Facciamo alcune osservazioni preliminari: secondo alcuni critici (in particolare G. Munier), l’immagine filmica (e in traslato minore anche quella fumettistica) conduce inevitabilmente lo spettatore ad una perdita, o comunque ad una forte riduzione, della facoltà immaginifica se non, addirittura, della capacità di riflettere. Questa affermazione non tiene però conto del fatto che, anche davanti a un’immagine rappresentata (in movimento progressivo come nel cinema, o in movimento statico come nel fumetto), l’uomo finisce col comportarsi né più né meno come se avesse di fronte un’immagine reale. Nello specifico di cui stiamo per scrivere, dunque, dato che abbiamo a che fare con vere e proprie icone dell’horror classico (vampiri, licantropi, creature dannate… – insomma con gli archetipi terrifici, spaventosi e disturbanti), lo spettatore/lettore finirà inevitabilmente col provare un brivido di paura e suggestione… e ciò, si badi bene, a dispetto del fatto che sappia perfettamente di trovarsi di fronte ad una “fabula”, ovvero alla rappresentazione di un universo fittizio, fatto talvolta di luce e celluloide e talvolta di carta e chine colorate.
Per spiegare come ciò accada, vale la pena di tirare in ballo il buon vecchio Kafka che, allarmante, sentenzia: “non esistono fabule non cruente: tutte quante provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia, ed è proprio con le fiabe che si attira l’attenzione degli uomini sulla verità”. Troppo drastico? Può darsi, ma prima di scuotere la testa provate un po’ a dare un’occhiata a tutti gli horror-comics che sto per elencarvi, e poi ne riparliamo…

Anzi, direi di prendere subito in considerazione – trattandosi di un piccolo gioiello tra le versioni a fumetti dell’iconografia horror – il Nosferatu trascritto da Alfredo Castelli e Marco Baratelli e splendidamente disegnato da Gianni Grugef per il numero quattro della mitica rivista Horror. Una complessa operazione, tutta basata sull’esaltazione e sulla preterizione degli archetipi angoscianti, che vengono poi filtrati con un virtuosismo grafico davvero suggestivo. Gli autori sono, infatti, riusciti a condensare in sole sette tavole uno dei grandi capolavori dell’espressionismo tedesco, il Nosferatu – Eine symphonie des grauens di Friederich Wilhelm Murnau (1921). Operazione felicemente riuscita poiché non ne viene sminuita l’incredibile carica visionaria e non se ne tradisce il particolare stile di regia, in cui la sequenzialità di ogni inquadratura assume una precisa funzione ed è costruita in rapporto con l’intera vicenda.

