Di tutti i fumettisti italiani che si sono cimentati con il genere, Ferdinando Tacconi è senza dubbio il nome più maggiormente si associa alle storie di guerra. Nato a Milano nel 1922, Tacconi ha fatto tesoro dell’esperienza vissuta nell’aviazione italiana durante la Seconda Guerra Mondiale per mettere la propria passione per il volo al servizio della sua arte disegnata. La sua carriera è lunga e variegata, le sue storie molteplici e sempre interessanti. Queste poche pagine ben difficilmente renderanno merito a quanto da lui fatto, ma sono un buon inizio per iniziare a conoscerlo.

Partiamo dall’inizio: come si è avvicinato al mondo del fumetto?
Ho studiato alla Scuola Superiore d’Arte Applicata di Milano, che aveva diversi indirizzi artistici – decorazione, illustrazione pubblicitaria, scultura, pittura… Ho iniziato questa scuola quando avevo 14 anni, ma avevo sempre disegnato per me stesso, come fanno tanti ragazzi… Già allora, senza saperlo, disegnavo delle storie come fossero dei fumetti, in cui io ero l’Eroe. Poi, con l’incitamento e i consigli di mio padre e di un suo amico, uno dei più noti disegnatori di carte valori e banconote, ho cominciato a incanalare questa mia passione per il disegno, che poi si è concretizzata nel dopoguerra quando ho lasciato il lavoro che facevo e ho potuto disegnare a tempo pieno.

E ha iniziato come illustratore per le riviste femminili…
Sì, ma per puro caso. Mi piaceva fare degli acquerelli e finito il servizio militare ho raccolto un po’ di quello che avevo e mi sono presentato a Mondadori. Ho avuto la fortuna di ottenere subito un lavoro. Era il 1948 e da allora non ho mai smesso di disegnare.

Poi com’è arrivato ai fumetti?
C’era un calligrafo – quello che oggi si chiama letterista – che si chiamava De Luca, che mi disse che c’era un editore che cercava disegnatori. Si chiamava Pasquale Giurleo, che tra le altre cose pubblicava anche Pantera Bionda. Gli piacquero i miei disegni e cominciai a fare anche fumetti… Il primo è stato Morgan il Pirata. Poi sono passato da Torelli per disegnare le matite di Sciuscià che venivano inchiostrate da Paludetti. Poi Nat del Santa Cruz e tante altre cose…

Lei, come molti altri in quel periodo, ha lavorato anche per il mercato inglese…
All’inizio non eravamo poi molti. Ce n’erano alcuni italiani, tra cui un veneziano chiamato Bellavitis che ora è diventato architetto ma era molto bravo. Viveva a Londra e conosceva Rinaldo D’ami, così avevano costituito insieme ad altra gente un gruppetto… chiamiamola agenzia… e si erano messi in contatto con diversi disegnatori per le esigenze del mercato inglese. E lì ho iniziato anch’io.

C’erano differenze tra il modo di lavorare per il mercato inglese, rispetto a quello italiano?
All’epoca io non ero molto introdotto nel campo dell’illustrazione e del fumetto in Italia, ma rispetto agli altri per me è stata una cosa un po’ diversa. Fui chiamato dal Junior Express, che era il supplemento per ragazzi del Daily Express. A quell’epoca c’era una trasmissione radiofonica sulla BBC che si chiamava Journey into Space scritta da Charles Chilton. Questa serie andava avanti con puntate settimanali che riscuotevano un successo enorme, tanto che il Daily Express decise di farne una versione a fumetti, con una doppia tavola in ogni numero. E per farla hanno chiamato me. Chilton, che doveva scrivere anche il fumetto, ha voluto che io andassi a trovarlo nella sua casa nella campagna del Kent e abbiamo iniziato una collaborazione stretta. Lui si è dimostrato un uomo molto fantasioso, eclettico, informato, colto… Con lui sono amico ancora adesso, ci vediamo spesso. Il metodo di lavoro degli inglesi mi sorprese un po’, perché erano serissimi, si documentavano anche su tutte le piccole cose, c’era il tempo per fare tutto, senza premura… Un cambiamento enorme rispetto alla produzione italiana di allora. Quello è stato proprio l’inizio, ed è stato bellissimo anche perché il Kent è davvero il giardino d’Inghilterra…

Quindi lei ha proprio vissuto lì per un po’?
Sì. Non in continuità ma mi fermavo lì una volta tre mesi, una volta quattro, una volta due… a seconda della necessità. Andavo e venivo insieme a mia moglie: ero già sposato e avevo già un figlio. Allora disegnavo fumetti di fantascienza, ma la cosa è finita dopo circa un anno e mezzo e io ho cominciato a lavorare per la Amalgamated Press, che più avanti è diventata Fleetway. Ci lavoravamo in diversi, alle loro storie di guerra: avevano diverse serie e a loro piaceva il nostro modo di lavorare.

