L’obiettivo era quello di intervistare uno dei nostri autori preferiti, di uno dei nostri personaggi preferiti, di una delle nostre case editrici preferite. Così, muniti di cartina stradale (anno 1927), registratore a corrente continua ma funzionante in modo alternato, automobile alla terza revisione e giusto corredo di sopravvivenza partiamo in direzione del Lago Maggiore, confortati dal fatto che, se non altro, in autostrada è difficile perdersi. Arriviamo a casa Roi e, dopo una breve chiacchierata e un caffè, inizia l’intervista (porc… mann… e accenditi, maledetto registratore…! CLIC!).

La stragrande maggioranza delle persone ti ha conosciuto soprattutto quando hai iniziato a lavorare per Dylan Dog e, poi, anche per vari numeri di Martin Mystère e per Mister No…
No, Mister No l’abbiamo fatto in tre. Le matite erano di Della Monica, poi c’era una ragazza che ne ha inchiostrato una parte; era un lavoro fatto in agenzia. Alla fine hanno messo il mio nome e quello di Della Monica, ma in realtà il mio è stato un lavoro di ripasso.

L’agenzia era quella di Gianni Bono?
Si, ho lavorato per lui e, di conseguenza, mi è capitato questo lavoro.

Il tuo lavoro di disegnatore, però, com’è iniziato?
(ci pensa un attimo) Allora… il mio problema è che ho scarsissima memoria. Io mi ricordo delle persone, non delle cose, ma dei discorsi, anche legati ad argomenti al di fuori di quello che dovevamo fare.. Non c’è proprio niente che valga la pena menzionare? Mah… a memoria ho fatto parecchi anni per il Monello, all’inizio, però, ho lavorato per lo StudiOriga, dove la maggior parte dei lavori era sul fumetto erotico. Ho fatto anche degli episodi di guerra per la collana Supereroica poi, sempre con Graziano Origa, avevo disegnato, per Adamo, Rick Zero…

…che hai creato graficamente tu?
Sì, sì. Mi hanno detto più o meno “fai quello che vuoi”. Quando Adamo ha chiuso l’hanno stampato su Eureka, dove credo di essere stato uno dei pochi senza nemmeno un minimo di nome, niente. Abbiamo fatto dodici numeri. Una volta al Monello ho iniziato a collaborare con Gianni Bono, che poi mi ha fatto la proposta di iniziare una collaborazione con la Sergio Bonelli e così è stato.

Quindi hai iniziato con Mister No?
No, con Dylan Dog. Anzi, a dir la verità ho fatto prima due paginette di prova per Zagor, poi per Dylan e ho iniziati subito con il numero quattro (Il Fantasma di Anna Never, n .d .r.).

…che è tutto tuo?
Si, tutti i numeri che ho fatto sono completamente miei.

Ma ti ispiravi a qualcuno, per esempio Villa?
Il problema del personaggio non è stato così semplice. Quando entri a disegnare in una nuova testata cerchi di attenerti alle immagini del creatore grafico, in questo caso Villa. Il disegno di Dylan Dog si è concretizzato sicuramente dopo; a parte Stano, che credo fosse l’unico che aveva già partorito il suo Dylan Dog, tutti gli altri autori hanno cominciato più avanti a caratterizzarlo meglio. Anche la somiglianza a Rupert Everett era effettivamente poca da parte di Villa; i disegni preparatori delle copertine che ci avevano dato erano un po’ diversi da quelli delle copertine definitive; Dylan era molto più duro, molto più scavato, cioè, molto meno belloccio! I primi numeri, infatti, li ho realizzati attenendomi più agli schizzi iniziali di Villa che all’immagine di Everett. Poi, negli ultimi anni, ho cercato di azzardare sempre qualcosa, tenendo presente sia le idee dell’autore, Tiziano, sia dell’editore. C’era la necessità di concepire il disegno e, di conseguenza, filtrarlo per il lettore: non è che abbia avuto una crescita, quando ho iniziato a fare i primi Dylan Dog, ma ho avuto una involuzione.