Riguardo alla tragedia di Frankenstein poi, se il cinema aveva subito intuìto le sue potenzialità terrifiche, anche il fumetto non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione per rappresentare questo bizzarro personaggio, scaturito dal più sfrenato dei deliri gotici dell’autrice Mary Shelley. Puntualmente, infatti, a partire dagli anni Quaranta sono davvero numerosi gli scrittori e i disegnatori che si sono cimentati nel tentativo, più o meno riuscito, di farlo rivivere (un po’ alla maniera del suo folle creatore…) sulle pagine dei comic-book più popolari. A mio parere, però, i soli episodi degni di nota sono quelli disegnati dallo statunitense Dick Briefer prima e molti anni dopo da Mike Kaluta e Bernard Baily per la National, versione che merita di essere ricordata per la sua pulizia grafica.
Anche in Italia, nei primi anni Settanta, si era fatto qualcosa di interessante al riguardo: Gino Sansoni Editore nel maggio del 1974 pubblicava un pocket dell’orrore contenente alcuni racconti a fumetti già apparsi sulla rivista Horror. L’antologia era curata da Giorgio Medail e faceva parte della collana intitolata La cripta del Dottor Horror (fascicolo n. 14). Il titolo era Frankenstein Superstar (sic!) e in copertina era stato montato un collage di vignette tratte dai fumetti interni; in più c’era un mezzo primo piano del mostro, dipinto da Zaniboni e ispirato alla versione cinematografica di Boris Karloff. Il racconto, che era già stato pubblicato in formato pocket nei Classici dell’orrore a fumetti qualche anno prima, si intitolava La leggenda di Frankenstein ed era una libera riduzione del romanzo fatta da un tale Guido Da Milano (probabile pseudonimo giovanile di Castelli e Baratelli) con i disegni di Giorgio Montorio.
Più o meno dello stesso periodo è anche una serie a fumetti (per adulti) sceneggiata da Paolo Morisi e disegnata da Angelo Maria Ricci per la Edifumetto, che andò avanti con discreto successo per diversi numeri. A partire dal 1973, sotto l’egida di Roy Thomas, anche la Marvel cominciò a produrre una serie di episodi con protagonista il Dr. Frankenstein e la sua creatura. Si trattava di storie giocate più su un registro fantasy-avventuroso che non sulla consueta formula horror-gotica e, soprattutto, prive di quel pathos che il personaggio spesso riesce ad evocare, grazie a quella sofferta parvenza di umanità che la versione cinematografica gli aveva saputo dare. Tuttavia – forse perchè abilmente orchestrate da uno sceneggiatore del calibro di Gary Friederich e senz’altro perchè affidate al tratto epico di Mike Ploog e al dinamismo classico di John Buscema – direi che queste storie conservano una certa atmosfera e si leggono tutt’oggi piacevolmente (in Italia le ha pubblicate Luciano Secchi nella collana Superfumetti in Film della Corno), riportandoci per un attimo (con nostalgia…) ai grandi fasti cinematografici del Frankenstein di James Whale (1931) e alle impareggiabili interpretazioni di Boris Karloff che, nei panni della creatura infelice e dannata diventò un mito del cinema di tutti i tempi.

Da considerarsi senz’altro un altro piatto forte della cinematografia horror-gotica correlata ai fumetti, è sicuramente la serie di telefilm dedicata all’inneffabile vampiro buono Barnabas Collins, che fu protagonista, con grandissimo successo, di una vera e propria gothic-novela, che andò in onda sulle tivù statunitensi per qualcosa come 1.225 episodi a partire dal 1966 fino al 1971 e intitolata suggestivamente Dark Shadows. Le singolari avventure horror del vampiro interpretato dall’attore Jonathan Frid furono immortalate (a dispetto della poca espressività del protagonista) anche in una serie a fumetti disegnata da Ken Bruce Bald – uno specialista dei comics di derivazione televisiva che già aveva firmato la serie del “famigerato” Dottor Kildare – e successivamente trasposte anche in chiave cinematografica dall’importante regista Dan Curtis che, con il suo La casa dei vampiri (House of Dark Shadows, 1970) ha confezionato un dignitoso filmetto horror dalle buone suggestioni gotiche che, se ha il pregio di esaltare le componenti d’atmosfera e le trovate originali di questa serie televisiva (già allora “di culto”), ha però anche il difetto di glissare troppo sugli elementi terrifici e sulla vasta gamma di villains, tutti horror-monsters (lupi mannari, fantasmi, streghe…), che indubbiamente ne avevano decretato il successo.
In Italia i fumetti di Barnabas Collins (soprattutto quelli realizzati in striscia giornaliera per oltre un centinaio di quotidiani) sono stati pubblicati nel 1973 dalla rivista Il Magoe auspichiamo vengano prima o poi ripresi da qualche editore illuminato e in una versione aggiornata e completa, ad uso e consumo delle nuove generazioni di lettori. Nel frattempo va segnalato (e non ce ne stupiamo affatto!) come il pubblico televisivo italiano abbia gradito molto poco i pochi episodi di questa particolarissima fiction mandata in onda diversi anni orsono sulle reti Mediaset, e ciò a dispetto del suo indiscutibile successo internazionale che, perpetuatosi a suon di repliche nel corso dei decenni successivi, ha addirittura convinto i produttori della MGM/UA Television a realizzarne (nel 1991) un interessante remake in nove episodi, stavolta interpretati dal certamente più sapido Ben Cross e dall’icona dell’horror-movie anni Settanta Barbara Steele.

