Come spesso succede, le nebbie e le gelate della pianura padana hanno certamente contribuito a che Gian Giacomo Dalmasso, nato a Voghera il 21 luglio 1907, un vero pioniere della sceneggiatura italiana, sviluppasse una notevole propensione per personaggi ed ambientazioni esotiche particolarmente cariche d’azione. La sua stessa gioventù seguì il ritmo dei frequenti trasferimenti del padre, insegnante di lettere, il quale, un po’ per il suo temperamento inquieto, un po’ per avanzamenti di carriera, più volte spostò la residenza della sua famiglia, anche in altre città come Cagliari, Perugia, Catanzaro.

Nel 1926 comunque Dalmasso, dopo il liceo classico, entrò nell’Accademia Militare di Modena. Una scelta probabilmente dettata dall’inquietudine e dal disagio per un ambiente provinciale troppo stretto, come poteva essere la Catanzaro di quegli anni ma anche e soprattutto dal desiderio di avventura che in lui si manifestava, io credo, come un misto di ottimismo per la vita e desiderio di evasione e di conoscenza. La scelta dell’accademia militare non fu dettata né da nazionalismo né da militarismo ma dalla passione per una vita più interessante e avventurosa di quella monotona degli uffici e dal gusto di indossare un’uniforme. Certo che questo gusto per l’avventura e per il picaresco, deve essersi non poco accentuato attraverso la sua esperienza militare ardimentosa e travagliata in Africa settentrionale, come comandante di reparto alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui Dalmasso non si sognava nemmeno di voler intraprendere la non facile carriera di autore e sceneggiatore di fumetti. Assegnato ai reparti meharisti, egli fu in breve promosso capitano e nominato comandante di “sotto- zona” a Ghat, in pieno deserto del Sahara, a 1200 chilometri dalla costa. Divenuto ufficiale dei bersaglieri, lo ritroviamo appunto in Africa settentrionale, dove nel 1943 consegue il brevetto di paracadutista e rimane coinvolto nella guerra di liberazione. Oramai i risvolti avventurosi si mischiavano sempre di più agli aspetti duri e tragici della guerra e alle difficoltà e ai timori di sciagure incombenti.

Alla fine del terribile conflitto, rientrato in Italia, Dalmasso si sposa e va ad abitare a Milano. Il dopoguerra porta serenità ma anche austerità e sacrifici; Dalmasso allora era capoufficio reclutamento nel distretto di Milano e la brillante vita militare svolta in precedenza sembrava essere oramai definitivamente tramontata, per lasciare spazio a responsabilità e a fatiche molto più prosastiche. Fu invece proprio a Milano che Dalmasso, che aveva sempre scritto poesie e racconti per gusto personale, per la prima volta si avvicina all’attività di scrittore e giornalista, entrando in contatto con la redazione del giornale umoristico Frà Diavolo, diretto da Guido Martina e comincia a scrivere articoli satirici che firmerà con lo pseudonimo di Asso.
Dal 1947 in poi, all’attività giornalistica associa quella di autore fumettistico, dando vita a numerosi e apprezzabili personaggi del mondo dei comics, scaturiti soprattutto nel periodo di collaborazione con l’editore Giurleo. Da Pantera Bionda a Miss Diavolo, da Il Piccolo Centauro a Jack il pilota, fino al più famoso Aquila Bianca (che in Francia verrà ribattezzato con il nome di Gazelle Blanche e avrà un certo seguito di lettori), inizia così la sua meritoria attività di creatore di storie ardimentose e fantasiose che per quasi quarant’anni appassioneranno ed entusiasmeranno una schiera ben nutrita di lettori.

Nel 1948 idea Piccola Freccia, dando vita per l’editore Gianni De Simone al periodico che porta lo stesso nome del personaggio e che permette a Dalmasso di pubblicare altre sue creazioni tra cui, per esempio, Jim Rumba. Dal 1948 al 1955 scrive, per Tristano Torelli, molti episodi di El Bravo e Nat del Santa Cruz e alcune storie de Il piccolo sceriffo, personaggio che ha probabilmente contribuito, almeno a livello ispirativo, alla creazione di un vero e proprio gigante del fumetto italiano come Il piccolo Ranger, celeberrima creatura del geniale trio EsseGesse. Con un’incursione abbastanza convincente nel genere storico-avventuroso sceneggia anche una Vita di Cristoforo Colombo che verrà pubblicata sul periodico Totem.

