È la mattina del 23 giugno 1959. Boris Vian, probabilmente l’intellettuale più importante della Francia postbellica, è seduto nella platea del Cinéma Marbeuf di Parigi per assistere all’anteprima di Il colore della pelle, che il regista Michel Gast ha tratto dal suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe e che sarà distribuito nei cinema francesi entro pochi giorni. Dopo neanche cinque minuti di proiezione, però, Vian scatta in piedi col volto in fiamme per la rabbia e urla a squarciagola “E questi sarebbero americani? Ma andate a fare in culo!”. Quindi barcolla per un attimo e si accascia sulla poltrona, stroncato da un infarto a soli 39 anni.
Ecco, l’impressione è che se Jean-Michel Charlier fosse vivo per vedere cosa Jan Kounen ha avuto il coraggio di fare con il personaggio western da lui creato insieme con Moebius, avrebbe all’incirca la stessa reazione.

In realtà, Vian sapeva bene a cosa andava incontro: per tutta la lavorazione della pellicola aveva litigato con i produttori, ed era arrivato a chiedere che il suo nome fosse tolto dai titoli di testa del film perché non si riconosceva nel modo in cui gli autori avevano “interpretato” il suo materiale. Volendo continuare sulla strada dell’analogia, Blueberry ha avuto una sorte molto simile.
Durante le riprese del film, la produzione aveva deciso di cambiare il titolo della pellicola in Muraya (L’expérience secrète de Mike Blueberry) a causa delle poche somiglianze tra la pellicola ed il fumetto da cui prendeva spunto (in realtà, si ispira solo alla storia doppia narrata nei volumi La miniera del tedesco e Il fantasma dai proiettili d’oro). Alla fine, si è deciso di fissare il titolo nel solo cognome del protagonista e di introdurre il film con la classica formula del “liberamente tratto…”. D’altra parte, chiunque abbia letto il fumetto anche solo una volta sa che “Blueberry” è il soprannome del tenente dell’esercito statunitense Michael Steven Donovan. Non così sullo schermo, dove Mike Blueberry detto “Naso rotto” è uno sceriffo della cittadina di Palomito che si ritrova a dar la caccia all’uomo che quindic’anni prima gli ha ucciso la ragazza.

Jan Kounen si era fatto notare prima come regista di video musicali, e quindi con la direzione di numerosi spot pubblicitari. La trafila classica del regista cinematografico di fine millennio, insomma. Dopo aver esordito nel lungometraggio dirigendo Vincent Cassel e Monica Bellucci nell’ultra-violento Dobermann, stava pensando di realizzare un film dalle tematiche mistiche ma non aveva voglia di mettersi a creare una storia ex novo. Inizialmente aveva pensato ad una versione fantascientifica di Fantômas, l’imprendibile ladro creato da Marcel Allain e Pierre Souvestre nel 1911, ma dopo qualche mese di lavoro si è reso conto che l’idea non stava in piedi. Ha deciso così di premere ancora più a fondo il pedale del misticismo, andando alle sue origini: gli sciamani indiani. A suo dire, il collegamento tra la magia indiana e Blueberry è venuto automatico. In realtà, invece, il passaggio è piuttosto complicato, perché se le storie di Blueberry sono praticamente prive di ogni aspetto mistico non così si può dire degli altri lavori di Moebius. E Kounen riconosce proprio in quei lavori il suo primo contatto con il mondo mistico. Così, il regista di origine olandese ha pensato di far confluire tutti gli universi immaginati da Moebius in un unico film western e la frittata era fatta…