A questo punto una domandina: quanti di voi si ricordano della “immarcescibile” Swamp-Thing, la Cosa della Palude? Certo che i gothic-comics di Swamp-Thing creati nel 1972 da Len Wein e Berni Wrightson erano proprio gagliardi e colpivano nel segno! Basta pensare all’accuratezza grafica e alla suggestiva ambientazione che ne contraddistingueva soprattutto le prime storie… Ebbene, non crediate che queste premesse abbiano giovato ad una seria trasposizione cinematografica di quello che, per certi versi, viene ancor oggi annoverato tra i cult del fumetto internazionale! Considerato che il regista del film Swamp-Thing (1982) è nientemeno che Wes Craven – uno dei grandi maestri dell’horror-cinema di tutti i tempi – vi arrabbierete ancor di più nel constatare che, nel mettere in scena le disavventure dello sfortunato scienziato Alec Holland (che si è trasformato in una grottesca creatura a metà tra il putrido e il vegetale) Mr. “Nightmare” Craven tocca uno dei livelli più bassi della sua altalenante carriera registica e ci ammanisce un polpettone horror-campy che non va al di là del peggior B-movie supereroistico, finendo col cadere addirittura nel ridicolo per alcune ingenuità sul make-up, o sugli effetti ralenti (alla “uomo bionico”, per intenderci…) che pretenderebbero di caratterizzarne le scontatissime sequenze d’azione. Ciò premesso, non sorprendetevi se, per amor vostro, glisserò sull’esistenza di un obbrobrioso sequel, Il ritorno di Swamp-Thing (1989), e sulle due serie televisive derivate e realizzate all’inizio degli anni Novanta, preferendo fare cenno, invece, ad un altro horror-character veramente indovinato e magistralmente disegnato da un maestro del fumetto internazionale, il peruviano Pablo Marcos… Mi riferisco alle terrificanti vicissitudini nella vita di Simon Garth, il tribolatissimo business-man divenuto zombie per l’atroce vendetta del suo giardiniere… e condannato, attraverso una serie di soprannaturali incantesimi vudù ad una spaventosa non-vita fatta di sofferenze e schiavitù, sotto l’influsso di un magico medaglione che, di volta in volta, passerà nelle mani di personaggi decisamente oscuri e negativi. Eccettuato per la forte componente romantico-esistenzialista che l’eccellente fumetto marvelliano tende ad esaltare, non possiamo fare a meno di notare come proprio il già citato regista Wes Craven abbia probabilmente attinto da questa azzecatissima saga del terrore per il suo, peraltro ottimo, film Il serpente e l’arcobaleno (1988), molto sottovalutato ma rarissimo esempio di horror socio-politico sulla dittatura del sanguinario haitiano Duvalier.

Restando in tema di personaggi che hanno qualche problemino con l’epidermide, non possiamo dimenticarci di un’altra riuscita trasposizione marveliana del calibro de La Mummia Vivente, la cui saga dalle connotazioni fortemente orrorifiche fu realizzata dal consueto staff Marvel con la supervisione dello stesso Stan Lee, probabilmente sull’onda lunga del successo del film La Mummia di Terence Fisher (1959) prodotto dalla Hammer e intepretato dal nascente astro del cinema horror Christopher Lee. In Italia le avventure dell’ex-re e guerriero ‘n Kantu, che il grande sacerdote egizio Nephrus ha condannato alla vita eterna in un corpo rinsecchito, furono pubblicate con discreto successo alla fine degli anni Settanta sul Corriere della Paura e nel decennio successivo sulla rivista Zombi.

