C’era un tempo in cui i manga non dominavano il mondo, un tempo in cui i supereroi regnavano incontrastati e uno sparuto gruppetto di fumetti italiani si ritagliava il suo spazio e conviveva tranquillamente con gli altri. Poi, d’improvviso, tutto cambiò e il mondo del fumetto in Italia non fu più lo stesso. No Name non ha niente a che fare con questa rivoluzione.

Nato il 4 novembre del 1969 e morto il 15 febbraio 1997, Masakatsu Noname è un aspirante supereroe giapponese che a seguito di una dose spropositata di radiazioni diventa più grasso di un lottatore di sumo grasso, ma in compenso non ottiene neanche uno straccio di superpotere. Perito sfortunatamente nella sua prima missione, si ritrova sfrattato dal cimitero dei supereroi per non aver pagato l’affitto e per trovar lavoro è costretto ad emigrare negli Stati Uniti. Da questo viaggio è nata una miniserie di quattro albi più un numero zero scritta da Davide Barzi e disegnata da Oskar per Epierre/If Edizioni. Purtroppo il fatto che questi quattro albi siano stati distribuiti lungo un periodo di tempo di quattro anni ha impedito alla serie di ottenere la ribalta che avrebbe meritato.

Così ricca di citazioni e di particolari metafumettistici da far impallidire Rat-Man, No Name attraversa le epoche e i generi. Essendo il personaggio già morto non può morire ancora, o meglio: può morire ma non rimanere morto, pur non potendo tornare a vivere. Insomma, è un non-morto che muore ad ogni avventura ma conserva il suo status di non-morto. Nel corso dei quattro numeri a lui dedicati, l’aitante giapponese attraversa generi diversi, tanto da far quasi sembrare la serie una raccolta di quattro numeri singoli invece che una vera e propria storia unica divisa in quattro capitoli. Cosa che, per via dell’aperiodicità delle uscite, non è neanche troppo male.

Il numero zero è uscito nel 1997 e ha raccontato la nascita – ossia la morte – del personaggio, il primo numero della miniserie è invece uscito nel 2000 e ha raccontato con modi tutt’altro che classici una storia che paragonata alle tre che seguiranno appare classicissima, ricca com’è di vecchie bavose e piante che succhiano i poteri. Il secondo albo, anch’esso uscito nel 2000, vede infatti No Name muoversi nel far west, ed è facile immaginare come uno zombie giapponese che va in giro vestito da cowboy non sia esattamente il nostro classico supereroe di quartiere. Tant’è che due anni dopo, all’uscita del terzo numero, lo troviamo alle prese con una banda di gangster prima di concludere (per ora?) la sua carriera di personaggio dei fumetti nel 2004 interpretando il ruolo di Maciste in un film mitologico che viene abusivamente girato a Cinecittà.

No Name non è stata la prima collaborazione professionale di Barzi e Oskar. Anzi, la loro produzione è quasi sterminata, ma è altrettanto inedita perché tutte le testate che dimostravano interesse a pubblicare i loro lavori morivano prima di avere il tempo di farlo. Dev’essere proprio un segno del destino, perché se singolarmente i due autori hanno realizzato diverse belle cose, il loro lavoro di coppia ha sempre avuto un che di funebre. E allora No Name è il personaggio che meglio esemplifica la lotta per la sopravvivenza della loro Arte. O forse, più semplicemente, il fumetto parodistico/grottesco, con rare eccezioni, nel nostro paese è destinato a soccombere. Ma solo nel nostro paese, tant’è che il prossimo lavoro di Barzi e Oskar, un volume umoristico sugli anni Sessanta, vedrà la pubblicazione nel gennaio 2009 in Belgio, per le Editions Joker.

No Name è un personaggio talmente particolare che anche il suo percorso extra-fumettistico è particolare. Un paio di mesi dopo l’uscita del primo numero, infatti, i diritti di sfruttamento cinematografico furono acquistati da una casa di produzione filippina. Il regista Celso Vargas realizzò nell’estate del 2000 e poi nell’autunno del 2002 due film dedicati a No Name che in Patria ottennero un buon successo di pubblico. Nella sua carriera cinematografica, Vargas ha attraversato i generi tanto quanto No Name ha fatto nel mondo del fumetto. Il risultato di questo strano incontro è un curioso miscuglio di musical, horror, arti marziali e commedia che non ha in realtà alcun punto di contatto con gli albi a fumetti se non il nome del personaggio e il suo look. Nel novembre 2004, però, Vargas e il protagonista Artemio Guerrero furono tra le 1.800 vittime del tifone Nanmadol, proprio mentre si preparavano alle riprese del capitolo conclusivo della trilogia. La realtà che insegue la fantasia, insomma, con la morte prematura a caratterizzare No Name non solo nelle pagine disegnate. Ma leggendo quelle pagine in bianco e nero si può facilmente essere d’accordo con Celso Vargas quando diceva che l’unico giapponese buono è un giapponese morto. Meglio se sovrappeso.

Alberto Cassani