Quindi tutti gli esperimenti grafici tuoi che ora vediamo su Dylan, come nel caso della spugnetta per i chiaroscuri, non sono una novità?
Infatti, era già da anni che usavo le spugnette, che il disegno era più grafico, anche per Il Monello. Una volta entrato alla Bonelli ho preso in mano determinate tracce che avevo iniziato, anche perché era un rapporto nuovo con un editore nuovo, conoscevo le sue produzioni, c’era una certa idea di tradizionalismo, una certa maniera, chiamiamola così, di realismo, che è un termine aberrante, no?

Tornando alle tue origini, qual è stato l’autore a cui più ti sei ispirato?
Alle origini? …Alle origini dovevo imparare a disegnare, erano tanti i disegnatori che mi piacevano ma nessuno in particolare al quale io mi sia ispirato, come per Dylan Dog. In agenzia mi davano testate che erano da anni sul mercato e, di conseguenza, dovevi fare lo stile di un altro. Perciò ho passato tanti anni a fare il clone, come capitava a tanti altri che collaboravano in quella misura. Poi il tuo gusto, la tua voglia di fare, e così via, la tenevi nel cassetto, come me la tengo tuttora.

Ma chi è il tuo autore preferito, quello che ti ha folgorato e ti ha fatto pensare di diventare un disegnatore di fumetti?
Nooo, il preferito non c’è, insomma ogni stile ha la sua maturità in un autore; l’importante è cogliere questa maturità. Stilisticamente è come dire: “…ti piacciono di più i cappuccini o la pastasciutta?”. Si mangiano entrambi e non puoi paragonarli! Mi ricordo più gli stili degli altri perché è da quelli che ti fai affascinare.

(Suona il telefono e abbiamo il tempo di osservare la stanza dove siamo, oltre a tentare di far funzionare meglio il terribile registratore: tutt’intorno è pieno di CD e videocassette, c’è un grande impianto stereo, una televisione con videoregistratore, divano, libri, pochi fumetti, un paio di chitarre elettriche e il suo tavolo da disegno; Corrado ci svelerà poi che quella è la sua saletta privata dove anche la sua convivente non entra quasi mai. Insomma: il sogno di ogni uomo!!!) Riprendiamo l’intervista…

Come personaggio, forse c’è qualcuno che ti intrigava più di altri?
…mmm… sono sempre stato un cattivo lettore di fumetti…

Anche da ragazzino?
No, no, allora leggevo molto di più, però come adesso mi interessava soprattutto il disegno. Ho lo stesso atteggiamento nei confronti del cinema: in media il cinema proprio non mi interessa, mi piace invece vedere come si riescono ad arricchire determinate sequenze, cioè il problema tecnico. Forse ho visto troppo… o forse non mi interessa proprio.

Attualmente sfogli ancora qualcosa?
Sì, guardo… perché se no è un disastro!

Solo per il disegno?
No, no… vado a cercare un po’ di cose belle qua e là.

E le cose più belle?
Tragedia!