Nonostante l’attività di scrittore e sceneggiatore gli garantisse una buona remunerazione, Dalmasso preferì mantenersi nell’ambito militare fino al 1950, anno in cui lascerà definitivamente l’esercito con il grado di Colonnello della Riserva.
Del 1953 è la sua prestigiosa collaborazione al Corriere dei Piccoli per il quale scrive il Tam Tam, cui seguirà subito dopo un lungo periodo di lavoro con l’editore Bianconi e con la Alpe, soprattutto come autore dei testi della versione umoristica di Davy Crockett.
Non va dimenticato, dato l’alto livello richiesto, che Dalmasso come fumettista è stato molto ben apprezzato ed ha lavorato anche per la Francia dove molti dei suoi personaggi sono stati pubblicati in esclusiva per il mercato europeo: è il caso di Dick Hunter, Rocambo, Slim, Titouchee, John & Jack.

Il 1953 è un anno importante per questo autore poiché Dalmasso dà vita al fantascientifico Raca per il tipografo-editore Marino Tomasina e, per conto di Enzo Chiomenti, alle storie della tarzanide Naja che, nonostante conservi tutte le caratteristiche del fumetto d’avventura di ispirazione, per così dire “burroughsiana” (Edgar Rice Burroughs è il creatore del personaggio di Tarzan) e abbia non poche similitudini con Pantera Bionda, presenta comunque degli elementi di originalità e una certa atipicità nel panorama fumettistico nostrano. Quello di Naja è purtroppo un esperimento destinato ad avere vita breve, non tanto per la scarsa risposta dei lettori al personaggio, quanto per una serie di problemi organizzativi e distributivi che spinsero Chiomenti, editore un po’ improvvisato e subentrato alla scomparsa di Giurleo, a pubblicarne soltanto otto numeri.

Il vertice delle qualità narrative di Dalmasso viene però raggiunto successivamente, quando ad assumerlo, nel 1958, è nientemeno che la Arnoldo Mondadori Editore con la quale da quel momento continuerà a collaborare come interno. Nel 1958, infatti, Mario Gentilini, allora direttore di Topolino, lo assume con l’incarico di curare la “revisione e il coordinamento delle sceneggiature”, una funzione per ciò che riguardava le storie a fumetti sostanzialmente simile a quella di caporedattore.
La sua prima sceneggiatura disneyana è un soggetto memorabile e gustosissimo che non a caso si rifà, in chiave parodistica, ai grandi successi cinematografici dell’uomo-scimmia, che qui diventa Paperino e gli uomini leopardo (potete leggerla su Almanacco di Topolino del marzo 1959) e che non è escluso che qualche anno più tardi possa esser servita agli artigiani del cinema nostrano come spunto per l’esecrabile b-movie Tarzak contro gli uomini leopardo, del 1964, interpretato da Ralph Hudson e con la regia di Carlo Veo.
Ad essa seguiranno tantissime altre storie, più o meno memorabili, ma comunque sempre di buon livello, tra le quali conviene sicuramente citare almeno Paperino, principe di Dunimarca (Topolino nn. 226-27 del 1960), Paperodissea (con G. Martina, Topolino nn. 268-69 del 1961) e Topolino, corriere dello Zar (Topolino nn. 553-54 del 1966). Nelle storie di Dalmasso la vena satirica, poi, talvolta diviene evidente (soprattutto in quelle disneyane): una sorta di arguto e graffiante divertissement che tocca il capitalismo, la vita americana, il Terzo mondo, le rivoluzioni, i regimi sudamericani… A partire dal 1957, inoltre, Dalmasso sceneggia le tavole di raccordo che appaiono sui Classici di Walt Disney e che continueranno ad essere pubblicate postume fino al 1982.

Gian Giacomo Dalmasso scompare infatti nel settembre 1981, lasciando un’impronta sincera (e mai volutamente marcata) sul cammino del fumetto italiano. Risulta particolarmente significativa la gustosa miscela di ritmo e di avventura che questo nostro autore riusciva a proporci con le sue sceneggiature. Storie che mettevano in risalto la sua predilezione per personaggi “puri” nella loro intenzione etica: il ragazzo, la ragazza coraggiosi, l’avventura intricata in cui il trionfo dei buoni avviene in relazione al concatenarsi delle circostanze, in modo sfumato, intelligente e spesso sapientemente miscelato con il genere della commedia…

Sono pochi, ai giorni nostri, a ricordarsi di lui e della sua passione per l’avventura e per il coraggio tout-court, anche se probabilmente molti hanno letto e fruito del suo innegabile talento di narratore e creatore di personaggi ardimentosi e impavidi. E’ giusto ricordarne il senso della misura e l’abilità, quasi artigianale, nella costruzione narrativa e lasciargli così una piccola nicchia nel sotterraneo del fumetto italiano. E sì, ho scritto bene, “sotterraneo”: poiché coi tempi che corrono, in Italia il fumetto e il suo mondo stanno diventando sempre più un’arte da tenere nascosta, da relegare ai sottoscala, lasciando altri media, troppo poco artistici e spudoratamente commerciali, a farla da padroni.

Gianpaolo Saccomano