È stato un salto notevole passare dalla fantascienza al fumetto di guerra?
Per me non è stato molto difficoltoso, a parte il fatto che comunque erano i miei primi anni nel campo per cui disegnare non mi veniva ancora così naturale… Ma a me era sempre piaciuta l’aviazione, ero stato in guerra e avevo visto tante cose… così hanno preferito che io disegnassi storie sì di guerra, ma dov’erano coinvolti gli aeroplani. Tra l’altro, a pochi chilometri dalla casa di Chilton c’erano gli aeroporti che venivano usati dagli inglesi durante la battaglia aerea d’Inghilterra del 1940 e io sono andato più volte a visitarli: c’erano ancora i vecchi Spitfire e gli Hurricane messi in bella mostra per i visitatori, c’erano i pub con le dediche di tutti gli equipaggi che li frequentavano durante la guerra…

Ma lei durante la guerra che mansione svolgeva?
Io facevo il marconista in aeronautica, ma non ho quasi mai volato. Allora molti di noi volevano andare nei reparti di volo, perché da parte nostra c’era proprio la passione per il volo. Io ce l’avevo fin da bambino: diventare pilota era il mio “obiettivo”, ma c’erano troppe richieste rispetto alle possibilità e ho finito per fare il marconista.

Per cui, questa sua esperienza le è venuta comoda al momento di disegnare.
Indubbiamente, però io seguivo le cose anche nel primo periodo della guerra, nel ’40-’42: comperavo giornali tedeschi sull’aviazione… mi piaceva cercare di conoscere un po’ tutto di quel mondo. Poi eravamo un po’ gasati, allora, o almeno lo ero io: mi piaceva tutto quello che riguardava l’aviazione, i combattimenti aerei… rappresentavano quasi un sogno, chi lo sa?

Dopo questa collaborazione cos’ha fatto?
Dalla metà degli anni ’60 ho lavorato per Il Corriere dei Piccoli, poi ho lavorato per Barbieri quando negli anni ’70 faceva le storie sexy tipo Isabella: mi piaceva disegnare tutte ‘ste donnine, ma quando le pubblicazioni sono diventate troppo spinte io ho rinunciato.

In effetti è stato molto eclettico, nella sua carriera…
Già, e nel frattempo lavoravo anche per gli editori di testi scolastici, che iniziavano allora a pubblicare illustrazioni a colori. Quel lavoro portava via un buona parte del mio tempo: si facevano illustrazioni di carattere storico, piuttosto che geografico o semplicemente didattico. Si disegnava a tempera, o ad acquerello, e quindi dividevo il mio tempo tra questo e i fumetti.

Ma quando aveva iniziato a fare fumetti, l’illustrazione l’aveva abbandonata?
Sì, quello è stato solo il mio periodo iniziale. Ma di illustrazioni ne ho fatte anche in seguito: negli anni ’80 lavoravo per delle riviste scandinave, ma ne facevo qualcuna ogni tanto, non era una cosa continuativa. È che io ho sempre diviso troppo il mio lavoro.

Cioè avrebbe dovuto concentrarsi di più su una cosa sola?
Sì. Molti disegnatori l’hanno fatto, sono stati più furbi di me: si sono specializzati in un genere in modo da far meno fatica, perché passare da un’illustrazione storica a colori al fumetto semi-erotico a tanti altri argomenti, comporta innanzi tutto una ricerca e il fatto che si debba ridimensionarsi ogni volta. Ma a me piaceva…

Ma così almeno il lavoro non diventa noioso.
Infatti, ma io l’ho fatto volentieri proprio in quel senso, solo che ho fatto una fatica enorme. Quelli che si erano specializzati in un settore, magari in un personaggio, lavoravano con maggiore facilità rispetto a me, e magari guadagnavano anche di più. Ma a me piaceva variare…

Al Corriere dei Piccoli cosa le facevano fare?
Diverse cose, sia storie a fumetti brevi che tavole illustrative. Allora il direttore era Zucconi, ma quando il giornale è diventato Corriere dei Ragazzi ho iniziato a lavorarci con maggiore frequenza. C’erano Toppi, Uggeri.. un sacco di gente. E lì ho cominciato a fare Gli Aristocratici.