E di quello che fai cosa ne pensi?
Negli ultimi anni mi sono trovato a mettere il problema grafico in secondo piano. Alcune sceneggiature sono sicuramente più cariche di quelle su cui lavoravo anni fa. Si è privilegiato probabilmente il particolare, tutta una serie di elementi per i quali ti ritrovi con un altro atteggiamento; guardo meno il disegno anche se dopo ci lotto e cerco lo stesso di fare qualcosa che sia stilisticamente apprezzabile dal mio punto di vista. Capisci, però, che tutto si ridimensiona veramente a un atteggiamento, a un modo di lavorare, non a un proprio gusto, ad una propria voglia.
D’altra parte siamo dei collaboratori, lavoriamo sulle idee di qualcun altro. Se questo ci dice: “facciamo qualcosa di un bar” …oh, che bello! Finalmente disegno un bar!
Ah, beh… uno è libero di morire… tranquillamente!!! Certo, se io sia contento di quello che produco ti posso dire tranquillamente di no. Su una media di sei vignette per un centinaio di pagine, quante ne ho disegnate, che dal punto di vista grafico o, solamente del disegno, potevano arrecarmi interesse: pochissime! Si, a volte in qualche tastata come Dylan Dog o Nathan Never lasciano l’opportunità al disegnatore di fare qualcosa di diverso però, sostanzialmente siamo dei co-autori o meglio co-narratori. Perciò la parte grafica, il più delle volte, viene messa in secondo piano.
Beh, comunque il ruolo del disegnatore e abbastanza centrale, per quanto alla Bonelli preferiscano le storie: spesso vedi il disegnatore e decidi se comprare o no un albo.
E’ vero, il disegno ha la sua importanza. Però, ti ripeto, per quanto mi riguarda mi è capitato spesso di arrampicarmi sugli specchi per riuscire a tirar fuori qualcosa di armonicamente decente per sequenze ambientate in determinati posti dove, probabilmente, io ero già prevenuto, anche perché mi annoio terribilmente.
Ora tornare indietro e dire cosa mi è piaciuto e di cosa mi sono vergognato… posso dirti che non mi sono vergognato di niente, perché sono una buona prostituta. Da quel punto di vista cerco di rispettare qualsiasi cliente e utilizzo tutti i preservativi. Non a colori perché li uso in bianco e nero!

Quindi cosa preferisci fare?
Dylan Dog e sicuramente uno dei personaggi che ho apprezzato di più, che sto apprezzando di più, anche perchè tutte le volte che dico “Mio Dio che noia…” per quello che sto facendo, meno male che arriva Dylan Dog!

…e Martin Mystère?
No, di Martin Mystère mi piacciono molto i soggetti. Credo che Alfredo Castelli sia il più grosso cacciapalle in circolazione: ha una grandissima abilità nel raccontare e quasi dare a bere le frottole più incredibili. Lo considero probabilmente lo sceneggiatore più geniale. Dal punto di vista dell’immagine, invece, è noioso. Disegno un biondino americano con la faccia anni cinquanta che sale sulla Ferrari… che bello!

La Ferrari comunque l’ha distrutta…
Bene, sono contento… Io di solito preferisco che lo sceneggiatore mi dia quelle determinate coordinate dove muovermi. Anche se la coordinata diventa, poi, un limite. Tiziano (Sclavi n.d.r.), ad esempio, è difficilmente equivocabile. Mi piace collaborare anche con Castelli che ti da tutte le direttive e poi ti dice “…questi si menano, fai tu…”.

Preferiresti quindi una sceneggiatura tipo americano, dove molto è lasciato al disegnatore?
Beh, se c’e spazio è meglio. L’unica volta che ho avuto degli spazi è stato in Sette anime dannate, dove Tiziano mi ha detto “…per l’ambientazione fai tu”. Abbiamo parlato un po’, gli ho fatto una proposta e a lui e andata bene . Perciò in tutte le ambientazioni della casa e in tutte le situazioni ho avuto molta libertà. E’ una delle storie che mi hanno divertito di più. Prima di tutto anche perché meno legato a fattori reali. Generalmente, infatti, più sono relegato a fattori realistici, più mi annoio.

C’è qualche personaggio che ti piacerebbe fare e che, magari, non ti è mai stato proposto?
No. Non ho nessun amore in particolare.

E qualcosa di tuo? Visto l’esempio di Napoleone!
Qualcosa è da anni che è nel cassetto… si vedrà. Quando avrò tempo ed energia… Tempo no, energie! E’ difficile, dopo tanti anni, non avere voglia di fare qualcosa. Però non è che sia così semplice: per proporre qualcosa devi avere una preparazione, una programmazione del lavoro non indifferente.

