Tra i disegnatori che hanno per lungo tempo realizzato storie a fumetti con personaggi propri e altrui o gestiti da varie case editrici e su licenza di altri, il più noto è senz’altro Tiberio Colantuoni. Romano di origine, si è trasferito a Milano nei primissimi anni Cinquanta con l’obiettivo di realizzare fumetti. In questa intervista ci racconta il suo percorso professionale.

Come è iniziata la tua passione per i fumetti?
Da piccolo, all’età di due, tre anni amando i mezzi di trasporto… le auto, i treni e li disegnavo dappertutto, sui muri, sui quaderni su qualunque superficie era possibile disegnare. I fumetti mi sono sempre piaciuti, guardavo con ammirazione gli autori che apparivano sul Corriere dei Piccoli, sul Vittorioso e su altre testate come Antonio Rubino, Bruno Angoletta, Sergio Tofano, Benito Jacovitti per citarne alcuni. In quel periodo non esistevano scuole di fumetto e tra gli indirizzi che potevano avvicinarmi al disegno c’era la Scuola d’Arte di Ceramica di Civita Castellana.

Questa scuola non ti ha distolto dall’idea di disegnare fumetti?
Assolutamente no. Nel tempo libero continuavo a disegnare copiando i personaggi del Corriere dei Piccoli e di Topolino. Non solo, li disegnavo anche su ceramica, sui servizi di bicchieri, sui piatti.

Dopo la scuola cosa hai fatto?
La scuola ti preparava professionalmente, alcuni di noi erano assunti da grosse aziende, altri intraprendevano l’attività per conto proprio. Io rimasi alla Scuola come docente per un periodo di cinque anni insegnando ai ragazzi la pittura su ceramica.

Il lavoro ti piaceva?
Devo dire che in quel periodo non mi dispiaceva fare il ceramista, ma disegnavo sempre fumetti copiando dai giornaletti nella speranza mi capitasse l’occasione di passare al fumetto.

Benito Jacovitti ti ha esortato a continuare, come lo hai conosciuto?
Leggevo su Il Vittorioso le storie di Jacovitti, un autore che non poteva passare inosservato. Ebbi occasione di conoscerlo personalmente una volta che venne a visitare la Scuola di Ceramica. Gli feci vedere i miei disegni e mi disse di andarlo a trovare nel suo studio.

Che consigli ti ha dato Jacovitti?
Le prime informazioni tecniche che si danno ai principianti. Il tipo di carta da usare, per esempio, in quanto usavo carta leggera troppo pastosa e poi mi ha suggerito di usare la china, perché l’inchiostro che usavo era quello di scuola. Mi ha fatto conoscere i pennini inglesi Perry… tutte nozioni utili per chi vuol diventare professionista.

Dopo queste indicazioni cosa hai fatto?
A scuola conobbi Fabio Mauri figlio del direttore delle Messaggerie Italiane di Milano. In quel periodo le Messaggerie distribuivano la produzione Alpe. Il padre di Fabio vide i miei disegni e mi invitò a disegnare qualcosa per l’Alpe utilizzando i loro personaggi e mi avrebbe presentato a Giuseppe Caregaro il titolare.

La risposta?
Ho avuto una risposta positiva e senza conoscenze tecniche profonde preparai una storiella su Tiramolla e venni a Milano.

Sei partito così, all’avventura?
Mi trovavo ad un bivio: c’era una fabbrica di ceramica di Civita Castellana che mi voleva assumere come pittore d’arte, ma ero poco convinto di accettare quel lavoro. Inoltre il lavoro di ceramista, per quanto mi potesse piacere, non era mai gratificante per me come disegnare fumetti. Così, in seguito alla risposta avuta, fui spinto a prendere questa decisione.

