Non capita spesso che esca nei nostri cinema un cartone dedicato al pubblico adulto. A distanza di pochi mesi, la Mikado doppia l’uscita di Appuntamento a Belleville con un’altra produzione animata francese, I figli della pioggia.
Liberamente tratto da un romanzo di Serge Brussolo, I figli della pioggia è in fondo un’ennesima versione della storia di Romeo e Giulietta, due esseri diversi che si amano nonostante le difficoltà. Il film è ambientato in un mondo in cui due popoli si affrontano senza quartiere, i Pyross e gli Hydross. Come suggeriscono i loro nomi, i primi sono adoratori del sole e vedono l’acqua come simbolo di morte: non solo corrode i loro corpi come fosse acido, ma la stagione delle piogge annuncia anche il risveglio dei draghi che sconvolgono la loro esistenza, mandati dagli Hydross per distruggere la città di Orfalaise, dove i Pyross vivono. E quando finalmente torna la stagione secca, allora i cavalieri Pyross partono per una crociata verso Amphibole, la città in cui vivono i loro nemici. Gli Hydross hanno un ciclo vitale opposto: il calore del sole li trasforma in statue, e soltanto la pioggia benefattrice può farli tornare in vita. Per anni le spedizioni dei Pyross hanno riportato ad Orfalaise i gioielli rappresentanti le anime dei nemici caduti, ma quando lo sguardo del giovane Skan si posa sulla statua di Kallisto, tutto si complica…
Serge Brussolo è forse il più importante scrittore fantastico francese, capace di creare universi originali e ricchi di elementi accattivanti. Non è un caso, infatti, che già nel 1995 la Commissione d’Anticipo sugli Introiti del Centro Nazionale del Cinema avesse accettato di finanziare il film (che allora si intitolava All’ombra dei dragoni). All’epoca il progetto era in mano al regista René Laloux e al produttore Léon Zuratas, ma quando nel 1997 Laloux abbandonò il progetto a causa delle premature morti di alcuni suoi collaboratori e amici, Zuratas si rivolse a due persone che avevano lavorato con entrambi nella realizzazione di Gandahar: Philippe Leclerc e Philippe Caza.
Caza si mette subito a lavorare alla creazione grafica dei personaggi e dell’universo in cui si muovono, e in meno di un anno partorisce un mondo in cui non c’è spazio per le atmosfere cupe descritte da Laloux ma in compenso abbonda l’aspetto heroic fantasy. Il risultato è a dir la verità piuttosto simile a quello che lo stesso Caza proporrà in seguito nei volumi del Mondo di Arkadi, ma Zuratas rimane talmente affascinato dal suo lavoro da decidere di realizzare una nuova versione della sceneggiatura. È lo stesso Caza a redigere il nuovo script, che intitola Skan, guerriero del sole e che non è solamente più spettacolare dei precedenti, è anche decisamente meno ermetico. Più commerciale, se vogliamo. Il romanzo di Brussolo da cui tutto era partito sembra solo una lontana ispirazione, ormai: l’idea della lotta tra i due popoli a causa del paradosso climatico è praticamente l’unica idea rimasta. A questo punto lo sceneggiatore televisivo Laurent Turner si siede attorno ad un tavolo insieme con Caza e Leclerc e redige la sceneggiatura definitiva, a cui Caza aggiungerà i dialoghi. È l’inizio del 2000 e sono passati diciott’anni dalla prima versione del film scritta da René Laloux, ma finalmente I figli della pioggia è pronto ad entrare in produzione.
Fin dalla sequenza dei titoli di testa è evidente come il design del film sia opera dell’artista di Metal Hurlant, per quanto il tratto sia obbligatoriamente più semplice rispetto ai suoi lavori fumettistici. Purtroppo la pellicola non riesce ad avere il mordente di quelle storie, né ripropone il loro aspetto surreale. La trama scivola via limpida e prevedibile, tra una scena di violenza stemperata ed una di commedia poco riuscita. È difficile appassionarsi alla vicenda, è ancor più difficile tenere davvero ai personaggi. Forse il fatto che il regista definisca il film come un’opera politico-sociale più che un fantasy è un buon indice dei problemi che stanno alla base della pellicola.
Volendo caricare troppo il messaggio contenuto in questo lavoro (“un inno alla tolleranza”), si è finiti per prestare poca attenzione all’effettiva riuscita della narrazione. Dotando tra l’altro il film di un finale “tarallucci e vino” inedito rispetto alle pagine di Brussolo, Leclerc e Caza hanno finito per sminuire un potenzialmente ottimo film d’avventura, sottovalutando la portata fantasy dell’intero progetto. E visti i nomi in gioco, questa è davvero una sorpresa.
Come già capitato allo splendido La città incantata, anche I figli della pioggia ha visto la collaborazione con uno studio di animazione coreano. In particolare, design di personaggi e ambienti, storyboard e layout sono stati fatti in Francia, mentre in oriente si sono occupati di creare sfondi supplementari e di comporre l’immagine definitiva prima di rimandare il tutto in Francia per la post-produzione sonora. Sfortunatamente, il risultato grafico finale è ben lontano da quello del capolavoro di Miyazaki citato poco sopra. I figli della pioggia sembra un film vecchio di qualche anno, che non fa buon uso della tecnologia elettronica e pur creando un mondo di buon impatto visuale non riesce mai a sorprendere, a colpire davvero lo spettatore. Per essere l’opera di un talento immaginifico come quello di Caza, che si è a sua volta basato sul lavoro di un altro gran mogol della fantasia raccontata, certo il film – pur non mediocre – non gli rende giustizia.

Alberto Cassani