Cominciamo con qualche nota biografica. Franco Benito Jacovitti (cognome di origine slavo-albanese) nasce a Termoli, vicino a Campobasso, il 9 marzo del 1923. Manifesta precocemente la sua propensione al disegno, scarabocchiando a carboncino sui lastroni che permettevano ai carretti di attraversare le strade sterrate del paese. Il padre è un ferroviere e frequenti sono i suoi trasferimenti durante la giovinezza: dopo tre anni trascorsi ad Ortona Mare frequenta, a soli undici anni, la scuola d’arte di Macerata poi, a sedici anni, si iscrive al liceo artistico a Firenze, dove i compagni, a causa della sua magrezza, gli affibbiano quel soprannome, lisca di pesce, che finirà col diventare un vero e proprio “pseudonimo d’autore”.
Negli anni del liceo, collabora alla pubblicazione satirica Il Brivido. Poi nel ’39 inizia a disegnare per Il Vittorioso ove, negli anni successivi, gli verranno pubblicate oltre alle storie di alcuni dei suoi personaggi più famosi (I tre P: Pippo, Pertica e Palla; Chicchiricchì; Giacinto corsaro dipinto; Jack Mandolino…) anche divertentissime riduzioni dei classici per ragazzi come Alì Babà e i quaranta ladroni o Don Chisciotte o le parodie di famosissimi fumetti (L’onorevole Tarzan, il mago Mandrago…). Contemporanea alla collaborazione con Il Vittorioso è anche la pubblicazione di vignette per il settimanale satirico Il Travaso delle idee.
Nel ’55 per il supplemento del giovedì de Il Giorno crea uno dei suoi personaggi più famosi e ancor oggi sulla cresta dell’onda (basti pensare ai coloratissimi e divertenti cartoon televisivi), mi riferisco naturalmente allo scanzonato cowboy Cocco Bill che riscuote da subito un grande successo. Dopo circa dieci anni di collaborazione continuativa, Jacovitti lascia il quotidiano milanese e si lega al Corriere dei Piccoli, settimanale per ragazzi allora in gran auge. In questo periodo nascono Zorry Kid, Tarallino Tarallà e Cip l’arcipoliziotto che, con il già citato Jack Mandolino, passeranno poi al Corriere dei Ragazzi. Nel 1973 la rivista Linus gli pubblica Gionni Peppe, cui seguiranno nell’81 le storie di Joe Balordo. Da segnalare anche la collaborazione, dal 1978, con Il Giornalino, che riprenderà le avventure di Cocco Bill e di altri suoi popolari personaggi.

Abbiamo detto che fu durante il periodo fiorentino che Jacovitti, con una striscia di Pippo, Pertica e Palla, iniziò giovanissimo a lavorare per il prestigioso settimanale cattolico il Vittorioso. Era il 1939 e “lisca di pesce” frequentava contemporaneamente il liceo artistico. Iscrittosi poi ad architettura, non potè frequentare perchè, a seguito della caduta del fascismo, nel ’43 fu portato dai tedeschi vicino ad Udine. Da qui gli riuscì di scappare in modo quasi rocambolesco e, tornato a Firenze, dovette nascondersi fino alla Liberazione. Di quel periodo vanno ricordate le sue illustrazioni per il Pinocchio edito da La Scuola editrice di Brescia, che anno per anno ne fece una gran quantità di ristampe, e anche una collaborazione, minore, con il Travaso delle Idee. Nel ’46 Jacovitti si trasferisce a Roma e dopo alcuni anni trascorsi, per così dire, “in sordina”, conquista una grande popolarità con il personaggio di Cocco Bill che, come abbiamo detto, viene pubblicato a partire dal ’55 sul supplemento del giovedì de il quotidiano il Giorno.