Arrivato a Milano cosa hai fatto?
Con la storiellina che avevo preparato mi sono presentato alla redazione dell’Alpe. In redazione c’erano oltre a Caregaro, Renato Bianconi ad un tavolino che faceva il lettering ai fumetti e Giorgio Rebuffi che disegnava. La storiellina l’avevo disegnata uno ad uno, cioè nella stessa dimensione delle pubblicazioni. Bianconi e Rebuffi risero della mia scarsa conoscenza dei fumetti e mi dissero che era impubblicabile. Il disegno però andava bene e mi diedero subito una sceneggiatura, ricordo che era Tiramolla negli abissi del Mar Mellata. Ho la copia della pubblicazione.

Già da allora?
No! Il giornaletto con la storia me lo sono ricomprato in una fiera.

Ti sei trovato anche uno studio?
Con quello che guadagnavo il massimo che potevo permettermi era di disegnare nella stanza della pensione dove abitavo e d’inverno senza riscaldamento era impossibile. Dopo un po’ di tempo venni a contato con la Bompiani. Avevano bisogno di qualcuno che realizzasse i disegni per illustrare gli argomenti mano a mano che venivano scritti per le riviste Scienza Illustrata e la Domenica della Donna. Mi diedero una scrivania e così nei momenti liberi disegnavo le storie per l’Alpe. Lì conobbi Michele Gazzarri che ancora non scriveva per i fumetti.

I disegni erano comici?
Non tutti, anzi per la maggior parte erano realistici a tempera. Mi ispiravo a illustratori come Caesar e Tabet.

Ritornando all’Alpe hai iniziato una collaborazione continuativa?
Si, nel 1954. Dopo quella storia ho iniziato a lavorare per l’Alpe. Ho disegnato diverse storie di Tiramolla, di Cucciolo, dello Sceriffo Fox, il personaggio di Rebuffi, e di Maramao di Luciano Bottaro. Ho disegnato molte storie con questi personaggi, di alcuni più dei loro creatori.

Hai disegnato anche i topini Pik e Pok di Bottaro?
Sì. Li ho disegnati per Bianconi su testi di Michele Gazzarri. In quel periodo Bianconi si stava mettendo in proprio ed aveva editato degli albi, la Collana Tam Tam e Voci d’Oltremare, così mi ha proposto di collaborare con lui.

Bianconi aveva lasciato l’Alpe?
No. Era ancora il calligrafo dell’Alpe e continuava a collaborare. Ricordo che in quel periodo Bianconi lavorava a casa come esterno. Avevo portato in redazione all’Alpe una storia in notevole ritardo sulla scadenza e, Leonello Martini, mi disse di andarla a consegnare direttamente a Bianconi. Non aveva una redazione, lavorava a casa e la futura moglie gli teneva la contabilità.

Caregaro era a conoscenza dell’attività di Bianconi?
Sì, lo sapeva che stava aprendo una attività editoriale.

E non ha avuto niente da ridire?
Non credo. O se lo ha avuto non lo so.

Chi scriveva i testi per l’Alpe?
Le sceneggiature erano di diversi autori, Roberto Renzi, Franco Frescura, Egidio Gherlizza e tanti altri.

Il primo personaggio che hai creato per l’Alpe?
È stato Sfortunino che veniva pubblicato all’interno di Tiramolla. Prima su testi di Torelli, miei, di Egidio Gherlizza e in seguito di Mantelli. Il personaggio era un po’ tonto e in qualsiasi situazione si trovava combinava guai e finiva con la fatidica frase “…o come sono sfortunino”.

Quindi Caregaro dava anche l’opportunità ai disegnatori di presentare dei loro personaggi?
Certo, le esigenze della casa editrice erano di pubblicare principalmente i personaggi trainanti, Cucciolo e Beppe e Tiramolla (che era poi nato in una storia di Cucciolo), Serafino, Top Mix e altri. Le testate contenevano altri personaggi, Pugaciof e Giona di Rebuffi, Teddy Sberla e Caribù di Antonio Terenghi e più tardi nuovi personaggi come Grappino e Cattivik di Bonvi.

Quando Bianconi si è messo in proprio hai lasciato l’Alpe?
No. Continuavo a collaborare con entrambi.

