Stra, un minuscolo paesino presso Mirano con una fiabesca villa settecentesca nella quale, un favoloso labirinto di siepi si presenta irresistibile; talmente irresistibile che per poco non fa saltare l’appuntamento per l’intervista! Se a questo si aggiungono le precisissime indicazioni dateci da un Cavazzano, che descrive come punti di riferimento inesistenti chiesette a forma di capitello, un’ora di ritardo pare quasi troppo poco e allora, subito al lavoro.

Per la collana Al Bum la Mondadori nel 1981, pubblicava una raccolta di storie scritte e disegnate da Bonvi intitolata Incubi di provincia, dove i protagonisti delle singole storie non erano altro che autoritratti caricaturali dello stesso autore. Con il titolo Sterminarli senza pietà veniva presentata una storia pressoché identica nella sceneggiatura e nei dialoghi a quella quasi omonima proposta su La Città, dove gli Skuntz erano chiamati Helzapoppi, il Sukio diventava Sgalbedro e il ragionier Mirolani era Filippetti.

Sapeva dell’esistenza di questa storia? Perché crede che Bonvi l’abbia riproposta?
La motivazione è rimasta con Bonvi, così ormai difficilmente riusciremo ad averla. Comunque mi ricordo che mi chiamò proponendomi un malloppone di episodi, dei quali inizialmente mi venne inviato quello con protagonista il poliziotto e successivamente, postumi, mi arrivarono gli altri. Decisi di proseguire nonostante sapessi che quell’episodio era già stato pubblicato; essendo però un desiderio del caro amico, l’ho rispettato.

Per quale motivo sono ambientate a New York? Perché non Milano, Roma o addirittura come nella prima versione, in un’oscura megalopoli in provincia di Modena?
Innanzitutto perché trovavo semplice ambientare nella città di New York il terzo episodio, quello intitolato Il guardiano della Città, per l’esplicito riferimento al film La vita è meravigliosa in cui James Stewart stava per buttarsi dal ponte di Broodway. Inoltre è la città dove vive Martin Mystére, dove i poliziotti sono abbastanza caratteristici… Poi, per fortuna, conservo parecchia documentazione: libri film e pubblicazioni varie con foto interessanti, che in parte poi ho utilizzato.

All’inizio come ha accolto l’idea di fare qualcosa con Bonvi?
Era un’idea partita molti anni fa a Lucca poi, però, strade differenti e percorsi paralleli ci avevano tenuti distanti. Comunque l’idea è stata sua: mi aveva chiamato dall’ufficio di Alfredo (Castelli, n.d.r.) accennandomi ad una serie di idee e parlandomi anche di un seguito (infatti ho anche un altro paio di sceneggiature). Aveva pensato al mio stile, così decidemmo di lavorare insieme. Inizialmente avrebbe dovuto essere pubblicata su Zona X, poi Sergio Bonelli ha voluto inserirla in questa nuova collana ed è nata La Città. Questa nuova differente collocazione mi ha fatto piacere, naturalmente. Sono storie per una serie comica, ma difficilmente possono essere definite tali, sono amare ironiche, con scene di morte e violenza (e una di sesso che fa capolino da un televisore).

Chi la segue da anni ne sarà rimasto certamente colpito. Come ha vissuto questo lavoro così diverso?
Bene, perché in fondo questo dovrebbe essere il mio stile grafico. Inizialmente ho avuto molta difficoltà perché avevo abbandonato questo tipo di disegno, dai tempi delle collaborazioni con Tiziano Sclavi; avevo, insomma, la mano discretamente arrugginita. Così direi che questa storia mi ha “riportato a casa”. Disney mi piace (certo non potrei dire il contrario), lo trovo uno stile in fase creativa, dove l’autore può ancora dare qualcosa, evoluto ed evolutivo sia sotto l’aspetto grafico che narrativo.
Naturalmente in questo lavoro ho dovuto rispolverare quel filo che avevo interrotto ai tempi di Tiziano.