Charlier e Moebius avevano pensato alla possibilità di girare un film di Blueberry fin dall’inizio, fin da quando il personaggio esordì su Pilote alla fine del 1963 ed ottenne i primi successi. Secondo Moebius, il film avrebbe dovuto essere una produzione francese: non vedeva nel western un territorio cinematografico esclusivamente americano, e il successo dei film di Sergio Leone era lì a dimostrarlo. Charlier pensava invece che Hollywood, o comunque i cineasti statunitensi, avrebbero potuto rendere un miglior servizio al personaggio. Passò comunque una ventina d’anni prima che qualcuno facesse una proposta seria per adattare Blueberry al grande schermo. Proveniva da Walter Hill, il regista de I Guerrieri della notte e I cavalieri dalle lunghe ombre. “Era la sua opinione, quella che contava”, dice Moebius di Charlier, così il californiano Hill poté acquisire i diritti per lo sfruttamento cinematografico del personaggio. Non riuscì però a portare concretamente avanti il progetto prima della scadenza prevista dal contratto, e nel 1997 – proprio l’anno dell’uscita di Dobermann – dovette rinunciarvi definitivamente. Ecco dunque Kounen entrare in gioco e Moebius veder coronato il suo “sogno”, peraltro con una sceneggiatura che dice di aver apprezzato proprio per la ricchezza della sua componente “magica”.

La prima idea era di trovare un attore che fosse fisicamente somigliante al personaggio originale. Kounen si rese però subito conto che sarebbe stato impossibile mettere in piedi un film narrativamente e produttivamente complesso come il western sovrannaturale che aveva in mente senza un attore di nome nel ruolo principale. Pensò allora a Val Kilmer e poi a Willem Dafoe, fino a quando Moebius gli suggerì proprio Vincent Cassel, che non assomiglia per nulla al personaggio disegnato ma veniva dal buon successo di Sulle mie labbra. A quel punto non fu difficile trovare i finanziatori internazionali e quindi mettere insieme un cast di buon livello commerciale: Michael Madsen, Juliette Lewis, Eddie Izzard, Colm Meaney, Ernest Borgnine, Tchéky Karyo, Djimon Hounsou e il padre di Juliette, Geoffrey Lewis. Non mancano certo le facce da western, insomma: di questo Charlier non si potrebbe lamentare, ma solo di questo… Le riprese, comunque, sono durate venti settimane e si sono svolte in Messico, Spagna e Francia e hanno visto il regista impegnato anche come attore nel ruolo di Billy, lo scemo del villaggio che assiste lo sceriffo Borgnine. In totale il film (nei cui titoli di testa non compare il nome di Charlier) è costato poco meno di 40 milioni di Euro, buona parte dei quali devono essere stati spesi per gli effetti speciali digitali.

Jan Kounen, come molti cineasti francesi che sono cresciuti guardando i film di Luc Besson, fa completo affidamento sul computer per dar vita al proprio immaginario visivo. È sufficiente vedere il volo dell’aquila all’inizio del film per capire che quello in cui ci troviamo non è il west delle grandi praterie né quello della Monument Valey, ma un luogo inesistente creato elettronicamente ad uso e consumo degli spettatori, dove tutto è possibile e quindi nulla è sorprendente, e dove niente e nessuno è in grado di rimanere immobile per più di un secondo e mezzo, tanto meno la macchina da presa.
È grazie soprattutto all’abuso del computer che Kounen ci racconta la storia di questo ragazzo originario della Louisiana che si innamora di una prostituta solo per vedersela uccisa davanti agli occhi e rischiare di perdere la vita lui stesso nell’incendio che scoppia a seguito della sparatoria. Salvato da uno sciamano indiano (cui il film è dedicato) e cresciuto secondo i dettami del Grande Spirito, Blueberry diventa sceriffo di Palomito anche e soprattutto per difendere le Montagne Sacre che custodiscono il tesoro degli indiani Chiricahua. Ma proprio quando incontra una donna bella e decisa a sufficienza da farlo innamorare, ecco ricomparire Wally Blount, l’assassino del suo primo amore. Blueberry lo seguirebbe in capo al mondo per vendicarsi, ma è alle Montagne Sacre che Blount sta andando, ed è lì che avviene il duello tra i due. O meglio, è da quello scenario da cui i due partono per viaggiare nell’universo delle visioni sciamaniche e darsi battaglia a colpi di effetti speciali invece che di Colt. Mike Blueberry dovrà innanzi tutto combattere con i propri demoni interiori per riuscire a capire che non c’è nulla da temere e poter quindi rispondere alla sfida di Blount. La guerra di due uomini diventa l’eterna lotta tra Bene e Male in un festival di animazioni tridimensionali alla fine del quale il Bene com’è ovvio trionferà “e tutti i mostri saranno uccisi” (forse).

Alberto Cassani