La collaborazione con Bianconi ti ha consentito di fare altri personaggi tuoi?
Sì. Ho disegnato storie di Nonna Abelarda e ho inserito personaggi come Nik e Nok che poi hanno avuto il pregio di storie completamente dedicate a loro. Più tardi ho realizzato Bongo che era un personaggio secondario usato da Nik e Nok per proteggersi dalla furia di Nonna Abelarda.

Bongo ha avuto anche una testata sua?
Sì. Bongo è nato nel ’55, non era esattamente come lo si conosce adesso. Allora era più uno scimmione. Con il tempo assume proporzioni diverse e caratteristiche ben precise. Il personaggio piaceva al pubblico e Bianconi pensò di fare una testata interamente dedicata a lui. Così nel 1970 uscì un mensile che continuò fino al ’76 e un’altra testata parallela con il nome di Super Bongo.

Altri tuoi personaggi sono apparsi come testata?
Sono stati pubblicati un paio di numeri di Gastone & l’Ombra.

Gastone & l’Ombra sono altri tuoi personaggi, quali caratteristiche hanno?
Gastone è un personaggio mingherlino e mite che subisce angherie da tutti, ma quando si trova in difficoltà, viene soccorso dalla sua Ombra che ha il potere di assumere le forme più strane.

Come mai sono stati pubblicati solo due numeri?
Bianconi di tanto in tanto usciva con una testata nuova che contribuisse a creare interesse nei lettori. Gastone & l’Ombra erano personaggi graditi dai lettori, infatti per molti anni è uscita una storia sul mensile di Braccio di Ferro. Qualche tempo prima della sua scomparsa voleva uscire con una testata dedicata a questi personaggi e cercava un nome di richiamo più eclatante. Aveva pensato Okay Gastone o Okay Ombra ma la testata così proposta scomponeva i personaggi e aveva momentaneamente fermato la cosa.

Hai anche creato dei personaggi classici per le pubblicazioni Bianconi?
Quando sono scaduti i diritti d’autore su Pinocchio e il personaggio è stato presentato in molte versioni, Alberico Motta ed io abbiamo presentato la nostra interpretazione.

Quanti numeri sono stati pubblicati?
Di preciso non lo so. Il primo numero è uscito nel ’74 ed è continuato fino all’Ottanta.

Una settantina di numeri?
Penso di più con i supplementi e gli speciali.

Hai anche disegnato molti personaggi non tuoi?
Praticamente tutti quelli della Bianconi, da Nonna Abelarda a Braccio di Ferro. Quando ritiravo una sceneggiatura da realizzare, alla Bianconi poteva capitarti una storia su Chico, Felix, Geppo o Braccio di Ferro.

Ma Geppo e Braccio di Ferro non li disegnavano rispettivamente Sandro Dossi e Pierluigi Sangalli?
Si, ma non riuscivano a fare ogni mese tutte le storie che completavano la pubblicazione. Su Braccio di Ferro disegnavo delle storie fisse con il personaggio di Poldo e di Trinchetto e gli altri componenti della famiglia.

Chi è Trinchetto?
Bianconi ha voluto chiamare Trinchetto il padre di Braccio Ferro.

Hai lavorato anche per il Corriere dei Piccoli?
Per il Corrierino ho disegnato Big Tom che è un personaggio di Bottaro.

Come mai hai disegnato personaggi di Bottaro?
In quel periodo facevo parte dello studio BiErreCi.

Come era formato questo studio?
Era composto da Bottaro, Rebuffi e Carlo Chendi che con le loro iniziali davano il nome allo studio. Lo studio aveva altri collaboratori, oltre a me c’erano Maria Luisa Uggetti, Egidio Gherlizza, Antonio Canale, Enzo Marciante, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo.

Come sei stato ‘coinvolto’ nello studio BiErreCi?
Il trio Bottaro, Rebuffi e Chendi collaboravano con l’Alpe fornendo testi e disegni. In seguito hanno esteso le collaborazioni ad altre case editrici in Italia e anche all’estero.

È quello il periodo in cui hai realizzato delle strisce per la Germania?
Anche quello, ma probabilmente ti riferisci alle strisce di Prato & Asfalto pubblicate dalla Kauka Verlag.