Com’era nata la collaborazione con Castelli?
Non ricordo se Castelli lavorasse in redazione o come collaboratore esterno, però era sempre lì al Corriere. Un giorno mi ha proposto di fare questa storia, che ricalcava un po’ quella del film Sette uomini d’oro di Marco Vicario. A me è piaciuta l’idea e ci siamo messi a lavorarci insieme, il risultato è piaciuto e abbiamo continuato per qualche anno, dal 1973 al 1976. Poi ci sono stati dei cambiamenti nella direzione e ho lasciato la rivista, ma dalla Germania ci hanno proposto di continuare la serie per un giornale che si chiamava Zack e che aveva già pubblicato alcune storie acquistandole direttamente dal Corriere dei Ragazzi. La serie è stata interrotta nel 1982, quando hanno fatto degli esperimenti un po’ azzardati: avevano realizzato un giornale che doveva essere europeo, distribuito in diverse nazioni. La cosa non ha avuto successo perché di sei-sette storie che c’erano sul giornale, magari tre potevano piacere ai francesi e le altre no, mentre in Scandinavia magari piacevano di più le altre… Zack faceva parte di un grosso gruppo editoriale tedesco, e quando un ramo era secco lo tagliavano senza farsi troppi problemi… e questa è stata la conclusione degli Aristocratici…

…che poi sono tornati sul Giornalino qualche anno fa.
Sì, anni dopo.

E nel frattempo, tra le altre cose, ha collaborato con Gino D’Antonio per due volumi della serie Un uomo un’avventura.
Sì, è stato l’inizio della collaborazione con Bonelli, prima di mettermi a lavorare su Dylan Dog e Nick Raider. Io e lui ci conoscevamo già, e quando mi ha proposto questo lavoro ho accettato volentieri, perché l’idea mi piaceva molto. Quella è stata una bellissima serie, sono contento di aver potuto fare quei due volumi. D’Antonio scriveva le sceneggiature ma in realtà ci scambiavamo molte idee, la nostra è stata una collaborazione molto fattiva. Ci conoscevamo dagli anni ’50, quando anche lui lavorava per l’Inghilterra. Lui era un bravissimo disegnatore, poi si è messo a scrivere la Storia del West e si vede che c’ha preso gusto – e tra l’altro scrive anche bene – così il lavoro di sceneggiatore l’ha un po’ preso.

Contemporaneamente lei lavorava anche per Il Giornalino.
Sì, all’inizio ho fatto tante piccole storie slegate l’una dalle altre, poi D’Antonio mi ha parlato di una Storia della Seconda Guerra Mondiale che voleva realizzare. Il direttore “Don Tom” Mastandrea ha accettato e noi abbiamo fatto un lavoro lungo ma bello, sempre alternato ad altre cose con Bonelli.

Tra l’altro, lei ha anche lavorato alla Storia della Francia a fumetti della Larousse…
Sì, eravamo intorno al 1976-’77. Stavano pubblicando l’Histoire de France en BD a fascicoli. Ci abbiamo lavorato, per quello che ricordo, io, Toppi, Battaglia e Manara – che è stato proprio quello che ha fatto il mio nome all’editore. Era un progetto molto bello, ben riuscito. Io ho lavorato alla parte che riguardava la Seconda Guerra Mondiale. Il direttore che curava la collana era francese ma veniva spesso a Milano e ne approfittava per incontrarci tutti, ma poi ognuno lavorava per sé con il materiale che arrivava dalla Francia. La mia parte saranno una cinquantina di pagine, poi loro hanno proseguito con un’altra pubblicazione per la quale io ho fatto un solo episodio: era una storia del west e io ho disegnato un albo sul Colonnello Edwin Drake, uno dei primi a trovare il petrolio nel selvaggio west. È stata la prima e ultima volta che mi sono ritrovato a disegnare cavalli: ho disegnato molto più volentieri gli aeroplani!

