Di tutte le serie che hanno avuto a che fare con magia o parapsicologia, ESP è stata una delle più apprezzate. Nata con l’ultima incarnazione dell’Intrepido, è diventata una serie che ha generato un impressionante movimento di appassionati, compreso un Fan Club che è durato più a lungo della rivista stessa. Per capire le ragioni di questo successo ho chiamato la casa romana del creatore della serie, quel Michelangelo La Neve che mi aveva procurato qualche incubo ai tempi di Splatter.

Ho riletto per l’occasione le storie di Splatter e Mostri: ci si può riconoscere l’entusiasmo di chi le realizzava…
C’era la volontà di essere professionali, di far bene qualcosa anche se non le è riconosciuto un valore artistico; l’entusiasmo vero era quello. L’altro gioco era cercare di capire lo spirito di chi legge, quali sono le molle che muovono quel tipo di lettore… È anche una forma di rispetto: non puoi pensare di fare una cosa per cretini. Nel caso dell’horror era interessante andare a toccare le emozioni, le esigenze, che può avere uno ad una certa età. Mi capita ancora di incontrare persone che si ricordano quelle storie, vuol dire che le cose le ho fatte bene, onestamente… Poi se le rileggo mi prenderei a schiaffi, ma è sempre così, per fortuna.

Cosa credi abbia creato il successo di Splatter?
Credo che il motivo sia anche nella differenza con le riviste simili dell’epoca: la gente che faceva Splatter era gente brava, che ha avuto una carriera nei fumetti… da chi già ce l’aveva, come Ferrandino per dirne uno, a Siniscalchi, al gruppo dei salernitani, Maurizio Di Vincenzo, Marco Soldi… solo per citare i miei amici.

Da lì sei arrivato subito all’Intrepido?
Questione di un paio di mesi. Nei primi numeri c’erano alcune storie fatte ad hoc e altre comprate dalla ACME, saranno state una decina in tutto. Nel primo numero del nuovo Intrepido io avevo due storie: Dipartimento ESP, che era nuova, e Il gioco dell’odio, fatta per Torpedo, che però ha chiuso prima di pubblicarla. Poi Il gioco dell’odio è finita sotto processo…

Perché era una storia troppo dura?
Lo stesso magistrato, qualche mese dopo ha accolto una denuncia su Pinky, quello del Giornalino… Una cosa che mi ha dato fastidio è che i giornali hanno sfruttato il lato “scandalistico” del fatto, quando per la prima volta era usato un articolo particolare del codice. I famosi processi contro Diabolik, Dylan Dog, Splatter e Mostri, infatti, usavano un articolo che rendeva praticamente impossibile la condanna. Quest’altro articolo, del 1946, invece era molto pericoloso per la libertà d’espressione perché affermava che l’autore di qualsiasi opera che turbasse anche solo un singolo poteva venir condannato da tre mesi e tre anni! Ma quell’esperienza mi è stata molto utile perché ho capito che i giornali “seri” ti stravolgono sempre tutto. Tu non mi stravolgerai, vero?

Assolutamente.
Pensa che la denuncia era stata fatta da un gruppo di genitori che si riunivano perché in una scuola c’era stato un suicidio. Tre anni dopo uno di loro aveva trovato l’Intrepido a casa del figlio, le due cose sono un po’ separate. Italia Uno cominciava con “In seguito ad un suicidio denunciato l’Intrepido”. Mi ha chiamato mia zia della Calabria, terrorizzata… Delle cose veramente allucinanti… E l’unica cosa che non è stata colta è che c’era questo articolo di legge che avrebbe fatto da precedente, un precedente molto importante non solo per i fumetti: per tutto. Ma per fortuna siamo stati tutti assolti con formula stra-piena.

Nel frattempo, l’Intrepido zoppicava…
Era partito bene, il calo c’è stato nel corso degli anni: all’inizio vendeva sopra le centomila copie, poi è stato gestito male. La casa editrice era il terzo gruppo editoriale d’Italia e c’era gente che riteneva inutile fare fumetti: facevano Telesette, un milione di copie a settimana, prezzo duemila lire, costo sei milioni… Ma quando ESP è uscito hanno fatto una pubblicità impressionante: cartelloni pubblicitari, uno spot prima di una partita del Milan, in prima serata su Canale 5… C’era questa potenzialità ed è stato un peccato non riuscire a sfruttarla. E poi secondo me i fumetti costano troppo poco.