Si!
Con la Kauka Verlag avevo collaborato nel ’65 e ho continuato fino al ’70. Poi sono cambiate le persone con le quali avevo i contatti e ho lasciato perdere.

Tu hai lavorato moltissimo con Bianconi, ma pagava così bene?
Il motivo non era economico.

Allora come mai hai lavorato così tanto con lui?
Bianconi dava molta libertà ai collaboratori. Le storie diventavano più divertenti perché si faceva quello che passava per la testa, si dava sfogo alla creatività e incontravano un buon successo tra i lettori. Questo era molto stimolante. Bianconi mirava sempre al prodotto economico, quindi per risparmiare accettava anche realizzazioni veloci. La storia era limitata all’azione dei personaggi, senza particolari ricerche nelle storie e con sfondi quasi inesistenti.

Oltre che per Bianconi hai realizzato altri personaggi per altre case editrici?
Si, moltissimi.

Mi fai qualche nome?
Topo Gigio, I Paperotti, Prezzemolo, un lavoro che mi piaceva molto erano i paginoni per Solletico, un gioco in cui si doveva trovare gli errori.

Una collaborazione continuativa è con la Disney Italiana, ti trovi bene con loro?
Devo dire di sì. Ultimamente mi hanno dato il premio alla carriera, una cosa che mi ha fatto molto piacere.

Quali sono i personaggi che finora non sei riuscito a pubblicare ma ritieni validi?
Sono diversi, prima di tutto Homo, un cavernicolo ritrovato oggi da un professore archeologo in un blocco di ghiaccio. Il personaggio non parla mai ma solo a fine storia il professore ha un’esclamazione. Fermenti, su testi di Vincenzo Raucci basata su dei fermenti lattici appunto. E altre strisce di genere un po’ surreale Nero su Bianco, molto apprezzata da persone addette ai lavori. Quando si lavora da tanto tempo in questo settore le idee nascono continuamente, si sviluppano e se non ci sono editori per proporle si lasciano nel cassetto in attesa di cambiamenti.

Auguri per un’immediata pubblicazione.

Paolo Telloli

Tra i disegnatori che hanno per lungo tempo realizzato storie a fumetti con personaggi propri e altrui o gestiti da varie case editrici e su licenza di altri, il più noto è senz’altro Tiberio Colantuoni. Romano di origine, si è trasferito a Milano nei primissimi anni Cinquanta con l’obiettivo di realizzare fumetti. In questa intervista ci racconta il suo percorso professionale.

Come è iniziata la tua passione per i fumetti?
Da piccolo, all’età di due, tre anni amando i mezzi di trasporto… le auto, i treni e li disegnavo dappertutto, sui muri, sui quaderni su qualunque superficie era possibile disegnare. I fumetti mi sono sempre piaciuti, guardavo con ammirazione gli autori che apparivano sul Corriere dei Piccoli, sul Vittorioso e su altre testate come Antonio Rubino, Bruno Angoletta, Sergio Tofano, Benito Jacovitti per citarne alcuni. In quel periodo non esistevano scuole di fumetto e tra gli indirizzi che potevano avvicinarmi al disegno c’era la Scuola d’Arte di Ceramica di Civita Castellana.

Questa scuola non ti ha distolto dall’idea di disegnare fumetti?
Assolutamente no. Nel tempo libero continuavo a disegnare copiando i personaggi del Corriere dei Piccoli e di Topolino. Non solo, li disegnavo anche su ceramica, sui servizi di bicchieri, sui piatti.

Dopo la scuola cosa hai fatto?
La scuola ti preparava professionalmente, alcuni di noi erano assunti da grosse aziende, altri intraprendevano l’attività per conto proprio. Io rimasi alla Scuola come docente per un periodo di cinque anni insegnando ai ragazzi la pittura su ceramica.

Il lavoro ti piaceva?
Devo dire che in quel periodo non mi dispiaceva fare il ceramista, ma disegnavo sempre fumetti copiando dai giornaletti nella speranza mi capitasse l’occasione di passare al fumetto.