Tornando in Italia, anche sul Giornalino ha trovato modo di disegnare storie di guerra.
La Storia della Seconda Guerra Mondiale credo sia stato davvero un ottimo lavoro, sia come sceneggiatura che come disegni. All’inizio io e D’Antonio avremmo dovuto dividerci i compiti, ma lui ha disegnato qualche puntata all’inizio, poi li ho fatti quasi tutti io, come disegni. Credo di aver fatto un buon lavoro, da quello che mi dicono. È stato abbastanza impegnativo, perché occorreva una documentazione precisa, che io già avevo ma che ho preferito approfondire ulteriormente, perché i lettori sono feroci… però non ho avuto contestazioni. A proposito di questo lavoro il più bel complimento che ci è stato rivolto è stato da parte di un ragazzo che mi ha avvicinato ad una convention sui fumetti e mi ha detto di aver preparato un esame studiando la Seconda Guerra Mondiale sul nostro fumetto! Il fatto che l’esame gli sia andato bene come ci ha detto dimostra che la cosa gli era piaciuta e gli aveva dato modo di capire qualcosa di più rispetto a quello che si dice di solito sull’argomento. Poi ho fatto anche La Storia del Volo, una serie di allegati a Il Giornalino che hanno avuto molto successo. Ci sono molto affezionato, ma in fondo sono affezionato a tutti i miei lavori…

A Cagliari le hanno appena dedicato una mostra, “Storie di Uomini e di Armi”…
Sì, era composta interamente di miei lavori. È stata organizzata molto bene, all’interno del Centro Comunale d’Arte “il Ghetto”, un’antica caserma dei Dragoni che si trova proprio nel cuore del quartiere medievale di Castello a Cagliari. C’erano più di un centinaio di miei lavori, che ripercorrevano la storia del volo, da Icaro agli aerei moderni…

Tra l’altro, quest’anno ricorre anche il centenario del primo volo dei fratelli Wright…
Esatto. Ma c’erano anche molte tavole riprese dalle storie della Seconda Guerra Mondiale, e diverse altre che facevano capire benissimo come io abbia frequentato un po’ tutti i generi.

Alberto Cassani

Di tutti i fumettisti italiani che si sono cimentati con il genere, Ferdinando Tacconi è senza dubbio il nome più maggiormente si associa alle storie di guerra. Nato a Milano nel 1922, Tacconi ha fatto tesoro dell’esperienza vissuta nell’aviazione italiana durante la Seconda Guerra Mondiale per mettere la propria passione per il volo al servizio della sua arte disegnata. La sua carriera è lunga e variegata, le sue storie molteplici e sempre interessanti. Queste poche pagine ben difficilmente renderanno merito a quanto da lui fatto, ma sono un buon inizio per iniziare a conoscerlo.

Partiamo dall’inizio: come si è avvicinato al mondo del fumetto?
Ho studiato alla Scuola Superiore d’Arte Applicata di Milano, che aveva diversi indirizzi artistici – decorazione, illustrazione pubblicitaria, scultura, pittura… Ho iniziato questa scuola quando avevo 14 anni, ma avevo sempre disegnato per me stesso, come fanno tanti ragazzi… Già allora, senza saperlo, disegnavo delle storie come fossero dei fumetti, in cui io ero l’Eroe. Poi, con l’incitamento e i consigli di mio padre e di un suo amico, uno dei più noti disegnatori di carte valori e banconote, ho cominciato a incanalare questa mia passione per il disegno, che poi si è concretizzata nel dopoguerra quando ho lasciato il lavoro che facevo e ho potuto disegnare a tempo pieno.

E ha iniziato come illustratore per le riviste femminili…
Sì, ma per puro caso. Mi piaceva fare degli acquerelli e finito il servizio militare ho raccolto un po’ di quello che avevo e mi sono presentato a Mondadori. Ho avuto la fortuna di ottenere subito un lavoro. Era il 1948 e da allora non ho mai smesso di disegnare.