Costano poco?
ESP ha venduto tra le 30 e le 40.000 copie. Una bella cosa, però 3.000 lire a copia fanno 90 milioni. Se vuoi pagare bene un disegnatore che ti fa 100 tavole gli vuoi dare 20 milioni? L’hai pagato poco. Me ne vuoi dare un altro po’ a me? Vuoi pagare la carta? Il 30-40% se lo prende il distributore… Io credo che una cosa fatta fuori della potenza di Bonelli debba cercarsi un pubblico, deve avere una sua personalità. Se vendi 20.000 copie con un prezzo di 5.000 lire sei in attivo, e magari altri editori, vedendo che c’è la possibilità, si mettano a produrre, e magari escono 30 boiate, 5 cose buone e il capolavoro. Per tenere aperto avrei dovuto fare come gli altri editori: non pagare, o pagare la metà. Invece una delle cose positive di ESP sono stati proprio i disegnatori, alla fine ne avevamo 12 contemporaneamente: molti erano felicissimi di farlo e molti hanno continuato a disegnare ESP anche se avrebbero potuto andare a lavorare per altri e guadagnare di più.

Si trovavano bene…
Ci siamo divertiti. Poi devo dire che ci stavo molto attento: mi è capitato di iniziare la storia pensando che sarebbe finita in mano ad un disegnatore, poi per qualche motivo cambiavo disegnatore, e allora anche la storia cambiava. In questo modo loro danno il meglio, la storia viene meglio. È un dare fiducia, e poi il lavoro si fa insieme… Poi io avevo cominciato a fare le gabbie sulle tavole. Ti dicevo persino la grandezza delle vignette, perché la sequenza narrativa doveva essere fatta in un certo modo: un primo piano se è piccolo ha un significato, se è gigante ne ha un altro. Scrivevo tutto quanto andava dentro la vignetta… Era così perché secondo me così dev’essere, almeno per come facevo e faccio sceneggiature io. Comunque i disegnatori erano quasi tutti contenti, e hanno fatto delle cose ottime.

ESP era partito come serie o ti avevano chiesto una storia singola?
È partito subito come serie. Ha rallentato dopo le prime due puntate doppie perché Giancarlo Caracuzzo ha cominciato a lavorare a Nero. Mi hanno chiesto di riprenderlo in mano e io ho ripreso pian piano, sull’Intrepido avevo altre serie. Avevo la possibilità di esprimermi abbastanza liberamente, anche se in quella situazione finisci per fare le cose un po’ in fretta: uno dovrebbe dedicargli un anno, alla storia… Se non un anno, tre mesi: tenerla lì finché ogni cosa non ti soddisfa… Invece spesso e volentieri partivo con un’idea e cominciavo a scrivere. Da una parte è stato molto istruttivo, perché mi lasciavo un po’ andare e tiravo fuori delle cose che non tiri fuori quando sei “rigido”, però… potevo farlo meglio.

Da dove hai preso ispirazione per creare l’universo di ESP?
Quando mi hanno chiamato all’Intrepido mi hanno detto che il motivo erano anche le mie storie di Rosa Shocking, un giornaletto che usciva sull’onda di Cioè… delle storie di adolescenti. Ho avuto questo marchio sul collo per una vita…

Scrittore per adolescenti?
Sì. È un’età che mi affascina: io non vedo l’adolescenza come la vedono gli 883, la vedo come un’età di passaggio, piena di controversie… L’ispirazione principale per ESP è stata la musica, non come situazioni ma come sensazioni. In ogni numero facevo la classifica delle mie preferenze, perché all’epoca… ma anche adesso… i gusti erano terribili. E la cosa funzionava perché i lettori rispondevano, si scrivevano… mi sono arrivate cassette… dei ragazzi, i Novecento, avevano un disco con canzoni ispirate ad ESP… Avevo letto Mai, la ragazza psichica, ma credo che nessuno possa dire che ho copiato da lì. Una cosa che mi affascina del fumetto giapponese è la loro non vergogna di affrontare i sentimenti. Avevo fatto una scena con una ragazza che si buttava da una finestra: quattro pagine con lei che cade e i suoi pensieri. Credo siano queste le cose migliori di ESP, quelle più apprezzate. Credo sia per questo che sono successe delle cose incredibili, non giustificate dal valore artistico della serie. Ricevevo tante lettere di gente che non leggeva fumetti ma leggeva ESP, persone molto diverse tra loro a cui è piaciuto… La vera sensazione, la cosa che mi è piaciuta, è che hanno avuto l’occasione di conoscersi tramite ESP. Hanno fatto l’ESP Fan Club, ma il rapporto col fumetto è finito là: era una cosa loro. Per questo ha valore, quel fumetto: perché ha tirato fuori una cosa loro! Ci sono state cose tirate fuori proprio grazie a questo modo istintivo di lavorare, questo lasciarsi andare, e questa è stata la cosa più bella di ESP, e più bello ancora è che non dipende dalla genialità dello scrittore, perché non credo che possa essere annoverata tra le pietre miliari della letteratura italiana.