Negli anni precedenti, Jacovitti aveva comunque incontrato a Roma personaggi famosissimi e, in un certo senso, fondamentali per la sua formazione, come Marcello Marchesi, Metz e Mosca e grandi nomi del cinema come Steno, Age e Scarpelli e Federico Fellini (e mi sento di sostenere che i due finirono anche con l’influenzarsi un po’ a vicenda…) e, per restare sempre in ambito cinematografico, certo non sono il solo a sostenere che con il selvaggio west del suo Cocco Bill il grande Jac può essere considerato in un certo qual modo il precursore dello “spaghetti-western” che un decennio sopo esploderà letteralmente sugli schermi italiani con le celeberrime pellicole di Sergio Leone e degli altri validissimi registi nostrani.

Meno risapute sono invece le tribolazioni editoriali che Jacovitti, nonostante il successo e la popolarità fossero già arrivati, dovette subire. Che di lui non si potesse dire che era uomo di sinistra sembrò evidente a tutti fin da principio, ma che da ciò derivasse necessariamente una sua presa di posizione a favore della destra, francamente mi sembra ancora oggi una forzatura e un preconcetto. Eppure, negli anni Settanta proprio dal mensile Linus vi furono accuse e polemiche infuocate nei suoi confronti, mosse dalla parte più faziosa dei suoi lettori e da certi interessi editoriali asserviti a qualche malinteso pretesto politico. Quando lo cacciarono da Linus, furono comunque in molti a difenderlo dall’accusa in fondo più ingiusta e superficiale nei suoi confronti, ossia quella di “qualunquista”, e Oreste Del Buono, che tanto aveva fatto per averlo sulle pagine dell’allora più esclusiva ed intellettuale delle riviste a fumetti italiane, finì addirittura col trovarsi in disaccordo con gran parte della redazione. E’ evidente che non tutti nel mondo editoriale apprezzavano la spontaneità e la verve umoristica piacevolmente visionaria con la quale il nostro Jac, attraverso gag secondarie e battute visive o verbali solo apparentemente “di riempimento”, stimolava continuamente il lettore.
Non fu soltanto da allora che quella di Jacovitti fu considerata una matita scomoda: durante il periodo di collaborazione con il Giorno, ad esempio, gli fu censurata un’intera storia di Elviro il vampiro solo per colpa di qualche termine troppo esplicito e fu anche accusato di polemizzare con l’ENI della gestione Mattei per aver disegnato Cocco Bill su di un cavallo a sei zampe, il Supercavallomaggiore. E che fosse uomo deciso a non scendere a compromessi risultò ancora più evidente quando la casa editrice cattolica Ave, che già gli aveva contestato alcune donnone troppo formose per il celeberrimo Diario Vitt, saputo della sua collaborazione con il mensile Playmen di Adelina Tattilo, gli impose di lasciar perdere le “vignettine” erotiche e di dedicarsi solo ad una produzione che oggi definiremmo politically correct. Dato che il grande Jac, ancor prima che cattolico e moralista, si considerava un libero pensatore, continuò invece con la sua, peraltro gustosissima, produzione erotica, al punto da regalarci poi un sapido capolavoro dell’umorismo come il Kamasutra spaziale (pubblicato da Stampa Alternativa).

Vale la pena spendere due parole in più a proposito del Diario Vitt, ricordando che questo diario scolastico, popolarissimo negli anni Settanta, divenne un vero e proprio caso editoriale e raggiunse tirature e vendite record (qualcosa come due milioni e mezzo di copie). Primo esempio di diario scolastico con le vignette, questa pubblicazione riusciva a mettere d’accordo un po’ tutte le tendenze politiche (e le connotazioni sociali) dei giovani d’allora, catturando con gusto e simpatia l’attenzione degli impegnatissimi studenti di quegli anni. Pubblicato dall’editrice cattolica Ave, con il passare del tempo il Diario Vitt ha pian piano ceduto il passo alla concorrenza e, divenuto negli anni Ottanta “Diario Jacovitti” per una questione di diritti, è poi tornato, con un certo successo, ad essere distribuito con il titolo originale, dalla Pigna, fino al momento dell’improvvisa scomparsa del grande Jac.