Poi com’è arrivato ai fumetti?
C’era un calligrafo – quello che oggi si chiama letterista – che si chiamava De Luca, che mi disse che c’era un editore che cercava disegnatori. Si chiamava Pasquale Giurleo, che tra le altre cose pubblicava anche Pantera Bionda. Gli piacquero i miei disegni e cominciai a fare anche fumetti… Il primo è stato Morgan il Pirata. Poi sono passato da Torelli per disegnare le matite di Sciuscià che venivano inchiostrate da Paludetti. Poi Nat del Santa Cruz e tante altre cose…

Lei, come molti altri in quel periodo, ha lavorato anche per il mercato inglese…
All’inizio non eravamo poi molti. Ce n’erano alcuni italiani, tra cui un veneziano chiamato Bellavitis che ora è diventato architetto ma era molto bravo. Viveva a Londra e conosceva Rinaldo D’ami, così avevano costituito insieme ad altra gente un gruppetto… chiamiamola agenzia… e si erano messi in contatto con diversi disegnatori per le esigenze del mercato inglese. E lì ho iniziato anch’io.

C’erano differenze tra il modo di lavorare per il mercato inglese, rispetto a quello italiano?
All’epoca io non ero molto introdotto nel campo dell’illustrazione e del fumetto in Italia, ma rispetto agli altri per me è stata una cosa un po’ diversa. Fui chiamato dal Junior Express, che era il supplemento per ragazzi del Daily Express. A quell’epoca c’era una trasmissione radiofonica sulla BBC che si chiamava Journey into Space scritta da Charles Chilton. Questa serie andava avanti con puntate settimanali che riscuotevano un successo enorme, tanto che il Daily Express decise di farne una versione a fumetti, con una doppia tavola in ogni numero. E per farla hanno chiamato me. Chilton, che doveva scrivere anche il fumetto, ha voluto che io andassi a trovarlo nella sua casa nella campagna del Kent e abbiamo iniziato una collaborazione stretta. Lui si è dimostrato un uomo molto fantasioso, eclettico, informato, colto… Con lui sono amico ancora adesso, ci vediamo spesso.
Il metodo di lavoro degli inglesi mi sorprese un po’, perché erano serissimi, si documentavano anche su tutte le piccole cose, c’era il tempo per fare tutto, senza premura… Un cambiamento enorme rispetto alla produzione italiana di allora. Quello è stato proprio l’inizio, ed è stato bellissimo anche perché il Kent è davvero il giardino d’Inghilterra…

Quindi lei ha proprio vissuto lì per un po’?
Sì. Non in continuità ma mi fermavo lì una volta tre mesi, una volta quattro, una volta due… a seconda della necessità. Andavo e venivo insieme a mia moglie: ero già sposato e avevo già un figlio. Allora disegnavo fumetti di fantascienza, ma la cosa è finita dopo circa un anno e mezzo e io ho cominciato a lavorare per la Amalgamated Press, che più avanti è diventata Fleetway. Ci lavoravamo in diversi, alle loro storie di guerra: avevano diverse serie e a loro piaceva il nostro modo di lavorare.

È stato un salto notevole passare dalla fantascienza al fumetto di guerra?
Per me non è stato molto difficoltoso, a parte il fatto che comunque erano i miei primi anni nel campo per cui disegnare non mi veniva ancora così naturale… Ma a me era sempre piaciuta l’aviazione, ero stato in guerra e avevo visto tante cose… così hanno preferito che io disegnassi storie sì di guerra, ma dov’erano coinvolti gli aeroplani. Tra l’altro, a pochi chilometri dalla casa di Chilton c’erano gli aeroporti che venivano usati dagli inglesi durante la battaglia aerea d’Inghilterra del 1940 e io sono andato più volte a visitarli: c’erano ancora i vecchi Spitfire e gli Hurricane messi in bella mostra per i visitatori, c’erano i pub con le dediche di tutti gli equipaggi che li frequentavano durante la guerra…

Ma lei durante la guerra che mansione svolgeva?
Io facevo il marconista in aeronautica, ma non ho quasi mai volato. Allora molti di noi volevano andare nei reparti di volo, perché da parte nostra c’era proprio la passione per il volo. Io ce l’avevo fin da bambino: diventare pilota era il mio “obiettivo”, ma c’erano troppe richieste rispetto alle possibilità e ho finito per fare il marconista.

Per cui, questa sua esperienza le è venuta comoda al momento di disegnare.
Indubbiamente, però io seguivo le cose anche nel primo periodo della guerra, nel ’40-’42: comperavo giornali tedeschi sull’aviazione… mi piaceva cercare di conoscere un po’ tutto di quel mondo. Poi eravamo un po’ gasati, allora, o almeno lo ero io: mi piaceva tutto quello che riguardava l’aviazione, i combattimenti aerei… rappresentavano quasi un sogno, chi lo sa?