Quali sono state le più grosse difficoltà incontrate nello sviluppo di questo lavoro? Avrebbe voluto apportare dei cambiamenti?
Secondo me potevano essere pubblicate tranquillamente le pagine di sceneggiatura così come le aveva schizzate Bonvi. Questo vale anche per il nuovo lavoro che sto sviluppando, sempre su storie di Bonvi: si tratta di storie di fantascienza autoconclusive, che lasciano l’amaro in bocca, come le precedenti. Comunque non proseguono gli episodi collegati ne La Città, si tratta di trame assolutamente indipendenti, che lasciano infine un sorriso triste al lettore. Fatto sta che Bonvi descrive situazioni ed argomenti lontani anni luce dalle sue Sturmtruppen, iniziando i racconti con accenti raymondiani e utilizzando una sottile e calibrata ironia ad ogni passaggio. Se ne La Città mi sono impegnato graficamente documentandomi come detto prima, in questi nuovi episodi ha cercato di rispettare pause ed accelerazioni, atmosfere ed espressioni che il testo descriveva. Per quanto riguarda la trama: una squadra di esploratori scopre un pianeta abitato da insetti molto ben organizzati, i quali coltivano addirittura frutta e verdura; purtroppo però chiunque si cibi di queste colture è destinato a…

Bene, credo sia proprio il momento di passare alla domanda successiva. Sarà scontato, ma preferisce lavorare su paperi, topi o…
Mi piace lavorare su entrambi (certamente non posso tradirmi!).

Su una sua bibliografia si parla di uno suo speciale per Zona X in lavorazione con Carlo Chendi e François Corteggiani. Di che si tratta?
Doveva trattarsi di un Martin Mystére; dico doveva perché per il momento il tutto è temporaneamente sospeso.

Viste le momentanee intenzioni alla Bonelli di continuare questa linea comica (per il momento annuale)…
Dovrebbe diventare trimestrale… speriamo.

Ci sarebbe la possibilità di rivedere magari qualche suo vecchio personaggio, come ad esempio Altai & Johnson ancora in collaborazione con Sclavi?
Con Tiziano abbiamo già parlato di questo, mi interesserebbe riprendere i personaggi e ristudiarli in maniera diversa, non nascondo che la cosa mi farebbe piacere.

Ed altri suoi personaggi nuovi? Qualcosa che ha magari nel cassetto?
Per il momento il cassetto delle idee e dei nuovi progetti è piacevolmente vuoto, nell’altro ci sono sceneggiature da realizzare. Mi sto dedicando alla pittura, mi piace l’idea di dipingere soggetti disneyani, non imitativi (per rispetto) al grande Barks, naturalmente.

Lei sembra che sia l’unico, anche avendo un contratto in Disney, ad avere la possibilità di pubblicare altro sia per l’Italia stessa che per altri mercati. A quanto pare nessun altro ha queste opportunità, come vede questa anomalia?
Non mi pare un’anomalia. Penso dipenda dalla capacità e, perché no, anche dalla volontà, di ognuno di noi…

Non è la stessa Disney che vincola l’autore?
È stato stabilito un contratto di collaborazione non vincolante per ciascuno di noi. Naturalmente alcune caratteristiche di stile per alcuni autori, vengono considerate in maniera diversa dai vari committenti per motivazioni editoriali o di marketing. Se qualcuno volesse collaborare con altri editori potrebbe tranquillamente farlo, ripeto: è solo una questione di volontà.

Credevamo esattamente il contrario.
No, assolutamente. Per la società la cosa migliore è far riferimento ad un gruppo, come ad esempio l’accademia Disney con il suo responsabile. I dirigenti decidono quali lavori devono essere fatti e come distribuirli tra i vari autori ma solo per comodità. Se un artista volesse lavorare per la Francia potrebbe prendere la valigetta partendo per proporsi.

Però a quel punto non lavorerebbe più per l’Italia…
Non sono affatto d’accordo; anzi, è soltanto una questione riguardante accordi e percentuali con i vari editori.

Continuando a parlare di mercato italiano, Alfredo Castelli ha affermato che, se il fumetto è sempre stato considerato dai grandi editori come il figlio povero della cultura, il fumetto comico è il figlio povero del figlio povero. Lei come la pensa, visto che il temine fumetto è sempre stato usato come aggettivo dispregiativo accanto a espressioni culturali teoricamente più importanti?
L’ho sempre sentito dire ma non credo che sia vero. Basti pensare a Crepax e Hugo Pratt, Manara e Mattotti, che hanno fatto delle cose straordinarie. Il fumetto è un aspetto interpretativo di qualcosa, a prescindere dall’umorismo di Alfredo. Esiste un pubblico al quale ci riferiamo proponendo idee sequenziali il quale, per nostra fortuna, è quasi sempre giudice imparziale dei nostri lavori. Inoltre è una parte importante e non trascurabile della nostra cultura; come dovremmo definire allora la televisione? Prendiamo ad esempio Andrea Pazienza: nei suoi fumetti c’è invenzione, creatività, fantasia, genialità, un po’ come la si trova in Pratt. Da sempre esiste un fumetto di serie B e uno di serie C con i vari gironi; ma esiste anche un fumetto di serie A.