Benito Jacovitti ti ha esortato a continuare, come lo hai conosciuto?
Leggevo su Il Vittorioso le storie di Jacovitti, un autore che non poteva passare inosservato. Ebbi occasione di conoscerlo personalmente una volta che venne a visitare la Scuola di Ceramica. Gli feci vedere i miei disegni e mi disse di andarlo a trovare nel suo studio.

Che consigli ti ha dato Jacovitti?
Le prime informazioni tecniche che si danno ai principianti. Il tipo di carta da usare, per esempio, in quanto usavo carta leggera troppo pastosa e poi mi ha suggerito di usare la china, perché l’inchiostro che usavo era quello di scuola. Mi ha fatto conoscere i pennini inglesi Perry… tutte nozioni utili per chi vuol diventare professionista.

Dopo queste indicazioni cosa hai fatto?
A scuola conobbi Fabio Mauri figlio del direttore delle Messaggerie Italiane di Milano. In quel periodo le Messaggerie distribuivano la produzione Alpe. Il padre di Fabio vide i miei disegni e mi invitò a disegnare qualcosa per l’Alpe utilizzando i loro personaggi e mi avrebbe presentato a Giuseppe Caregaro il titolare.

La risposta?
Ho avuto una risposta positiva e senza conoscenze tecniche profonde preparai una storiella su Tiramolla e venni a Milano.

Sei partito così, all’avventura?
Mi trovavo ad un bivio: c’era una fabbrica di ceramica di Civita Castellana che mi voleva assumere come pittore d’arte, ma ero poco convinto di accettare quel lavoro. Inoltre il lavoro di ceramista, per quanto mi potesse piacere, non era mai gratificante per me come disegnare fumetti. Così, in seguito alla risposta avuta, fui spinto a prendere questa decisione.

Arrivato a Milano cosa hai fatto?
Con la storiellina che avevo preparato mi sono presentato alla redazione dell’Alpe. In redazione c’erano oltre a Caregaro, Renato Bianconi ad un tavolino che faceva il lettering ai fumetti e Giorgio Rebuffi che disegnava. La storiellina l’avevo disegnata uno ad uno, cioè nella stessa dimensione delle pubblicazioni. Bianconi e Rebuffi risero della mia scarsa conoscenza dei fumetti e mi dissero che era impubblicabile. Il disegno però andava bene e mi diedero subito una sceneggiatura, ricordo che era Tiramolla negli abissi del Mar Mellata. Ho la copia della pubblicazione.

Già da allora?
No! Il giornaletto con la storia me lo sono ricomprato in una fiera. Ti sei trovato anche uno studio?
Con quello che guadagnavo il massimo che potevo permettermi era di disegnare nella stanza della pensione dove abitavo e d’inverno senza riscaldamento era impossibile. Dopo un po’ di tempo venni a contato con la Bompiani. Avevano bisogno di qualcuno che realizzasse i disegni per illustrare gli argomenti mano a mano che venivano scritti per le riviste Scienza Illustrata e la Domenica della Donna. Mi diedero una scrivania e così nei momenti liberi disegnavo le storie per l’Alpe. Lì conobbi Michele Gazzarri che ancora non scriveva per i fumetti.

I disegni erano comici?
Non tutti, anzi per la maggior parte erano realistici a tempera. Mi ispiravo a illustratori come Caesar e Tabet.

Ritornando all’Alpe hai iniziato una collaborazione continuativa?
Si, nel 1954. Dopo quella storia ho iniziato a lavorare per l’Alpe. Ho disegnato diverse storie di Tiramolla, di Cucciolo, dello Sceriffo Fox, il personaggio di Rebuffi, e di Maramao di Luciano Bottaro. Ho disegnato molte storie con questi personaggi, di alcuni più dei loro creatori.

Hai disegnato anche i topini Pik e Pok di Bottaro?
Sì. Li ho disegnati per Bianconi su testi di Michele Gazzarri. In quel periodo Bianconi si stava mettendo in proprio ed aveva editato degli albi, la Collana Tam Tam e Voci d’Oltremare, così mi ha proposto di collaborare con lui.

