimi erano ancora di là a venire, io non sarei poi così categorico e mi spingerei al punto di affermare che esistono casi in cui fumetto e cinema hanno raggiunto un buon livello di interazione e, in un certo qual modo, si sono completati a vicenda senza per questo tradire le rispettive modalità espressive.

Proprio per sostenere le mie convinzioni prenderò in considerazione uno dei generi fumettistici più popolari e più “antichi” del settore, cioè quello del “western classico” e lo farò cominciando con un vero simbolo del western-classico a fumetti: l’ormai “mitico” Lone Ranger. Il personaggio del “ranger solitario”, che fu creato per la radio nel 1933 dall’eclettico Fran Striker, divenne ben presto un vero prodotto multimediale ante-litteram, visto che fu successivamente proposto in versione televisiva, fumettistica e cinematografica e sempre accompagnato da un buon merchandising. Il suggestivo cavaliere mascherato che, in compagnia del fido indiano Tonto, carica la sua pistola con proiettili d’argento e cavalca il fremente Silver, anch’esso ferrato d’argento, ha molto a che spartire con il personaggio di Robin Hood del quale però stravolge, in maniera decisamente originale, l’ambientazione, collocandola tra le sconfinate praterie del west americano.
La prima trasposizione televisiva del ranger solitario fu trasmessa il 15 settembre del 1949 e interpretata da Clayton Moore nel ruolo di protagonista e da Jay Silverheels in quello del suo pard Tonto. Si trattò dell’inizio di una lunga serie destinata a riscuotere enorme popolarità, derivata però non dai fumetti, ma dallo show radiofonico della WXYZ Detroit Radio, che aveva consacrato il successo del personaggio. La relativa comic-strip comparve solo a partire dal 1938 e proseguì imperterrita fino al 1971. A scriverne i primi fondamentali episodi fu lo stesso Striker, che ebbe l’intuito di affidarli ad un disegnatore dallo stile semplice, ma piacevole, come Ed Kressy che, una volta messa a punto la grafica, fu però sostituito da Charles Fiandre, un buon artigiano che aveva già realizzato diversi albi per Agente segreto X-9, Tim Tyler e Robin Hood.

Oltre a Lone Ranger, non sono in realtà molti i comics statunitensi di ambientazione western che valga davvero la pena di ricordare.Tra essi c’è però senz’altro la serie con protagonista Red Ryder, personaggio creato da Fred Harman a metà degli anni Trenta. Il cavaliere con la camicia rossa e il grosso bandana al collo ebbe, ai tempi, una certa popolarità, e non soltanto per la pulizia e l’accuratezza del tratto grafico, ma anche per la “robustezza” classica delle sue avventure nelle quali sono pienamente rispettate tutte le tematiche e le situazioni tipiche della migliore epopea western. Ne furono girati anche dodici episodi cinematografici diretti, nel 1940, da William Witney e John English e discretamente interpretati dall’attore Don Barry. Il riscontro di pubblico fu piuttosto buono ed indusse alla successiva realizzazione di venticinque altri cinefilm, che furono diretti da registi vari e stavolta interpretati da una terna di attori meno popolari: Will Bill Elliot, Jim Bannon e Allan Lane.