Dopo questa collaborazione cos’ha fatto?
Dalla metà degli anni ’60 ho lavorato per Il Corriere dei Piccoli, poi ho lavorato per Barbieri quando negli anni ’70 faceva le storie sexy tipo Isabella: mi piaceva disegnare tutte ‘ste donnine, ma quando le pubblicazioni sono diventate troppo spinte io ho rinunciato.

In effetti è stato molto eclettico, nella sua carriera…
Già, e nel frattempo lavoravo anche per gli editori di testi scolastici, che iniziavano allora a pubblicare illustrazioni a colori. Quel lavoro portava via un buona parte del mio tempo: si facevano illustrazioni di carattere storico, piuttosto che geografico o semplicemente didattico. Si disegnava a tempera, o ad acquerello, e quindi dividevo il mio tempo tra questo e i fumetti.

Ma quando aveva iniziato a fare fumetti, l’illustrazione l’aveva abbandonata?
Sì, quello è stato solo il mio periodo iniziale. Ma di illustrazioni ne ho fatte anche in seguito: negli anni ’80 lavoravo per delle riviste scandinave, ma ne facevo qualcuna ogni tanto, non era una cosa continuativa. È che io ho sempre diviso troppo il mio lavoro.

Cioè avrebbe dovuto concentrarsi di più su una cosa sola?
Sì. Molti disegnatori l’hanno fatto, sono stati più furbi di me: si sono specializzati in un genere in modo da far meno fatica, perché passare da un’illustrazione storica a colori al fumetto semi-erotico a tanti altri argomenti, comporta innanzi tutto una ricerca e il fatto che si debba ridimensionarsi ogni volta. Ma a me piaceva…

Ma così almeno il lavoro non diventa noioso.
Infatti, ma io l’ho fatto volentieri proprio in quel senso, solo che ho fatto una fatica enorme. Quelli che si erano specializzati in un settore, magari in un personaggio, lavoravano con maggiore facilità rispetto a me, e magari guadagnavano anche di più. Ma a me piaceva variare…

Al Corriere dei Piccoli cosa le facevano fare?
Diverse cose, sia storie a fumetti brevi che tavole illustrative. Allora il direttore era Zucconi, ma quando il giornale è diventato Corriere dei Ragazzi ho iniziato a lavorarci con maggiore frequenza. C’erano Toppi, Uggeri.. un sacco di gente. E lì ho cominciato a fare Gli Aristocratici.

Com’era nata la collaborazione con Castelli?
Non ricordo se Castelli lavorasse in redazione o come collaboratore esterno, però era sempre lì al Corriere. Un giorno mi ha proposto di fare questa storia, che ricalcava un po’ quella del film Sette uomini d’oro di Marco Vicario. A me è piaciuta l’idea e ci siamo messi a lavorarci insieme, il risultato è piaciuto e abbiamo continuato per qualche anno, dal 1973 al 1976. Poi ci sono stati dei cambiamenti nella direzione e ho lasciato la rivista, ma dalla Germania ci hanno proposto di continuare la serie per un giornale che si chiamava Zack e che aveva già pubblicato alcune storie acquistandole direttamente dal Corriere dei Ragazzi. La serie è stata interrotta nel 1982, quando hanno fatto degli esperimenti un po’ azzardati: avevano realizzato un giornale che doveva essere europeo, distribuito in diverse nazioni. La cosa non ha avuto successo perché di sei-sette storie che c’erano sul giornale, magari tre potevano piacere ai francesi e le altre no, mentre in Scandinavia magari piacevano di più le altre… Zack faceva parte di un grosso gruppo editoriale tedesco, e quando un ramo era secco lo tagliavano senza farsi troppi problemi… e questa è stata la conclusione degli Aristocratici…