Bianconi aveva lasciato l’Alpe?
No. Era ancora il calligrafo dell’Alpe e continuava a collaborare. Ricordo che in quel periodo Bianconi lavorava a casa come esterno. Avevo portato in redazione all’Alpe una storia in notevole ritardo sulla scadenza e, Leonello Martini, mi disse di andarla a consegnare direttamente a Bianconi. Non aveva una redazione, lavorava a casa e la futura moglie gli teneva la contabilità.

Caregaro era a conoscenza dell’attività di Bianconi?
Sì, lo sapeva che stava aprendo una attività editoriale.

E non ha avuto niente da ridire?
Non credo. O se lo ha avuto non lo so.

Chi scriveva i testi per l’Alpe?
Le sceneggiature erano di diversi autori, Roberto Renzi, Franco Frescura, Egidio Gherlizza e tanti altri.

Il primo personaggio che hai creato per l’Alpe?
È stato Sfortunino che veniva pubblicato all’interno di Tiramolla. Prima su testi di Torelli, miei, di Egidio Gherlizza e in seguito di Mantelli. Il personaggio era un po’ tonto e in qualsiasi situazione si trovava combinava guai e finiva con la fatidica frase “…o come sono sfortunino”.

Quindi Caregaro dava anche l’opportunità ai disegnatori di presentare dei loro personaggi?
Certo, le esigenze della casa editrice erano di pubblicare principalmente i personaggi trainanti, Cucciolo e Beppe e Tiramolla (che era poi nato in una storia di Cucciolo), Serafino, Top Mix e altri. Le testate contenevano altri personaggi, Pugaciof e Giona di Rebuffi, Teddy Sberla e Caribù di Antonio Terenghi e più tardi nuovi personaggi come Grappino e Cattivik di Bonvi.

Quando Bianconi si è messo in proprio hai lasciato l’Alpe?
No. Continuavo a collaborare con entrambi.

La collaborazione con Bianconi ti ha consentito di fare altri personaggi tuoi?
Sì. Ho disegnato storie di Nonna Abelarda e ho inserito personaggi come Nik e Nok che poi hanno avuto il pregio di storie completamente dedicate a loro. Più tardi ho realizzato Bongo che era un personaggio secondario usato da Nik e Nok per proteggersi dalla furia di Nonna Abelarda.

Bongo ha avuto anche una testata sua?
Sì. Bongo è nato nel ’55, non era esattamente come lo si conosce adesso. Allora era più uno scimmione. Con il tempo assume proporzioni diverse e caratteristiche ben precise. Il personaggio piaceva al pubblico e Bianconi pensò di fare una testata interamente dedicata a lui. Così nel 1970 uscì un mensile che continuò fino al ’76 e un’altra testata parallela con il nome di Super Bongo.

Altri tuoi personaggi sono apparsi come testata?
Sono stati pubblicati un paio di numeri di Gastone & l’Ombra.

Gastone & l’Ombra sono altri tuoi personaggi, quali caratteristiche hanno?
Gastone è un personaggio mingherlino e mite che subisce angherie da tutti, ma quando si trova in difficoltà, viene soccorso dalla sua Ombra che ha il potere di assumere le forme più strane.

Come mai sono stati pubblicati solo due numeri?
Bianconi di tanto in tanto usciva con una testata nuova che contribuisse a creare interesse nei lettori. Gastone & l’Ombra erano personaggi graditi dai lettori, infatti per molti anni è uscita una storia sul mensile di Braccio di Ferro. Qualche tempo prima della sua scomparsa voleva uscire con una testata dedicata a questi personaggi e cercava un nome di richiamo più eclatante. Aveva pensato Okay Gastone o Okay Ombra ma la testata così proposta scomponeva i personaggi e aveva momentaneamente fermato la cosa.

Hai anche creato dei personaggi classici per le pubblicazioni Bianconi?
Quando sono scaduti i diritti d’autore su Pinocchio e il personaggio è stato presentato in molte versioni, Alberico Motta ed io abbiamo presentato la nostra interpretazione.