Che non si trova facilmente. Bisogna andare in cerca di librerie specializzate, poiché le edicole sono oscurate dai due o tre grandi, tra i quali fanno capolino solo in pochissimi.
Questo è vero, ma anche in edicola si trovano cose apprezzabili come Dave Mckean, o gli albi della Vertigo.

Cosa ne pensa di PK?
Penso che ho ancora una sceneggiatura da 10 tavole da terminare. Si tratta di un nuovo speciale per l’estate realizzato da diversi autori. Questo nuovo Paperinik è una buona idea, che ritengo però molto più vicino all’animazione che non al fumetto. Se fossi un produttore cercherei di acquisirne i diritti per fare una serie televisiva. Simile alle Duck Tales ma più breve e per un target più alto.

Cartoni animati per adulti? Credo che in Italia passerebbero inosservati. Infatti sempre e solo nei periodi di festa vengono riproposte le stesse cose su reti secondarie e ad orari improbabili, come quei pochi cortometraggi di Bruno Bozzetto.
Qualcosa sta cambiando e si vede. Abbiamo finalmente il nostro Lupo nazionale; tra un po’ vedremo Cocco Bill e altri personaggi verranno inseriti nella prossima produzione televisiva. Penso sia solo questione di tempo, in Italia talenti ed idee ci sono, eccome!

È vero ma dove si possono lanciare idee nuove? Non c’è spazio; o ci si adegua, oppure gli editori tentano di lanciare cose collaudate come Bone o Elfquest, ma non rischiano certo pubblicando nuove idee di giovani sconosciuti.
Questo è vero, ma non esiste solo il mercato italiano. Spesso non ci si rende conto delle grandi potenzialità del mercato editoriale. Non esiste solo il fumetto, basta visitare qualche fiera del libro: Angoulême, Barcellona, Francoforte e così via. Naturalmente non tutti possono trovar lavoro ma certamente i migliori emergerebbero.

Riguardo a particolari novità, che lei sappia è vero che la Disney sta tentando di proporre prodotti realistici?
Non proprio. È vero che ci fu un tentativo al passaggio dalla Mondadori a Via Sandri: c’era il progetto di creare un segmento, una sezione, che doveva anche pubblicare prodotti differenziati, ma poi non se ne fece nulla. Al momento Tito Faraci ed io stiamo lavorando sul personaggio Topolino in base ad un progetto pensato assieme a Silvano Mezzavilla, verrà riproposto sotto un ottica un po’ più adulta, inserendo caratteristiche cinematografiche però sempre rispettando il personaggio originale.

Domanda fondamentale, le piace di più Paperino o Topolino?
Ad essere onesti Topolino, perché credo che al momento sia quello con maggiori potenzialità. In vent’anni è il personaggio che ha subito più maltrattamenti sia come storie che per il disegno e purtroppo ancor oggi continuano. Fortunatamente meno che in passato, grazie anche a nuovi autori e responsabili di testata.

Lo trova ancora un lavoro divertente?
Il divertimento finisce quando non senti più la necessità di essere creativo, ripetendo le stesse operazioni giorno per giorno in maniera meccanica e trasformando in una sofferenza il dover continuamente ripetere orecchi e becchi. Se ci si sforza di farlo ogni volta in maniera differente rispetto al giorno prima, ci si diverte ancora.

È però difficile visto che i canoni, almeno in Italia risultano sempre gli stessi, c’è troppo rischio di alienarsi.
Non capisco. Ho visto delle splendide immagini di Alberto Breccia a colori. Egli affermava di averle dipinte per pura passione la sera, dopo il lavoro. Perché non possono farlo tutti coloro che sono stanchi di disegnare le “sei vignette”? È una questione mentale.

È una questione anche di nome…
Un po’ per volta, dedicando una parte del proprio tempo allo studio, a capire ed anche imitare il lavoro di chi è più avanti di te. Poi, il resto viene da solo… pubblico permettendo.

E i risultati si vedono. Noi li apprezziamo ora, di fronte a dipinti indimenticabili con soggetti Disney che portano l’illustrazione e il fumetto ai più alti livelli artistici; ma per chi non li ha mai visti o non riesce ad immaginarli, restano comunque le mirabili opere a fumetti che hanno e continueranno a rendere grande, il nome di Giorgio Cavazzano.