A questo punto direi che, prima di passare ad un’analisi più attenta di alcuni dei suoi fumetti più famosi, è bene ricordare anche la cospicua produzione jacovittiana in campo pubblicitario, con alcune delle azzeccatissime campagne promozionali (qui citiamo solo quella per i salumi Negroni e quella per i gelati Eldorado, ma non mancano collaborazioni con l’ACI e le Ferrovie dello Stato) che ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – testimoniano l’immensa popolarità e il gradimento del pubblico nei confronti della sua arte.
Oltre ai celeberrimi “salami viventi” che non furono mai utilizzati dal grande Jac per motivi pubblicitari ma sempre con la divertita convinzione che fossero un’ottimo “riempitivo” per le sue vignette (“il salame riempie…” diceva, “e non soltanto in senso alimentare”). Nei suoi disegni, inoltre, si riscontra una gamma incredibile di “jacovittaggini”: vermi di tutti i tipi, piedi nudi, dita e mani a pugno, fiaschi e bottiglie, matite, pettini, dadi e rocchetti, e chi ne ha più ne metta… Quale sia il loro significato, al di là dell’evidente effetto comico, non è facile stabilirlo; lo stesso Jac, più volte sollecitato dalla curiosità degli intervistatori, dribbla l’argomento o risponde in modo poco convincente. Probabilmente, ad esigenze di carattere puramente grafico e di riempimento (ad esempio l’improvviso ingrandimento del formato da parte del Corriere dei Piccoli dopo che molte tavole erano già state disegnate in piccolo), si sono via via aggiunte considerazioni sul gradimento dei lettori e sulla capacità di tutti questi disegnini autonomi di catturare il loro interesse. Sta di fatto che, anche in questo caso, genialità e verve comica si sposano perfettamente e danno vita ad una miscela surreal-umoristica che diventa ben presto un vero e proprio marchio di fabbrica, una connotazione grafica irrinunciabile ed immediatamente riconoscibile, che, anche stavolta, conferma l’unicità e l’originalità dell’ universo artistico di Jacovitti.