Quanti numeri sono stati pubblicati?
Di preciso non lo so. Il primo numero è uscito nel ’74 ed è continuato fino all’Ottanta.

Una settantina di numeri?
Penso di più con i supplementi e gli speciali.

Hai anche disegnato molti personaggi non tuoi?
Praticamente tutti quelli della Bianconi, da Nonna Abelarda a Braccio di Ferro. Quando ritiravo una sceneggiatura da realizzare, alla Bianconi poteva capitarti una storia su Chico, Felix, Geppo o Braccio di Ferro.

Ma Geppo e Braccio di Ferro non li disegnavano rispettivamente Sandro Dossi e Pierluigi Sangalli?
Si, ma non riuscivano a fare ogni mese tutte le storie che completavano la pubblicazione. Su Braccio di Ferro disegnavo delle storie fisse con il personaggio di Poldo e di Trinchetto e gli altri componenti della famiglia.

Chi è Trinchetto?
Bianconi ha voluto chiamare Trinchetto il padre di Braccio Ferro.

Hai lavorato anche per il Corriere dei Piccoli?
Per il Corrierino ho disegnato Big Tom che è un personaggio di Bottaro.

Come mai hai disegnato personaggi di Bottaro?
In quel periodo facevo parte dello studio BiErreCi.

Come era formato questo studio?
Era composto da Bottaro, Rebuffi e Carlo Chendi che con le loro iniziali davano il nome allo studio. Lo studio aveva altri collaboratori, oltre a me c’erano Maria Luisa Uggetti, Egidio Gherlizza, Antonio Canale, Enzo Marciante, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo.

Come sei stato ‘coinvolto’ nello studio BiErreCi?
Il trio Bottaro, Rebuffi e Chendi collaboravano con l’Alpe fornendo testi e disegni. In seguito hanno esteso le collaborazioni ad altre case editrici in Italia e anche all’estero.

È quello il periodo in cui hai realizzato delle strisce per la Germania?
Anche quello, ma probabilmente ti riferisci alle strisce di Prato & Asfalto pubblicate dalla Kauka Verlag.

Si!
Con la Kauka Verlag avevo collaborato nel ’65 e ho continuato fino al ’70. Poi sono cambiate le persone con le quali avevo i contatti e ho lasciato perdere.

Tu hai lavorato moltissimo con Bianconi, ma pagava così bene?
Il motivo non era economico.

Allora come mai hai lavorato così tanto con lui?
Bianconi dava molta libertà ai collaboratori. Le storie diventavano più divertenti perché si faceva quello che passava per la testa, si dava sfogo alla creatività e incontravano un buon successo tra i lettori. Questo era molto stimolante. Bianconi mirava sempre al prodotto economico, quindi per risparmiare accettava anche realizzazioni veloci. La storia era limitata all’azione dei personaggi, senza particolari ricerche nelle storie e con sfondi quasi inesistenti.

Oltre che per Bianconi hai realizzato altri personaggi per altre case editrici?
Si, moltissimi.

Mi fai qualche nome?
Topo Gigio, I Paperotti, Prezzemolo, un lavoro che mi piaceva molto erano i paginoni per Solletico, un gioco in cui si doveva trovare gli errori.

Una collaborazione continuativa è con la Disney Italiana, ti trovi bene con loro?
Devo dire di sì. Ultimamente mi hanno dato il premio alla carriera, una cosa che mi ha fatto molto piacere.

Quali sono i personaggi che finora non sei riuscito a pubblicare ma ritieni validi?
Sono diversi, prima di tutto Homo, un cavernicolo ritrovato oggi da un professore archeologo in un blocco di ghiaccio. Il personaggio non parla mai ma solo a fine storia il professore ha un’esclamazione. Fermenti, su testi di Vincenzo Raucci basata su dei fermenti lattici appunto. E altre strisce di genere un po’ surreale Nero su Bianco, molto apprezzata da persone addette ai lavori. Quando si lavora da tanto tempo in questo settore le idee nascono continuamente, si sviluppano e se non ci sono editori per proporle si lasciano nel cassetto in attesa di cambiamenti.

Auguri per un’immediata pubblicazione.