Francesco Marelli e Mirko Perniola

Stra, un minuscolo paesino presso Mirano con una fiabesca villa settecentesca nella quale, un favoloso labirinto di siepi si presenta irresistibile; talmente irresistibile che per poco non fa saltare l’appuntamento per l’intervista! Se a questo si aggiungono le precisissime indicazioni dateci da un Cavazzano, che descrive come punti di riferimento inesistenti chiesette a forma di capitello, un’ora di ritardo pare quasi troppo poco e allora, subito al lavoro.
Per la collana Al Bum la Mondadori nel 1981, pubblicava una raccolta di storie scritte e disegnate da Bonvi intitolata Incubi di provincia, dove i protagonisti delle singole storie non erano altro che autoritratti caricaturali dello stesso autore. Con il titolo Sterminarli senza pietà veniva presentata una storia pressoché identica nella sceneggiatura e nei dialoghi a quella quasi omonima proposta su La Città, dove gli Skuntz erano chiamati Helzapoppi, il Sukio diventava Sgalbedro e il ragionier Mirolani era Filippetti.

Sapeva dell’esistenza di questa storia? Perché crede che Bonvi l’abbia riproposta?
La motivazione è rimasta con Bonvi, così ormai difficilmente riusciremo ad averla.
Comunque mi ricordo che mi chiamò proponendomi un malloppone di episodi, dei quali inizialmente mi venne inviato quello con protagonista il poliziotto e successivamente, postumi, mi arrivarono gli altri.
Decisi di proseguire nonostante sapessi che quell’episodio era già stato pubblicato; essendo però un desiderio del caro amico, l’ho rispettato.

Per quale motivo sono ambientate a New York? Perché non Milano, Roma o addirittura come nella prima versione, in un’oscura megalopoli in provincia di Modena?
Innanzitutto perché trovavo semplice ambientare nella città di New York il terzo episodio, quello intitolato Il guardiano della Città, per l’esplicito riferimento al film La vita è meravigliosa in cui James Stewart stava per buttarsi dal ponte di Broodway. Inoltre è la città dove vive Martin Mystére, dove i poliziotti sono abbastanza caratteristici… Poi, per fortuna, conservo parecchia documentazione: libri film e pubblicazioni varie con foto interessanti, che in parte poi ho utilizzato.

All’inizio come ha accolto l’idea di fare qualcosa con Bonvi?
Era un’idea partita molti anni fa a Lucca poi, però, strade differenti e percorsi paralleli ci avevano tenuti distanti.
Comunque l’idea è stata sua: mi aveva chiamato dall’ufficio di Alfredo (Castelli, n.d.r.) accennandomi ad una serie di idee e parlandomi anche di un seguito (infatti ho anche un altro paio di sceneggiature).
Aveva pensato al mio stile, così decidemmo di lavorare insieme. Inizialmente avrebbe dovuto essere pubblicata su Zona X, poi Sergio Bonelli ha voluto inserirla in questa nuova collana ed è nata La Città. Questa nuova differente collocazione mi ha fatto piacere, naturalmente. Sono storie per una serie comica, ma difficilmente possono essere definite tali, sono amare ironiche, con scene di morte e violenza (e una di sesso che fa capolino da un televisore).

Chi la segue da anni ne sarà rimasto certamente colpito. Come ha vissuto questo lavoro così diverso?
Bene, perché in fondo questo dovrebbe essere il mio stile grafico. Inizialmente ho avuto molta difficoltà perché avevo abbandonato questo tipo di disegno, dai tempi delle collaborazioni con Tiziano Sclavi; avevo, insomma, la mano discretamente arrugginita. Così direi che questa storia mi ha “riportato a casa”. Disney mi piace (certo non potrei dire il contrario), lo trovo uno stile in fase creativa, dove l’autore può ancora dare qualcosa, evoluto ed evolutivo sia sotto l’aspetto grafico che narrativo.
Naturalmente in questo lavoro ho dovuto rispolverare quel filo che avevo interrotto ai tempi di Tiziano.