Dell’inarrivabile versione di Dracula offertaci da Stan Lee e dal Marvel staff con i mitici episodi di The Tomb of Dracula, (disegni di Gene Colan e script di Gerry Conway e Archie Goodwin) dirò solo l’indispensabile, poichè in questo numero di Ink troverete un dettagliato articolo sulla serie in questione. Vi basti sapere che pur non trattandosi di una vera e propria trasposizione cinematografica, il già citato grande specialista dell’horror anni Settanta, il regista Dan Curtis, nell’apprezzabile Tv-movie intitolato Il demone nero (1974), identificò l’interprete ideale del suddetto Marvel-comics con un mostro sacro del cinema hollywoodiano di quel periodo, il granitico Jack Palance.
Dato che stiamo trattando di Marvel-characters, penso sia meglio chiarire, invece, che Lycantropus, uno dei più noti classic-monster nati dalla fervida fantasia di Stan Lee e sviluppato graficamente da Mike Ploog sugli script del grande Gerry Conway (ma talvolta anche di Jean o Roy Thomas…), non ha proprio nulla a che vedere con l’omonimo filmettino diretto da Richard Benson (il nostrano Paolo Heusch) nel 1961. Se proprio dobbiamo rintracciarne un referente cinematografico, è meglio senz’altro tirare in ballo il bizzarro lupo mannaro buono Daminsky, interpretato da Paul Nashy e divenuto protagonista di un certo numero di pellicole di produzione ispano-tedesca (tutte dirette da Leon Klimowski nei primi anni Settanta) e delle quali vi ricordo soltanto Le messe nere della Contessa Dracula (Noche de Valpurgas, 1970), che è di gran lunga la più suggestiva, oltre che un buon successo internazionale.

Tralasciando l’adrenalinico vampire-hunter Blade, ormai assurto a superstar nei blockbuster horror-action di tutto il mondo, spendiamo due parole in più su Abraham Van Helsing, il cacciatore di vampiri per antonomasia, che oltre ad essere stato il fido deuteragonista del Conte Dracula e dei suoi accoliti in una miriade di film (e filmetti) per il cinema e la Tv, sembra destinato alla consacrazione finale nei panni di protagonista assoluto con l’imminente kolossal Van Helsing di Stephen Sommers, interpretato da Hugh Jackman che, smessi i panni del mutante Wolverine, si troverà ad affrontare nientemeno che le massime incarnazioni horror della Universal Picture: Dracula, il mostro di Frankenstein e l’Uomo Lupo! Del resto, il suggestivo personaggio del medico olandese votato alla lotta contro le personificazioni del male, già nel 1970 aveva subìto la trasformazione in un vero e proprio investigatore del soprannaturale grazie alla fervida fantasia della coppia Castelli e Baratelli (stavolta per la rivista Psyco), diventando il particolarissimo detective-character di cinque storie, tutte disegnate da Carlo Peroni, con un colpo d’occhio alla famosissima caratterizzazione cinematografica data dal grande Peter Cushing nella maggior parte dei vampire-movie di Cristopher Lee, e più di un rimando visivo alle suggestioni grafiche dell’espressionismo tedesco.

Ci avviamo alla conclusione di questo nostro lungo excursus con una delle più originali creazioni terrifiche dell’universo Marvel che, pur non essendo ancora diventato una vera e propria icona dell’horror multimediale, ha già dato segno di parecchie potenzialità in quel senso. Da tempo si vocifera di una sua trasposizione su grande schermo con una mega-produzione diretta da Stephen Norrington che sarà interpretata nientemeno che da Nicolas Cage. Mi riferisco, naturalmente al soprannaturale Ghost Rider, sorta di implacabile Harley Davidson-man dal teschio perennemente fiammeggiante e dall’accentuata propensione a raddrizzare i torti e ad erigersi a paladino della giustizia, il che lo rende più facilmente assimilabile alla genìa super-eroistica che non ai classici orrorifici di cui ci stiamo occupando. Sta di fatto che il notevole gradimento con cui fu accolto fin dalle sue prime apparizioni nei Marvel Spotlight del 1971, a fianco del buon vecchio Devil, fanno ben sperare in una sua dignitosa trasposizione cinematografica, che potrebbe anche bissare il grande successo ottenuto dallo stesso regista con il primo film sul cacciatore di vampiri nero. Non ci resta che aspettare, dunque… con un brivido lungo la schiena.

Gianpaolo Saccomano