Alla fine degli anni Quaranta, il personaggio di Red Ryder (che da noi non ebbe mai molto gradimento…) cominciò ad imboccare il viale del tramonto e fu ben presto surclassato dal fascino latino e dall’irresistibile brio dell’avventuriero messicano per eccellenza, mi riferisco a Cisco Kid, personaggio romanzesco creato dallo scrittore O. Henry, cui la penna di Rod Reed e le magistrali matite di Josè Luis Salinas, conferirono da subito una lunga e incondizionata fama fumettistica. Il “caballero messicano” dal sorriso facile ed accattivante, con la sua mise elegante e ricercata, tutta rifinita in argento, si distacca dallo stereotipo classico del rude cowboy frontaliero e dallo sceriffo tutto d’un pezzo cui certo cinema hollywoodiano e molta letteratura popolare ci avevano abituato. Egli è infatti una sorta di avventuriero itinerante che in compagnia di Pancho, un corpulento e simpatico messicano, insegue i fuorilegge e lotta contro le ingiustizie, soprattutto nel sud degli Stati Uniti. A dare a lui la caccia, in particolare nei primi episodi, sono soprattutto le belle signore e senoritas che incontra sulla sua strada, dato che è innegabile il suo fascino latino, al punto che il disegnatore Salinas fu costretto, dopo qualche tempo, ad accentuarne la connotazione “yankee” per andare maggiormente incontro ai gusti dei lettori americani. Va notato che le avventure di Cisco Kid ebbero una trasposizione cinematografica di un certo rilievo ancor prima di essere realizzate a fumetti (si girarono circa venti film tra il 1929 e il 1950, tutti diretti da registi diversi) ed in particolare la prima di queste pellicole, diretta nientemeno che da Raoul Walsh, viene ricordata come il primo film sonoro girato in esterni nella storia di Hollywood. A cimentarsi nel ruolo del cavaliere messicano si alternarono diversi attori, anche di un certo calibro, come Cesar Romero, Warner Baxter e Duncan Renaldo, che fu anche il protagonista di una lunga serie di telefilm a colori prodotti negli anni Cinquanta.

A questo punto è doveroso sottolineare ai nostri lettori che tutta la produzione cinematografica cui faccio riferimento in questo articolo non è affatto facile nè da reperire, nè da visionare, anche fosse soltanto in videocassetta, essendo stata scandalosamente relegata in una sorta di dimenticatoio da parte delle case cinematografiche. Il discorso cambia se ci si riferisce invece ai telefilm e ai tv-movie che, per fortuna, ogni tanto grazie alle emittenti private o ai canali satellitari, godono ancora di qualche passaggio televisivo. Se poi vogliamo, invece, prendere in considerazione dettagliatamente tutti i telefim ed i serial televisivi prodotti nel mercato statunitense che, pur non avendo avuto da noi alcun passaggio televisivo, furono comunque tratti da comics-strip, tavole domenicali o albi a fumetti, non basterebbe davvero un intero numero di Ink, ecco perchè mi limito a fornirvene un elenco sommario e – voglio sperare – di agile lettura. In ordine più o meno alfabetico, comincerei con Broken Arrow del 1956-58, Buffalo Bill Junior e Cheyenne del ’55, Cimarron strip con Stuart Whitman, Colt.45 del 57-60, seguiti da Daniel Boone e Davy Crockett entrambi interpretati da Fess Parker, non dimentichiamoci di The deputy del ’59-’61 che ebbe come protagonista nientemeno che Henry Fonda, e poi Frontier Doctor, diretto da Alex Toth, cui segue Gene Autry, telefilm che fu piuttosto longevo (’50-’60) e fu trasposto anche in strisce quotidiane.

E’ poi la volta del classico Hopalong Cassidy, intepretato da William Boyd, cui vanno aggiunti, alla fine degli anni Cinquanta, anche Jim Bowie e Johnny Ringo; cito inoltre Lancer, Laramie e The Lawman, nonchè The legend of Jesse James, senza dimenticare il più famoso (perchè ripreso in un recente film interpretato da Mel Gibson e diretto da Richard Donner) Maverick ,serial televisivo che vantava già allora attori molto importanti come James Garner e Roger Moore; ci sono poi The Monroes del ’66 e The range rider con Jock Mahoney, e ancora The rebel, The restless gun e The rifleman, tutti e tre dell’inizio degli anni Sessanta, senza dimenticare Shotgun Slade, interpretato da Scott Brady e i serial concorrenti Tales of Texas (prodotto dalla ABC) e Tales of the Texas rangers della CBS. Concludiamo con The travels of Jaimie McPheeters, il cui protagonista è un giovanissimo Kurt Russel, poi Wells Fargo del ’58-’62, il classico Wyatt Earp e il grosso successo di Wanted – Dead or Alive, interpretato nientemeno che dal grande Steve McQueen.

