Delirio in Fa maggiore, dopo un anno vissuto pericolosamente… Ovvero come essere un “fumettaro” e vivere felici (almeno spero…).

Dodici mesi passati a scrivere, leggere, mangiare, e pensare di fumetti. Quasi troppo per un essere umano medio. Da voci non confermate sembra che alcune delle tecniche di deprivazione sensoriale utilizzate nel corso del programma di addestramento spaziale della NASA, in vista della missione Terra-Marte, prevedano proprio questo sistema per disconettere il legame Uomo-realtà fisica.

Probabilmente è un’esagerazione, dato che molte delle cosiddette figure pubbliche (artisti, scienziati, politici, giornalisti, opinionisti in genere) mostrano una sconnessione tra loro e il mondo reale, più che ottimale, e sicuramente il fumetto non c’entra niente. Ciò non di meno (notare come il mio lessico sia ancora sufficientemente forbito da usare locuzioni simili), è indubbio che il fumetto sia un genere da prendere con le molle. Ma lo sapete quanti ragazzini si sono buttati dalla finestra, convinti che il semplice fatto di annodarsi un lenzuolo intorno al collo li rendesse capaci di volare? Nemmeno uno, è vero, ma questo non vuol dire che la possibilità che questo succeda sia da escludere. Quindi, per proteggere preventivamente i nostri pargoli, la futura generazione che reggerà le sorti di questo paese, dobbiamo dar vita a una censura positivo-preventiva, che eviti simili cose. Mi stupisco che una proposta di legge del genere non sia stata presentata in Parlamento, dato che, a guardare bene, se ne potrebbero trovare di altrettanto idiote.

Passiamo ad altro. Ci vogliamo bene tra addetti ai lavori? La concorrenza tra case editrici arriva al punto che nottetempo mi maschero da ninja, e percorro le vie di Bologna alla ricerca di Lupoi, per caricarlo di botte? Sicuramente no. Primo, perché abito a Roma (potresti prendere il treno, diranno i più pratici tra voi, ma questo è un altro discorso), e in secondo luogo perché noi addetti ai lavori ci amiamo tutti. Sapete com’è il vecchio detto? “Cane non mangia cane” (ce n’è anche un altro che si adatta bene alla situazione, ossia “mors tua vita mea”, ma passiamo oltre), e in questo caso è vero alla lettera. Siamo tutti sulla stessa barca, e dato che a volte per i misteri dello spazio tempo editoriale ci si ritrova a lavorare proprio per coloro che sono stati nostri concorrenti, è sempre meglio tenersi buoni tutti. Ad ogni modo, quando si va a parlare con qualche concorrente, sempre meglio portarsi un testimone. Alla fine, per quanto uno possa cercare di agire nell’ombra, si viene sempre a sapere tutto. Messaggi in codice? No. Un vero messaggio in codice è questo: bdof opo nbohlb dbof. Quello prima è solo un delirium digitans.

Cosa dire delle chiusure di questo 1995? Sinteticamente quello che pensano tutti e nessuno dice mai: “meglio loro che noi”, e il corollario: “devono schiattare”! Oh, ma ufficialmente tutti sono dispiaciuti: “una grande perdita per l’editoria a fumetti; non capisco proprio come mai una testata così importate abbia cessato le pubblicazioni”. Forse, ma alla fine la torta è piccola, e meno siamo a dividerla meglio è.

Cosa mi è piaciuto quest’anno? Golden Age (DC Prestige 8-11). Mi ha fatto impazzire quando l’ho letta in originale, e sono stato orgoglioso di aver potuto contribuire a presentarla ai lettori. Peccato che alla stragrande maggioranza dei medesimi non gliene sia fregato niente. Ma cosa potevo fare? Andare in edicola per edicola, e costringere con le cattive la gente a comprarla? L’idea è interessante, e potrebbe essere il cardine di una nuova iniziativa di marketing, ma i tempi non erano maturi. Un’altra cosa che veramente mi piaceva era “Ken Parker Magazine”, ma purtroppo oltre a comprarne due copie, che altro potevo fare? Popolo riottoso, parafrasando Nanni Moretti, si potrebbe dire che ve lo meritate “Corna Vissute”!

Cos’è invece che proprio non sono riuscito a sopportare quest’anno? Il progressivo rimbambimento delle storie di Dylan Dog. La trasformazione di “Martin Mystère” in guida non-ufficiale del Touring Club alle stranezze d’Italia, e la spazzatura. Di tutti i tipi: super eroi, Disney, fumetto all’italiana, erotico, manga. Ma chi è che approva certe storie? Perché c’è ancora gente convinta che scrivere una storia fumetti sia facile? Perché c’è ancora gente convinta che basti aver letto per un anno, o al massimo due, un po’ di fumetti, per improvvisarsi esperto? Che fine ha fatto il congiuntivo? C’è ancora qualcuno che lo sa coniugare? E per far vedere come l’Apocalisse dell’Italiano colpisca tutti, ecco un esempio dal Messaggero (quotidiano romano) del 4 gennaio 1996. Sommario dell’articolo principale della sezione Economia e Finanza: “un errore fa pensare che è limitato alle imprese”… Ignoranti!! Si dice “che sia”!

Ma chiudiamo con una nota positiva. Ecco una poesiola in rima baciata che ho composto per ricordare il 1995, l’anno in cui finalmente si è scoperto che a partire dagli anni ‘70 l’Uomo Ragno che vedevamo tutti i mesi nei fumetti, non era il vero Peter Parker ma un Clone che ne aveva preso il posto. È in onore di questa, che rimarrà nella storia come la trama più dadaista della storia (altro che Fantaghirò), ecco a voi il mio parto poetico.

Sonetto in onore del Fumetto
A gennaio inizia l’anno,
e a pensarci ho già l’affanno.
Il fumetto ognor mi assale,
e l’abuso ne è un gran male.
Sono un arte, o un passatempo?
E’ un dilemma senza tempo.
Popolare, oppur d’autore?
A parlarne stiam le ore.

Grandi eroi con i poteri,
o persone come noi?
Salto il clone, ed i suoi peri,
o do retta al buon Lupoi?
C’è Bottero che discorre
sull’estetica del bello.
Forse ormai dobbiamo porre
uno stop a questo e quello.

Il fumetto a me diverte
e a null’altro vo pensare.
Se mi tiri in ballo l’arte
io ti butto in alto mare.
Lo chiudiamo, vende poco.
Poi riapriamo un’altra cosa.
Se per loro è solo un gioco,
per chi legge è dolorosa.

Or che penso ai dì passati
mi sovviene al cuor un motto:
“Alla fine del discorso,
chi sta in piedi è il vincitore!”
Ed il succo è forse questo,
dopo tanto dire e fare.
Se non vende, hai voglia l’arte,
ho dei conti da guardar.

Alessandro Bottero