Quali sono state le più grosse difficoltà incontrate nello sviluppo di questo lavoro? Avrebbe voluto apportare dei cambiamenti?
Secondo me potevano essere pubblicate tranquillamente le pagine di sceneggiatura così come le aveva schizzate Bonvi. Questo vale anche per il nuovo lavoro che sto sviluppando, sempre su storie di Bonvi: si tratta di storie di fantascienza autoconclusive, che lasciano l’amaro in bocca, come le precedenti. Comunque non proseguono gli episodi collegati ne La Città, si tratta di trame assolutamente indipendenti, che lasciano infine un sorriso triste al lettore. Fatto sta che Bonvi descrive situazioni ed argomenti lontani anni luce dalle sue Sturmtruppen, iniziando i racconti con accenti raymondiani e utilizzando una sottile e calibrata ironia ad ogni passaggio. Se ne La Città mi sono impegnato graficamente documentandomi come detto prima, in questi nuovi episodi ha cercato di rispettare pause ed accelerazioni, atmosfere ed espressioni che il testo descriveva.
Per quanto riguarda la trama: una squadra di esploratori scopre un pianeta abitato da insetti molto ben organizzati, i quali coltivano addirittura frutta e verdura; purtroppo però chiunque si cibi di queste colture è destinato a…

Bene, credo sia proprio il momento di passare alla domanda successiva. Sarà scontato, ma preferisce lavorare su paperi, topi o…
Mi piace lavorare su entrambi (certamente non posso tradirmi!).

Su una sua bibliografia si parla di uno suo speciale per Zona X in lavorazione con Carlo Chendi e François Corteggiani. Di che si tratta?
Doveva trattarsi di un Martin Mystére; dico doveva perché per il momento il tutto è temporaneamente sospeso.

Viste le momentanee intenzioni alla Bonelli di continuare questa linea comica (per il momento annuale)…
Dovrebbe diventare trimestrale… speriamo.

Ci sarebbe la possibilità di rivedere magari qualche suo vecchio personaggio, come ad esempio Altai & Johnson ancora in collaborazione con Sclavi?
Con Tiziano abbiamo già parlato di questo, mi interesserebbe riprendere i personaggi e ristudiarli in maniera diversa, non nascondo che la cosa mi farebbe piacere.

Ed altri suoi personaggi nuovi? Qualcosa che ha magari nel cassetto?
Per il momento il cassetto delle idee e dei nuovi progetti è piacevolmente vuoto, nell’altro ci sono sceneggiature da realizzare. Mi sto dedicando alla pittura, mi piace l’idea di dipingere soggetti disneyani, non imitativi (per rispetto) al grande Barks, naturalmente.

Lei sembra che sia l’unico, anche avendo un contratto in Disney, ad avere la possibilità di pubblicare altro sia per l’Italia stessa che per altri mercati. A quanto pare nessun altro ha queste opportunità, come vede questa anomalia?
Non mi pare un’anomalia. Penso dipenda dalla capacità e, perché no, anche dalla volontà, di ognuno di noi…

Non è la stessa Disney che vincola l’autore?
È stato stabilito un contratto di collaborazione non vincolante per ciascuno di noi.
Naturalmente alcune caratteristiche di stile per alcuni autori, vengono considerate in maniera diversa dai vari committenti per motivazioni editoriali o di marketing. Se qualcuno volesse collaborare con altri editori potrebbe tranquillamente farlo, ripeto: è solo una questione di volontà.

Credevamo esattamente il contrario.
No, assolutamente. Per la società la cosa migliore è far riferimento ad un gruppo, come ad esempio l’accademia Disney con il suo responsabile. I dirigenti decidono quali lavori devono essere fatti e come distribuirli tra i vari autori ma solo per comodità. Se un artista volesse lavorare per la Francia potrebbe prendere la valigetta partendo per proporsi.

Però a quel punto non lavorerebbe più per l’Italia…
Non sono affatto d’accordo; anzi, è soltanto una questione riguardante accordi e percentuali con i vari editori.

Continuando a parlare di mercato italiano, Alfredo Castelli ha affermato che, se il fumetto è sempre stato considerato dai grandi editori come il figlio povero della cultura, il fumetto comico è il figlio povero del figlio povero. Lei come la pensa, visto che il temine fumetto è sempre stato usato come aggettivo dispregiativo accanto a espressioni culturali teoricamente più importanti?
L’ho sempre sentito dire ma non credo che sia vero. Basti pensare a Crepax e Hugo Pratt, Manara e Mattotti, che hanno fatto delle cose straordinarie. Il fumetto è un aspetto interpretativo di qualcosa, a prescindere dall’umorismo di Alfredo. Esiste un pubblico al quale ci riferiamo proponendo idee sequenziali il quale, per nostra fortuna, è quasi sempre giudice imparziale dei nostri lavori.
Inoltre è una parte importante e non trascurabile della nostra cultura; come dovremmo definire allora la televisione?
Prendiamo ad esempio Andrea Pazienza: nei suoi fumetti c’è invenzione, creatività, fantasia, genialità, un po’ come la si trova in Pratt. Da sempre esiste un fumetto di serie B e uno di serie C con i vari gironi; ma esiste anche un fumetto di serie A.