Accanto a questa imponente produzione minore, vanno però segnalate alcune serie televisive che per la loro popolarità e per la loro indiscutibile qualità ancor oggi rimangono nell’immaginario degli spettatori che hanno almeno compiuto i quarantanni e che, per fortuna, numerose tivù private continuano a riproporre periodicamente, consentendoci così di far caso a quanto meno creativa e divertente sia diventata la fiction dei giorni nostri. Vale la pena di citare, quindi, il celeberrimo serial Ai confini dell’Arizona, che fu prodotto per dieci anni consecutivi dalla NBC statunitense e che i disegnatori Warren Tufts e Nat Edison trasposero a fumetti (negli albi che da noi pubblicava l’editore Cenisio) senza però riuscire a restituire del tutto la coinvolgente atmosfera che si avvertiva nelle avventure della brigata del ranch Chapparal. Proseguirei poi con l’inconfondibile “ghigno di pietra” del grande James Arness, protagonista carismatico dell’ancor più longeva serie di telefilm e tv-movie intitolata Gunsmoke (da noi ribattezzata Marshall) che, con le sue classiche storie di frontiera di “Johnfordiana” memoria, ha saputo attraverso gli anni conquistarsi il consenso degli spettatori al punto tale da continuare anche adesso ad essere sporadicamente trasposta in lungometraggi (prevalentemente destinati al mercato home-video e televisivo…); dal punto di vista fumettistico è invece interessante ricordare che ne furono realizzati più di trenta albi, quasi tutti su testi dello specialista del genere Paul T. Newman e con i bei disegni dei nostri Alberto Giolitti e Giovanni Ticci.

Concluderei questa carrellata dedicata al western “classico” dei cine-comics, citando soltanto tre serie televisive,davvero molto popolari, ma che ho già trattato in dettaglio a proposito dei fumetti derivati da telefilm (si veda l’articolo pubblicato sul numero 24 di Ink) e cioè Rin Tin Tin, Furia (o La Furia del west) e l’arcinoto clan Bonanza, soffermandomi un attimo, invece, su Rawhide. Questa serie di cortometraggi prodotti dalla CBS e realizzati da registi vari, dal 1959 al ’66, anche se negli States è considerata un vero “cult” nel suo genere, da noi non ebbe un grosso riscontro televisivo. Va senz’altro ricordata, oltre che per il livello qualitativo e per la sua godibilità, anche per un grosso merito: quello di aver fatto un po’ da trampolino di lancio per Clint Eastwood, uno dei più straordinari attori e registi nel firmamento western di tutti i tempi. Naturalmente anch’essa ebbe una seppur breve (cinque albi in tutto), trasposizione a fumetti (peraltro dignitosa…), con testi, oltre che del solito Paul T. Newman, di Eric Freiwald e Robert Schaefer e con i disegni dallo stile chiaro e pulitissimo di Russ Manning.
Si racconta che fu proprio vedendo questi telefilm che il mitico Sergio Leone decise di scegliere Clint Eastwood come protagonista del suo primo indimenticabile western Per un pugno di dollari, perciò in un certo senso la serie Rawhide, pur conservando tutte le caratteristiche del western classico americano, potrebbe essere considerata una sorta di elemento di raccordo tra questo genere intramontabile e le contaminazioni del successivo spaghetti-western. Già, perchè di lì a qualche anno cominceranno a farsi strada nel cinema e nella tivù, lo “spaghetti-western” e il cosiddetto “western crepuscolare” (“o del ripensamento”), che finirano anch’essi con l’influenzare (in maniera evidente soprattutto in Italia), le avventure a fumetti a loro ispirate… ma questa, naturalmente, è un’altra storia, perciò ne riparleremo al momento opportuno.

Gianpaolo Saccomano