Però evidentemente riuscivi a rendere il mondo giovanile in maniera più efficace di altri sceneggiatori.
Io qui mi faccio un complimento strepitoso: ho toccato i loro sentimenti! Per caso, per quello che è… ho toccato dei sentimenti, delle paturnie, che le persone avevano dentro. Uno può fare più di questo, nella vita? Non credo. Forse bisognerebbe cercare di toccare dei lati emotivi, non di genere, ogni tanto. L’esempio di ESP secondo me è importante proprio perché era un fumetto di livello medio, l’unica differenza è che c’è stata la possibilità di farlo in maniera istintiva. Era un po’ come se non ci fosse nessun paletto: testa bassa e via. Da questo punto di vista è stata un’esperienza divertente, eccitante. Pesantissima ma divertente. Certe storie prendevano un’altra piega anche perché cambiavo umore. Se uno ha la fortuna di poter seguire il proprio umore, senza limitazioni, magari fa delle stupidaggini, però succedono anche le cose che sono successe.

Cos’è stato a portare alla chiusura?
L’handicap che aveva ESP era che i disegnatori erano pagati bene. Era un handicap perché era un costo: si era stabilizzato su cifre in perdita e non si riusciva a risalire. Poi lì si comincia a parlare anche di colpe che ho io.

Perché, ne hai molte?
Non lo so, però sicuramente ce ne saranno. La vera colpa che mi faccio è questa: sarei dovuto riuscire a fare una cosa che funzionasse a prescindere che ci fosse una storia limpida, cristallina e potente, e bella. Questo era l’ottimo, e secondo me non sempre l’ho fatto. Non vorrei dare l’impressione di star parlando di un’esperienza negativa, e non vorrei dare l’impressione di quello che dice che ESP ha chiuso per colpa della casa editrice, o perché il pubblico non capisce, o perché il mercato… Io vaccate ne ho fatte tante, su questo non ho dubbi, però ero sincero.

Tu insegni fumetto a Roma e Pescara?
A Pescara si fanno 4 giorni di full-immersion. Io quest’anno mi sono occupato di come si sviluppa la storia, non riferito solo ai fumetti. Più che altro ho lavorato con i ragazzi, sulle cose che scrivevano loro: storie di tutti i generi, per tutti i media. Invece qui a Roma al secondo anno di sceneggiatura ho seguito una storia di gruppo, portata avanti insieme, discutendo, parlando, girando, facendo… Molto divertente e molto stimolante, perché quando dici che in un modo non va bene poi devi far vedere qual è il modo giusto… per cui era un bell’esercizio mentale.

Che tipo di aspiranti sceneggiatori ti sei trovato davanti?
Due cose completamente diverse. A Roma erano tutti fumettari, a Pescara c’era di tutto: dal pensionato che ha il teatrino amatoriale all’insegnante politicizzata che vuol fare qualcosa… È stato bello anche perché ci siamo subito scontrati: ho cominciato a trattarli male, gli criticavo aspramente le cose… gli facevo un discorso non scolastico. La cosa fondamentale, che sarebbe fondamentale in uno che fa questo lavoro, è la capacità critica verso quello che fa e verso quello che vede: capire quando la scena è giusta, capire se suscita una sensazione in chi legge. Tutto è sempre girato intorno a questo. Ed è stato interessante, divertente.

Come interessante e divertente è stata questa telefonata, lunga quasi due ore. Sarà interessante anche la bolletta…

Alberto Cassani