Con oltre un milione e mezzo di abitanti, Tijuana è una delle città più grandi del Messico. Si trova subito a sud del confine con la Contea di San Diego, con gli Stati Uniti, tant’è che il motto cittadino recita «Aquí empieza la patria», qui inizia la Patria. Non la si può certo definire una località turistica, eppure ci sono 300.000 persone che ogni giorno passano dalla dogana di San Ysidro per visitarla, o per lasciarla. La ragione è molto semplice: a Tijuana è facile trovare «tequila, sexo y marijuana», come direbbe Manu Chao. E molto altro, perché Tijuana è sempre stata il modo più agevole che i californiani hanno avuto per procurarsi cose che negli Stati Uniti sono illegali, fosse anche solo la possibilità di bere alcolici a diciott’anni quando da loro bisogna aspettare i 21. Non è certo un caso che il quartiere a luci rosse si trovi nella zona nord della città, la più vicina al confine, ma non è certo un mistero che lì sia facile trovare prostitute minorenni, e non di poco. Il nome di Tijuana è però associato anche a qualcosa che con Tijuana non ha niente a che fare: i “dirty book”, le famose “Tijuana Bible”.

Nate verso la fine degli anni Venti del XX secolo, le Tijuana Bible erano dei fumetti di otto pagine in formato orizzontale 10×15, stampati in bianco e nero su carta di pessima qualità, che narravano le avventure sessuali di star del cinema e uomini politici, come anche di personaggi dei fumetti “veri”. A differenza di quello che il nomignolo vuol far credere, si trattava di prodotti realizzati negli Stati Uniti, da autori che comprensibilmente preferivano rimanere anonimi (solo Wesley Morse ammise di averli disegnati, ma molti ritengono che Doc Rankin sia stato uno dei più prolifici autori di Bible), e venduti sottobanco in tutto il paese. La finta origine messicana era giustificata dal fatto che Tijuana era vista come patria del vizio in un momento in cui Las Vegas non era ancora quella che conosciamo, e serviva ad evitare che le autorità ne cercassero l’origine ma anche ad aggiungere un che di esotico al prodotto. La realtà è che, nonostante l’origine precisa sia ignota, il fenomeno delle Tijuana Bible non è nato grazie all’iniziativa isolata di un burlone ma dal lavoro di un gruppo ben organizzato e con le giuste entrature, perché altrimenti non sarebbe stato possibile raggiungere una distribuzione così capillare e quindi un profitto così alto. Le Tijuana Bible provavano a sfidare la censura che in quel periodo imperava nei media statunitensi, trovandosi anche ad approfittare involontariamente del boom dei comic book negli anni della Grande Depressione.

Probabilmente stampati nottetempo in una tipografia del New Jersey, i primi esemplari delle Tijuana Bible erano stampati e rilegati in maniera approssimativa, come si conviene ad un prodotto di contrabbando. Il prezzo di vendita era esorbitante: un dollaro, contro i dieci centesimi delle 64 pagine di Flash Gordon e Tarzan. Ma tanto erano disposti a pagare gli statunitensi per leggere le avventure erotiche di Al Capone, Cary Grant, Mae West, Rita Hayworth, Ghandi, Mandrake, Blondie e Dagoberto, Betty Boop, Lil’ Abner, Superman, Little Orphan Annie, Braccio di Ferro… Le storie, i cui disegni erano di qualità variabile ma spesso abbastanza professionali, si sviluppavano attraverso tavole a vignetta singola che vedevano la protagonista femminile svestita o quasi già nella prima pagina, presentavano poco altro che un rapporto sessuale e si concludevano puntualmente con una battuta di spirito non sempre ben riuscita.

La pubblicazione delle Tijuana Bible continuò a vele spiegate fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando l’aumento del prezzo della carta portò alla chiusura di molte riviste pulp e obbligò i periodici più rinomati a diminuire la tiratura. Forti delle ottime vendite ottenute fino ad allora, le Bible riuscirono addirittura ad aumentare il proprio successo. Stampate su carta riciclata – ossia sul retro di etichette, volantini e manuali vari – le Bible divennero uno degli oggetti che i soldati statunitensi si portavano al fronte più frequentemente, cementandone così l’importanza nell’immaginario collettivo dell’epoca.

La crisi ci fu invece nel dopoguerra, quando le riviste commerciali cominciarono a farsi più provocanti e le donne che ritraevano più svestite. Le storie delle Bible divennero allora più particolari, più perverse, ma a partire dagli anni ’50 il sesso e la violenza si fecero spazio nei fumetti e nel decennio successivo lo stile underground cominciò a prendere piede. Il pubblico perse interesse nelle Bible, che iniziarono ad essere distribuite in abbonamento postale e smisero di essere pubblicate quasi completamente di lì a poco, dopo aver sicuramente superato il migliaio di storie. Eppure le Bible sono arrivate fino a noi, grazie a ristampe più o meno amatoriali e all’uscita di alcuni libri che ne raccontano la storia. Una storia curiosa e tutt’altro che legale, che nonostante il nome si è sviluppata interamente a nord del confine col Messico.

Alberto Cassani