Che non si trova facilmente. Bisogna andare in cerca di librerie specializzate, poiché le edicole sono oscurate dai due o tre grandi, tra i quali fanno capolino solo in pochissimi.
Questo è vero, ma anche in edicola si trovano cose apprezzabili come Dave Mckean, o gli albi della Vertigo.

Cosa ne pensa di PK?
Penso che ho ancora una sceneggiatura da 10 tavole da terminare. Si tratta di un nuovo speciale per l’estate realizzato da diversi autori. Questo nuovo Paperinik è una buona idea, che ritengo però molto più vicino all’animazione che non al fumetto. Se fossi un produttore cercherei di acquisirne i diritti per fare una serie televisiva. Simile alle Duck Tales ma più breve e per un target più alto.

Cartoni animati per adulti? Credo che in Italia passerebbero inosservati. Infatti sempre e solo nei periodi di festa vengono riproposte le stesse cose su reti secondarie e ad orari improbabili, come quei pochi cortometraggi di Bruno Bozzetto.
Qualcosa sta cambiando e si vede. Abbiamo finalmente il nostro Lupo nazionale; tra un po’ vedremo Cocco Bill e altri personaggi verranno inseriti nella prossima produzione televisiva. Penso sia solo questione di tempo, in Italia talenti ed idee ci sono, eccome!

È vero ma dove si possono lanciare idee nuove? Non c’è spazio; o ci si adegua, oppure gli editori tentano di lanciare cose collaudate come Bone o Elfquest, ma non rischiano certo pubblicando nuove idee di giovani sconosciuti.
Questo è vero, ma non esiste solo il mercato italiano. Spesso non ci si rende conto delle grandi potenzialità del mercato editoriale. Non esiste solo il fumetto, basta visitare qualche fiera del libro: Angoulême, Barcellona, Francoforte e così via. Naturalmente non tutti possono trovar lavoro ma certamente i migliori emergerebbero.

Riguardo a particolari novità, che lei sappia è vero che la Disney sta tentando di proporre prodotti realistici?
Non proprio. È vero che ci fu un tentativo al passaggio dalla Mondadori a Via Sandri: c’era il progetto di creare un segmento, una sezione, che doveva anche pubblicare prodotti differenziati, ma poi non se ne fece nulla. Al momento Tito Faraci ed io stiamo lavorando sul personaggio Topolino in base ad un progetto pensato assieme a Silvano Mezzavilla, verrà riproposto sotto un ottica un po’ più adulta, inserendo caratteristiche cinematografiche però sempre rispettando il personaggio originale.

Domanda fondamentale, le piace di più Paperino o Topolino?
Ad essere onesti Topolino, perché credo che al momento sia quello con maggiori potenzialità. In vent’anni è il personaggio che ha subito più maltrattamenti sia come storie che per il disegno e purtroppo ancor oggi continuano. Fortunatamente meno che in passato, grazie anche a nuovi autori e responsabili di testata.

Lo trova ancora un lavoro divertente?
Il divertimento finisce quando non senti più la necessità di essere creativo, ripetendo le stesse operazioni giorno per giorno in maniera meccanica e trasformando in una sofferenza il dover continuamente ripetere orecchi e becchi. Se ci si sforza di farlo ogni volta in maniera differente rispetto al giorno prima, ci si diverte ancora.

È però difficile visto che i canoni, almeno in Italia risultano sempre gli stessi, c’è troppo rischio di alienarsi.
Non capisco. Ho visto delle splendide immagini di Alberto Breccia a colori. Egli affermava di averle dipinte per pura passione la sera, dopo il lavoro. Perché non possono farlo tutti coloro che sono stanchi di disegnare le “sei vignette”? È una questione mentale.

È una questione anche di nome…
Un po’ per volta, dedicando una parte del proprio tempo allo studio, a capire ed anche imitare il lavoro di chi è più avanti di te. Poi, il resto viene da solo… pubblico permettendo.

E i risultati si vedono. Noi li apprezziamo ora, di fronte a dipinti indimenticabili con soggetti Disney che portano l’illustrazione e il fumetto ai più alti livelli artistici; ma per chi non li ha mai visti o non riesce ad immaginarli, restano comunque le mirabili opere a fumetti che hanno e continueranno a rendere grande, il nome di Giorgio Cavazzano.