Sono davvero pochi i disegnatori che, cimentandosi con il genere “realistico”, non hanno mai fatto ricorso alle pose plastiche dei fotoromanzi, e ciò a ben vedere è più che naturale, dato che le inquadrature più ardite ne ricavano una notevole semplificazione. Non è neppure facile azzardare una decisa classificazione nei confronti di questa particolare forma espressiva, dato che si mantiene, con caratteristiche tutte sue, a metà strada tra il cinema, la fotografia ed il fumetto vero e proprio, dando vita ad un mezzo figurativo che, nonostante l’uso troppo commerciale che ne è stato fatto, non manca di suggestività e di una certa potenzialità artistica, quasi sempre non espressa. Proviamo, comunque, a considerarli da una prospettiva ravvicinata, ricostruendone a grandi linee la (relativamente) breve e non certo sfortunata avventura editoriale.

Siamo nel 1966 e di acqua sotto i ponti dalla nascita di Diabolik e dall’imporsi di Kriminal e Satanik ne è passata veramente tanta, il fumetto nero, sostenuto dal crescente successo editoriale, è andato incontro ad una naturale e stimolante evoluzione e, nonostante la rivoluzione di costume del ’68 sia solo per ora nell’aria, dappertutto si sente l’esigenza di esaltare i contenuti violenti e la carica sessuale del genere in questione. A provvedere in tal senso interviene, con calcolata lungimiranza, l’editore Furio Viano che decide di pubblicare un nuovo personaggio nell’ambito di un mercato che, cavalcando la tigre del momento, ha invece cominciato ad inflazionarne il settore. Nasce Genius che, pur riciclando ed esaltando un po’ tutti gli elementi del “nero in calzamaglia” di allora, ha dalla sua un elevato coefficiente di originalità, dato che è un fotoromanzo e non un fumetto e poi, a differenza dei famosissimi fotoromanzi di Grand Hotel o della Lancio allora in voga, è pensato e realizzato per un pubblico adulto e, prevalentemente, maschile. Dal punto di vista delle sceneggiature Genius non presenta elementi di grossa novità: si tratta pur sempre di storie giallo-poliziesche (con qualche incursione nella fantascienza e nell’horror) nelle quali questo vendicatore in calzamaglia nera (che in realtà è il poliziotto Lon Flag) dà la caccia ai malviventi e ai cattivoni di turno provvedendo a farsi giustizia da sé, in molti casi con il cappio di corda bianco che porta sinistramente appeso al collo e che gli ricorda la terribile sorte cui suo padre, accusato ingiustamente, andò incontro. Il fotoromanzo, diretto da un non meglio identificato Anthony De Vasco ed interpretato da attori quasi tutti debuttanti, anche se realizzato da cinematografari in trasferta, offre, oltre ad una notevole dose di situazioni emozionanti e violente, anche qualche brivido erotico, dato che le attricette che ne popolano le pagine sono spesso piuttosto disinibite e pronte a mostrare qualche centimetro di pelle nuda al momento giusto. Questa caratteristica, anche se in realtà piuttosto castigata, procurerà alla testata numerosi problemi con la censura di allora ed il sequestro di diversi numeri, cosa che, associata ad un effettivo gradimento del pubblico per il personaggio e le sue storie, non farà che aumentarne le tirature, consentendogli quel buon successo ed quella notorietà, che lo porterà a passare dalla periodicità mensile a quella quattordicinale, raggiungendo il numero 81 per quanto riguarda la pubblicazione in fotoromanzo. Da questo momento in poi, infatti, le macabre avventure di Genius proseguono come fumetto in senso stretto e vengono realizzate dallo Studio Haba e dallo Studio Horse, in formato tascabile a cadenza quattordicinale e gigante per il mensile. Tra i numerosi disegnatori che collaborano alla testata è giocoforza segnalare Milo Manara, allora ai suoi esordi, e non certo memorabile per la qualità dei disegni…