Se potessi fare qualcosa di tuo graficamente si noterebbe una grande differenza?
Sì, cambierei molto nel tratto. Mi piace ancora la sensazione del rapporto con la materia, tra il pennino o la biro che sfrega su un tipo di carta piuttosto che su un’altra. A me piacciono le masse; non molto, invece la linea. E’ molto più facile disegnare tanti elementi che rappresentare con pochi tratti. Anche i disegnatori di linea chiara quando crescono professionalmente, si trovano ad aver focalizzato l’immagine nel proprio cervello e, di conseguenza, a realizzarla quasi di getto, che è l’operazione più difficile! Alex Toth era un grande disegnatore, Alberto Breccia, Dino Battaglia, tanto per citarne alcuni.

Ricordo, per esempio, l’evoluzione di Milazzo…
Esatto, all’inizio i suoi disegni erano caotici, pieni di linee, di tratti; adesso con quattro linee fa un’espressione. In questo modo aumenti il dinamismo interno e quindi il dinamismo delle storie.

Quindi a livello tecnico cosa usi?
Dato che i pennelli sono peggiorati, evidentemente le marmotte non sono più quelle di una volta, uso di tutto. Dalla biro al pennarello, dal pennello alla spugnetta, anche se dal punto di vista tecnico è molto facile che in stampa venga sgranata.
Devi cercare di pensare sempre come verrà il prodotto finale. Io, ad esempio, che faccio i tratti sottili, devo stare attento che molte volte vengono eliminati in stampa. Perciò non se i libero di fare quello che vuoi; così sporchi qua e là, prendi il pennino e sporchi, prendi il pennello e sporchi…

...elimini un po’ di bianco…
…elimino il bianco e sporco!

A livello di tempo quante tavole produci?
Forse una trentina di tavole al mese anche se prima ne facevo di più.

Ma ti fai aiutare da qualcuno?
No, a parte le collaborazioni con le agenzie non mi sono mai fatto aiutare da nessuno. Quest’anno c’è un ragazzo che mi fa alcuni sfondi, però non per quanto riguarda Dylan Dog ma solo per questo nuovo personaggio che altrimenti non sarei riuscito a fare.

Già che ci siamo, quali sono i tuoi progetti futuri?
Piegamenti, genuflessioni e piegamenti.

E nei ritagli di tempo?
Adesso sto facendo Dylan Dog e il nuovo personaggio di Berardi, Julia, che credo uscirà verso marzo, poi ho le copertine di Brendon…

…che hai creato graficamente…
Sì, ho creato un personaggio un po’ femminilizzato, in certe cose un po’ ecquivoco.

Farai solo le copertine?
No, ho fatto un numero che doveva essere il primo e invece è stato spostato non so se al terzo o al quarto numero. Poi vedremo.

Mentre per Julia le copertine restano ad altri?
Si, ma non so chi.

Tu hai una storia e basta?
Sì, sì con Julia non credo di continuare la collaborazione perché non ho niente a che vedere con la sua identità; questi ambienti americani, le ambientazioni, le automobili, gli uffici… proprio non mi interessano. Come Nick Raider.

Un’ultima curiosità: nello speciale Dylan Dog a colori edito dalla Comic Art (Gli inquilini arcani, n.d.r.) da te disegnato e curato, la famosa camicia rossa di Dylan è sempre bianca. E’ stato un errore di stampa o è una cosa voluta?
Noo, non è stato un errore ma l’ho voluto io, innanzitutto per motivi calcistici: camicia rossa e giacca nera proprio insieme non stanno bene! A parte gli scherzi l’ho fatto soprattutto perché il bianco della camicia, in una storia tutta a colori, alleggerisce l’immagine che altrimenti sarebbe apparsa graficamente troppo pesante.

Ci congediamo, contenti di aver centrato non solo l’obiettivo iniziale ma anche di aver conosciuto un simpatico ragazzo che, prima ancora di essere, o di definirsi, un disegnatore di fumetti è soprattutto un piacevole chiaccherone, un amante della musica, un tiratardi, una buona forchetta, e altro ancora… peccato sia anche interista! (Affermazione non condivisa da entrambi).

Francesco Marelli e Vincenzo Raucci

Francesco Marelli e Vincenzo Raucci