Torniamo adesso ad occuparci delle sue creazioni a fumetti, con una premessa fondamentale però: il signor Jac è autore di almeno un centinaio di personaggi diversi che sono apparsi su svariati periodici, tradotti e diffusi in moltissimi paesi; in questa sede non possiamo certo esaminarli tutti in dettaglio e, quindi, dobbiamo limitarci ad una selezione basata sulla loro popolarità.
Di Cocco Bill dirò il minimo indispensabile dato che tra tutti è senz’altro il più conosciuto e più famoso; di lui si è scritto così tanto da arrivare, talvolta, ad analizzarne anche i particolari meno significativi. Sappiate che l’indimenticabile cowboy “alla camomilla” è il risultato di una lunga gestazione western, che affonda le radici in fumetti precedenti come Pete lo Sceriffo (del 1943), Pippo nel Texas (1949) e Tex Revolver (del 1955) e che prima di lui Jacovitti aveva creato addirittura un improbabile Pecor Bill, da utilizzare solo per i Caroselli pubblicitari di una nota industria manifatturiera…
Che cosa dire, invece, dei tre P: Pippo, Pertica e Palla, se non che i tre ragazzetti (il cui nome è indicativo delle loro fattezze), con le loro storie comico-avventurose contribuirono certamente all’affermazione fumettistica del nostro “lisca di pesce” e ne caratterizzarono il passaggio professionale dalla vignettistica tradizionale alla striscia a fumetti. Interessante è anche notare come una delle loro storie più famose (“Pippo e il dittatore”) sia considerata una vera e propria presa di posizione di Jacovitti nei confronti del nazionalsocialismo e di ogni regime partitocratrico, vista l’impietosa caricatura di Hitler che l’autore tratteggia con il controverso personaggio di Flitt.
Tra i personaggi più amati del grande Jac va senz’altro annoverata anche la divertentissima parodia “zorresca” che, a partire dal 1968, celebra la saga di Zorry Kid dalle pagine del Corriere dei Piccoli. L’irrefrenabile spadaccino mascherato che, sullo sfondo di una alquanto improbabile California, tiene a bada i cattivoni di turno, conquista subito lettori d’ogni età, tanto da diventare protagonista di un Carosello pubblicitario nel 1970. L’invincibile spada tracciatrice di “zeta” e tutti gli azzeccatissimi personaggi di contorno (ne cito uno per tutti: il fido maggiordomo di Zorry Kid, Carmelo Battiston che, semianalfabeta, sa leggere ma non sa scrivere e quindi si esprime… a fumetti bianchi!) abbozzano da subito avventure movimentate e davvero godibili che, almeno nelle prime storie pubblicate, sono sostenute da un efficace idioma pseudo-spagnoleggiante (Jacovitti dovette poi italianizzarle su esplicita pressione dell’allora direttore del Corriere dei Piccoli).
Ambientazione più metropolitana è stata data, invece, alle disavventure di uno scalcinato, ma simpatico, gangster di “Broccolino”, l’indimenticabile Jack Mandolino (per gli amici “violoncello”) che dopo qualche apparizione sporadica nelle storie di Pippo, Pertica e Palla, conquista il ruolo di protagonista in una memorabile storia del 1956 (pubblicata originariamente con il titolo “Gionni Chitarra e Jack Mandolino”), poi reimpaginata per la raccolta, su Oscar Mondatori, delle “Jacovitti stories” (del 1973) e reintitolata “Jack Mandolino, gangster come si deve”. Il mascalzone sfortunato ha avuto una interessante evoluzione grafica a partire dal 1968, al punto tale da non avere molto a che spartire con le fattezze precedenti. Jacovitti pensò inoltre di affibbiargli una “spalla” irresistibile: il piccolo Pop Corn, un diavoletto infingardo e pessimo ispiratore che, dopo aver trascinato il povero Jak (nella nuova versione il suo nome perse la c) in situazioni davvero spassose, finisce sempre per pagarne duramente le conseguenze. Questo restyling incontrò subito un grosso successo e il riscontro di pubblico fu tale da indurre la RAI ad ospitarlo nella celeberrima serie televisiva di Guido De Maria, “Gulp! Fumetti in TV”, con una storia ad animazione ridotta.
Restando sempre in ambito noir (si fa per dire…) non dobbiamo dimenticarci delle avventure pseudo-poliziesche di un personaggio che non ebbe invece alcuna evoluzione grafica, perché già così funzionava alla grande; sto parlando di Cip, il poliziotto, che molto spesso ha avuto a che fare con un lestofante dalle connotazioni molto particolari, il perfido Zagar, sorta di disastroso Fantomas che con la sua tuta nera aderente farà tendenza tra i supercattivi degli anni a venire. Faccio notare che a sostenere molti dei suoi intrighi polizieschi hanno sicuramente contribuito altri personaggi comprimari ad alto tasso umoristico, come la memorabile Signora Carlomagno o il poco perspicace aiuto-detective Gallina.

Bene, amici lettori, e con ciò direi che siamo davvero all’epilogo. Benito Jacovitti ci lascia all’improvviso, nel dicembre del 1997. Si resta così orfani dei suoi “paginoni”, dei suoi “salami” e dei “piedoni”. Un certo amaro in bocca per chi, come me, per tanti anni si è fatto accompagnare dal suo spirito salace, bizzarro ed un po’ pazzo, capace tuttavia di un dono assai prezioso: trasmettere il sorriso a tutti i suoi lettori.

Gianpaolo Saccomano