Il passaggio alla classica dimensione del fumetto, dovuto molto probabilmente ai costi eccessivi per la realizzazione dei fotoromanzi e alla necessità di risollevare l’interesse in calo dei lettori, non gioverà più di tanto al nero giustiziere mascherato che, nonostante un certo sforzo da parte degli sceneggiatori (Remo Pizzardi, Nino Cannata – che, però, sostiene di non aver collaborato più di tanto alla testata – e lo stesso Furio Viano…) finirà pian piano con lo scivolare verso la chiusura definitiva, calando per sempre il sipario sulle gesta talvolta avvincenti, il più delle volte risibili ed eccessive, dell’attore Philip Kay e della bella compagna, e complice, interpretata dalla starlette Ursula Jeanis, che in qualche episodio sono coadiuvati da attrici di maggior notorietà cinematografica come Isabella Biagini e Marisa Solinas.

Secondo la non codificata, ma mai disattesa legge di mercato che vuole che ad una idea originale e di successo ne segua immediatamente almeno un’altra simile (quando non addirittura uguale…) ecco che a nemmeno un mese di distanza dall’uscita di Genius, i lettori trovano in edicola un altro ineffabile personaggio mascherato, le cui vicende sono raccontate nella forma del fotoromanzo e che molto ha a che spartire con Kriminal e Fantasm: sto parlando di Killing. Il personaggio ideato da Pino Ponzoni (che ne è anche l’editore) e dallo sceneggiatore Luigi Naviglio stavolta è, infatti, uno spietato criminale che rapina ed uccide senza pietà, terrorizzando le sue vittime con la calzamaglia nera su cui è disegnato uno scheletro ed indossando, a differenza di Fantasm, un teschio chiaro che ne nasconde a tutti l’identità. Nonostante una certa mancanza d’originalità negli spunti di base, il fotoromanzo di Killing è tutt’altro che secondario; anzitutto è realizzato con una maggiore disponibilità di mezzi e di effetti scenici rispetto a Genius e poi le sue storie sono marcatamente poliziesche e contengono una notevole dose di violenza e crudeltà che, assieme a qualche scena di castigato (ma efficace) nudo femminile (di spalle o nella vasca da bagno…), ne decretano subito il successo. Ad interpretare il temibile Killing c’è un attore dalla discreta carriera cinematografica, l’eclettico Rosario Borrelli, che, alternando la sua partecipazione a film importanti come Rocco e i suoi fratelli, Classe di ferro, La freccia d’oro, sbarca il lunario dirigendone, assieme alle maestranze di Cinecittà, anche le riprese. Gli albi di Killing, a cadenza quindicinale fino al n.56 e poi quattordicinali, vengono subito vietati ai minori di 18 anni e hanno un buon riscontro editoriale, tanto da essere venduti anche in Francia con il nome di Satanik (!) e, devo ammettere che, riletti al giorno d’oggi mantengono un certo fascino ed una certa rimiscenza cinematografica, tipica per il genere thriller-poliziesco di quegli anni. La ridondanza e la strafottenza del linguaggio, tutto pieno di “pupe”, “canaglie” e “maledetti bastardi”, mista ad un uso volutamente esagerato di tutti gli stereotipi del genere, danno a queste fotostorie un certo gusto “pulp” che da Tarantino in poi il pubblico dimostra sempre più di apprezzare.

Certo, dovendo darne una valutazione di massima, è indiscutibile che testate come Genius o Killing sono inevitabilmente segnate dal tempo e al giorno d’oggi non hanno più ragione di esistere, tuttavia è proprio forse la caratteristica forma spuria tra cinema e fumetto, tipica del fotoromanzo, ad essere in qualche modo riuscita a conservare e a comunicarci il fascino di quei tardi anni Sessanta, pur con tutte le loro contraddizioni ed i loro eccessi, in maniera più evidente ed immediatamente tangibile rispetto all’universo, comunque troppo surreale, del fumetto. Anche se, data la febbre del collezionismo, oramai non sono tanto più facili a reperirsi, provate a dare un’occhiata a questi “fotofumetti cattivi”, sono certo che ne resterete, in un certo qual modo, intrigati…

Gianpaolo Saccomano