…che poi sono tornati sul Giornalino qualche anno fa.
Sì, anni dopo.
E nel frattempo, tra le altre cose, ha collaborato con Gino D’Antonio per due volumi della serie Un uomo un’avventura.
Sì, è stato l’inizio della collaborazione con Bonelli, prima di mettermi a lavorare su Dylan Dog e Nick Raider. Io e lui ci conoscevamo già, e quando mi ha proposto questo lavoro ho accettato volentieri, perché l’idea mi piaceva molto. Quella è stata una bellissima serie, sono contento di aver potuto fare quei due volumi. D’Antonio scriveva le sceneggiature ma in realtà ci scambiavamo molte idee, la nostra è stata una collaborazione molto fattiva. Ci conoscevamo dagli anni ’50, quando anche lui lavorava per l’Inghilterra. Lui era un bravissimo disegnatore, poi si è messo a scrivere la Storia del West e si vede che c’ha preso gusto – e tra l’altro scrive anche bene – così il lavoro di sceneggiatore l’ha un po’ preso.

Contemporaneamente lei lavorava anche per Il Giornalino.
Sì, all’inizio ho fatto tante piccole storie slegate l’una dalle altre, poi D’Antonio mi ha parlato di una Storia della Seconda Guerra Mondiale che voleva realizzare. Il direttore “Don Tom” Mastandrea ha accettato e noi abbiamo fatto un lavoro lungo ma bello, sempre alternato ad altre cose con Bonelli.

Tra l’altro, lei ha anche lavorato alla Storia della Francia a fumetti della Larousse…
Sì, eravamo intorno al 1976-’77. Stavano pubblicando l’Histoire de France en BD a fascicoli. Ci abbiamo lavorato, per quello che ricordo, io, Toppi, Battaglia e Manara – che è stato proprio quello che ha fatto il mio nome all’editore. Era un progetto molto bello, ben riuscito. Io ho lavorato alla parte che riguardava la Seconda Guerra Mondiale. Il direttore che curava la collana era francese ma veniva spesso a Milano e ne approfittava per incontrarci tutti, ma poi ognuno lavorava per sé con il materiale che arrivava dalla Francia. La mia parte saranno una cinquantina di pagine, poi loro hanno proseguito con un’altra pubblicazione per la quale io ho fatto un solo episodio: era una storia del west e io ho disegnato un albo sul Colonnello Edwin Drake, uno dei primi a trovare il petrolio nel selvaggio west. È stata la prima e ultima volta che mi sono ritrovato a disegnare cavalli: ho disegnato molto più volentieri gli aeroplani!

Tornando in Italia, anche sul Giornalino ha trovato modo di disegnare storie di guerra.
La Storia della Seconda Guerra Mondiale credo sia stato davvero un ottimo lavoro, sia come sceneggiatura che come disegni. All’inizio io e D’Antonio avremmo dovuto dividerci i compiti, ma lui ha disegnato qualche puntata all’inizio, poi li ho fatti quasi tutti io, come disegni. Credo di aver fatto un buon lavoro, da quello che mi dicono. È stato abbastanza impegnativo, perché occorreva una documentazione precisa, che io già avevo ma che ho preferito approfondire ulteriormente, perché i lettori sono feroci… però non ho avuto contestazioni. A proposito di questo lavoro il più bel complimento che ci è stato rivolto è stato da parte di un ragazzo che mi ha avvicinato ad una convention sui fumetti e mi ha detto di aver preparato un esame studiando la Seconda Guerra Mondiale sul nostro fumetto! Il fatto che l’esame gli sia andato bene come ci ha detto dimostra che la cosa gli era piaciuta e gli aveva dato modo di capire qualcosa di più rispetto a quello che si dice di solito sull’argomento. Poi ho fatto anche La Storia del Volo, una serie di allegati a Il Giornalino che hanno avuto molto successo. Ci sono molto affezionato, ma in fondo sono affezionato a tutti i miei lavori…

A Cagliari le hanno appena dedicato una mostra, “Storie di Uomini e di Armi”…
Sì, era composta interamente di miei lavori. È stata organizzata molto bene, all’interno del Centro Comunale d’Arte “il Ghetto”, un’antica caserma dei Dragoni che si trova proprio nel cuore del quartiere medievale di Castello a Cagliari. C’erano più di un centinaio di miei lavori, che ripercorrevano la storia del volo, da Icaro agli aerei moderni…

Tra l’altro, quest’anno ricorre anche il centenario del primo volo dei fratelli Wright…
Esatto. Ma c’erano anche molte tavole riprese dalle storie della Seconda Guerra Mondiale, e diverse altre che facevano capire benissimo come io abbia frequentato un po’ tutti i generi.