Correva il 1979 quando nei cinema italiani fece la sua comparsa Cannibal Holocaust. Il film di Ruggero Deodato raccontava la storia di un gruppo di documentaristi italiani che attraversa l’Amazzonia per riprendere le usanze di una tribù di selvaggi. Nessuno di loro tornerà indietro, e i dirigenti della stazione televisiva che aveva commissionato il lavoro guardano il girato per decidere se trasmetterlo o meno. E noi spettatori assistiamo con loro a questa proiezione. È uno dei primi finti documentari che il cinema recente ci ha regalato, dopo di lui arrivano film come This is spinal tap, Henry, pioggia di sangue, 84 Charlie MoPic e il recente Una relazione privata. The Blair Witch Project è senza dubbio il più famoso esempio del genere.

Dan Myrick ed Eduardo Sanchez hanno fatto molto più che dirigere un film: hanno saputo creare una leggenda. Dalle pagine del sito blairwitch.com hanno raccontato la storia di Burkittsville, un paese del Maryland che una volta si chiamava Blair, un paese come negli Stati Uniti ce ne sono tanti, e l’hanno fatto in maniera talmente convincente che in molti hanno creduto che quella fosse una storia vera. E molti ancora ci credono. Nel sito erano raccontate le vite di Elly Kedwards, immigrata irlandese che finì al rogo nel 1785 come responsabile della scomparsa di nove bambini, e di Rustin Parr, psicolabile che nel 1941 di bambini ne aveva uccisi otto. E soprattutto si raccontava la storia di tre studenti universitari, Heather Donahue, Michael Williams e Joshua Leonard, che nel 1994 attraversano il bosco di Burkittsville alla ricerca di prove dell’esistenza della “Strega di Blair”, dello spirito di Elly Kedwards, e trovano invece la stessa fine delle vittime di Rustin Parr.

Il problema principale di quello che è probabilmente stata la pellicola con il guadagno netto più alto di tutta la storia del cinema è che per capire veramente la storia che sta dietro al film, il film da solo non basta. Attraverso i dialoghi fra i tre protagonisti si intuisce solo vagamente qual è l’alone di leggenda che circonda la figura della Kedwards, e le “imprese” di Parr sono narrate in maniera così arzigogolata che credo siano stati in molti a non capire il finale. E sono sicuro che molti non si sono nemmeno sforzati di capirlo, il finale, scoraggiati dalla pessima qualità dello spettacolo.

The Blair Witch Project è un film di cui non consiglierei mai la visione, ma su cui sarebbe meglio fare qualche lezione in una scuola di cinema. La pochezza della pellicola dipende quasi esclusivamente dalla brutta sceneggiatura, che come detto non riesce a rendere comprensibile l’universo in cui i protagonisti si calano, che mette in scena personaggi noiosi che pronunciano dialoghi noiosi, che riserva troppo poco spazio alle scene di suspence. Su quest’ultimo punto, poi, incide anche il fatto che molte inquadrature sono confuse a causa del dilettantismo dei cameraman nella finzione cinematografica ed il fatto che la maggior parte delle scene si svolge di notte (quindi con pochissima, o addirittura senza, luce). Dal punto di vista prettamente tecnico, invece, il film è un gioiellino: le sequenze girate in pellicola 16mm si alternano perfettamente con quelle in video, e insieme riescono a creare l’impressione che si stia davvero assistendo alla proiezione di un filmato ritrovato in quel bosco. La finzione risulta insomma perfettamente credibile, ancorché poco comprensibile, e tutte le critiche a carattere tecnico che sono piovute sul film sono ingiustificate (non mi metto a trattare questo argomento per ragioni di spazio, ma credetemi). Purtroppo il risultato globale è estremamente noioso; non fosse per il genere sarebbe stato il tipico film che piaceva a critici e addetti ai lavori e non al pubblico. Invece è piaciuto solamente ai dirigenti di Hollywood.

Il fenomeno Blair Witch ha rivoluzionato il modo in cui gli Studios di Hollywood usano Internet per la promozione dei loro prodotti. Perfetto esempio di questo è lo splendido sito di A.I. La promozione di un film, ora, inizia molto prima della sua uscita, prima ancora che si inizino le riprese, perché grazie a Myrick e Sanchez ci si è resi conto che ci sono molte persone che vogliono sapere tutto il possibile su un film prima di vederlo. Ci si è resi conto che si può creare un evento spendendo relativamente poco ma assicurandosi un ottimo ritorno economico.

L’albo a fumetti ufficiale di Blair Witch Project è stato pubblicato da Sperling & Kupfer, e se l’editore di Stephen King si mette a pubblicare fumetti vuol dire che questo progetto di soldi ne ha fatti girare davvero tanti. L’albo, comunque, raccoglie tre storie che narrano altrettante leggende riguardanti Blair-Burkittsville. Purtroppo però, dal punto di vista fumettistico l’albo è piuttosto scarso, mentre è estremamente efficace relativamente al “progetto” BW. Le tre leggende raccontate, per quanto raccontate attraverso testi e disegni mediocri, aiutano tantissimo a capire il film e la storia che ne sta dietro. Tra l’altro all’inizio c’è anche un curioso reportage da Burkittsville del fantomatico Joe Arden, che è accreditato come traduttore delle storie (che credo essere invece state tradotte da Matteo Curtoni) e che ha scritto un raccontino sulla falsariga di quelli del grande Lovecraft. Pur senza avere la stessa forza narrativa dell’eremita di Providence, “Joe Arden” ha scritto quattro pagine molto evocative, utilissime per calarci nell’universo fittizio immaginato da Myrick e Sanchez. Quattro pagine talmente convincenti che in molti avranno creduto che quella fosse una storia vera. E molti ancora ci credono.

Alberto Cassani