C’era un tempo in cui il professor Charles Xavier camminava. Era lo stesso tempo in cui Eric Lensherr ancora non era diventato Magneto, ed era buon amico dello stesso Xavier. Insieme, i due convinsero la piccola Jean Grey – l’unica mutante di classe 5 mai rintracciata – a farsi prendere sotto la loro ala protettrice. Ma ora le cose sono cambiate…
E sono cambiate molto, le cose, in questo terzo episodio della saga filmica degli uomini X. Terzo e in teoria ultimo, anche se nell’ora e tre quarti di proiezione c’è più di un indizio sulla volontà della 20th Century Fox di proseguire la serie. E considerando l’esordio che il film ha avuto negli Stati Uniti (107 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni), la cosa non sorprende.

Stimolato dal fatto di avere come figlio un mutante alato e sfruttando il DNA di un ragazzino che inibisce involontariamente i poteri dell’homo superior, Warren Worthington II riesce a mettere a punto nei suoi laboratori medici una sostanza che cancella definitivamente il fattore X, ‘curando’ i mutanti e rendendoli di fatto uguali all’homo sapiens. Ma la comunità mutante risponde in maniera disunita: alcuni accettano di buon grado l’idea di tornare ‘normali’, mentre il professor Xavier ritiene che sarebbe meglio insegnare ad ognuno a controllare il proprio potere. Magneto, invece, considera la ‘cura’ come un grave attacco della razza umana verso quella mutante. Dal suo punto di vista è una dichiarazione di guerra, e guerra sarà…

I primi due film erano stati entrambi diretti da Bryan Singer, già apprezzato regista de I soliti sospetti. Questa volta, però, il regista newyorchese ha preferito dedicarsi al nuovo film di Superman (in uscita a luglio, ma solo a settembre da noi) e la direzione del progetto è passata nelle mani di un onesto mestierante come Brett Ratner (Rush Hour). Non c’è dubbio che il cambio di timoniere si avverta, ma più ancora si avvertono le lotte che alcuni degli attori hanno fatto con la produzione per ottenere un ruolo di maggior rilievo nella vicenda, oltre naturalmente ad uno stipendio più alto.
La sceneggiatura è opera di Simon Kingberg e Zak Penn (quest’ultimo già corresponsabile di quella di Elektra), ed è fin dall’inizio in bilico tra dialoghi esistenziali e botte da orbi. È chiara l’intenzione di non realizzare un film realmente impegnato per non alienarsi il pubblico giovanile cui è indirizzato, per quanto il discorso sul diverso da sempre caro a Singer sia insito nella natura stessa dei personaggi disegnati. In qualche modo, però, Conflitto finale non è una pellicola di azione adrenalinica al 100%. Solo nell’ultima parte, infatti, si trasforma davvero in una mega-rissa frastornante, anche se realizzata in maniera tecnicamente mediocre. In effetti, gli effetti speciali visivi – sviluppati da dieci case diverse, tra cui la WETA del Signore degli Anelli – lasciano molto a desiderare (nonostante alcuni abbiano scritto diversamente) e non riescono mai a sorprendere come dovrebbero.

Il risultato finale può anche darsi riesca a riservare qualche sorpresa allo spettatore, ma in fondo si tratta semplicemente dell’ennesimo film d’azione prodotto da Hollywood negli ultimi decenni. Ma il fatto che sia divertente e non noioso è già qualcosa… Va detto, infatti, che un paio di scene sono davvero ottime e la mezz’ora di durata in meno rispetto al secondo film è un gran vantaggio. Non c’è dubbio, comunque, che i lettori di lungo corso degli X-Men fumettistici apprezzeranno la pellicola molto più degli spettatori comuni, che comunque potranno moderatamente divertirsi. X-Men – Conflitto finale è infatti, nel suo complesso, un prodotto decoroso, fatto per una fruizione rapida e leggera – e pensato per scemare via in fretta dalla mente di chi l’ha visto.

Alberto Cassani