La paura che i morti tornino a camminare sulla Terra è antica quanto il mondo. Le diverse religioni che si sono succedute nei secoli e tra i popoli, hanno saputo sfruttare queste credenze per aumentare e poi mantenere la propria influenza sulle persone. I diversi autori che hanno affrontato l’argomento nella letteratura e nel cinema, hanno invece saputo creare storie che fanno leva su queste paure, rielaborando le cronache e le leggende per regalarci in alcuni casi personaggi capaci di ridefinire l’immaginario comune legato al ritorno dei morti.

Nelle leggende come nelle opere di finzione, sono sostanzialmente due le cose che i non morti cercano di fare una volta tornati nel regno dei vivi: mangiare e fare l’amore. Non è un caso, infatti, che nella tradizione il morto ritorni nei luoghi dove aveva vissuto e dalle persone con le quali aveva convissuto. I vedovi della Nuova Guinea, proprio per questo, erano soliti portarsi sempre dietro un’accetta con cui difendersi dalla moglie morta, nel caso fosse ritornata per esigere che il vedovo assolvesse i doveri coniugali. Nel sud del Camerun, per evitare questi problemi si usava invece prendere il cadavere a bastonate fino a ridurlo in poltiglia, per poi abbandonarlo nella foresta. Allo stesso modo, sono numerose le leggende che raccontano di morti che partecipano a feste e banchetti, come sono numerosi i popoli che avevano l’abitudine di seppellire un cadavere circondandolo di cibo. Addirittura, in alcune comunità nel corso dei pranzi ufficiali si usava mettere una mummia a capotavola, in modo che un morto che tornasse dalla tomba ne trovasse già un altro al suo posto e se ne andasse senza disturbare. Ma al di là del cibo normale, è abbastanza comune per i non morti delle antiche tradizioni cibarsi di carne umana. E questa caratteristica è andata pian piano affinandosi fino a che, verso la fine del Medio Evo, i morti non hanno iniziato a sostituire sesso e cibo con una sola azione che li combinasse: succhiare il sangue di un vivo appartenente all’altro sesso. Il vampiro era nato!

Il termine “vampiro” è di origine slava, e vuol dire all’incirca “demone che beve”. Per quanto si parlasse di demoni succhiasangue già ai tempi dei babilonesi, è dalla zona dei Balcani che ci arriva la maggior parte delle leggende riguardanti i vampiri. Ovviamente, la figura del vampiro è presente anche in altre tradizioni, ma pur venendo modificata nel corso dei secoli ha sempre mantenuto determinate caratteristiche, che infatti sono giunte quasi inalterate fino a noi: il vampiro delle leggende è pallido in volto, ha il corpo particolarmente peloso, gli occhi acquosi, le unghie e le orecchie lunghe, e naturalmente i canini appuntiti. Teme l’odore dell’aglio, l’esposizione prolungata alla luce del sole e la visione di simboli sacri. Inoltre, chi muore del suo morso diventa a sua volta un vampiro. Come spesso accade, la leggenda del vampiro si confonde con la cronaca fino a diventare leggenda urbana, e dall’idea che il suo morso sia contagioso hanno avuto origine numerose epidemie di vampirismo che hanno attraversato l’Europa in lungo e in largo.

Secondo quanto riportano le cronache, già nell’Inghilterra del 1100 fu esumato e bruciato il cadavere di un vampiro, mentre nella Danimarca del XIII secolo si dava la colpa di una pestilenza ad un uomo assassinato che vagava di notte per le campagne, e solo l’esumazione e la decapitazione del cadavere pose fine all’epidemia. È però a partire dal 1600 che le cronache si moltiplicano in tutta Europa, e la credenza è così forte che solo nel 1824 il Parlamento Britannico ha abolito la legge che obbligava a trafiggere con un paletto di legno i cadaveri dei suicidi (legge che è invece rimasta in vigore fino ai primi del ‘900 nel Rhode Island, non a caso patria di H.P. Lovecraft). E in fondo anche al giorno d’oggi si ritrovano casi di vampirismo, persone che mordono la gente e ne bevono il sangue, per quanto il loro comportamento sia di origine mentale piuttosto che dovuta ad una qualche maledizione.

La dimostrazione di quanto la leggenda del vampiro fosse ritenuta reale si ha soprattutto leggendo gli scritti sull’argomento che risalenti alla seconda metà del Settecento, l’epoca dell’Illuminismo. Addirittura, nel 1755 Maria Teresa d’Asburgo fece stilare una relazione scientifica volta a capire se le credenze sui vampiri avessero un qualche fondamento reale. Una volta costatato che si trattava solo di superstizione, la Regina “chiese gentilmente” agli ordini religiosi di smettere di sfruttare la credulità di contadini e poveracci e di lasciare agli ufficiali medici il compito di stabilire le ragioni della morte di qualcuno. A quel punto, lo stesso Papa Benedetto XIV esortò i preti e i credenti a considerare il ritorno dei morti come semplici superstizioni alimentate dall’ignoranza.

Com’è ovvio, infatti, la tradizione dei vampiri trovava terreno fertile soprattutto nelle campagne, dove spesso anche i preti e i funzionari non potevano certo dirsi colti e dove il vampiro tendeva a perseguitare i propri parenti come i propri animali. È piuttosto curioso, quindi, che quando John Polidori diede vita al capostipite dei vampiri letterari così come noi li conosciamo, decidesse di ritrarlo come un prestigioso membro dell’alta società londinese. La ragione di questa scelta è da ricercarsi nei cattivi rapporti tra lui e George Gordon Byron, che con il personaggio di Lord Ruthven Polidori aveva voluto prendere in giro, ma la cosa importante è il successo che il suo romanzo breve incontrò al momento della sua pubblicazione, nel 1819. Il vampiro divenne subito un personaggio tipico del fiorente romanzo gotico, ma gli autori lo presentarono sempre sotto la stessa luce già usata da Polidori, ossia come un nobiluomo tormentato invece che un rozzo contadino divenuto un mostro. Furono solo gli scrittori slavi a rimanere fedeli con le loro opere alle tradizioni vampiriche, ritraendo personaggi di basso rango e ambientando i racconti nelle campagne. Dov’è più facile credere che le leggende siano vere. Dov’è più facile credere ai vampiri.

Alberto Cassani