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In
questo numero di Ink, dedicato stavolta al fumetto di fantascienza, non
potevamo tralasciare un autore singolare come Roberto Bonadimani. Singolare
perché, nonostante sia rimasto volutamente fuori dal mondo del fumetto
inteso come lavoro (si è sempre occupato di altro) ha saputo tenere viva
questa passione tanto da ricevere perfino dei premi autorevoli. Più di
tanti sedicenti professionisti...
Come
hai iniziato e quali sono stati i tuoi primi lavori?
Fin dalla più tenera infanzia sono sempre stato attratto dal cinema,
dalle letture fantastiche e dai fumetti. Era forte, in me, la voglia di
misurarmi con le opere che vedevo, tanto che ne rielaboravo sia i testi
sia le immagini. Questo mi dava la possibilità di farli miei, di personalizzarli.
Che io ricordi, devo aver iniziato a disegnare all’età di dieci anni circa,
copiando da Tex, Topolino e quant’altro. Ma la folgorazione arrivò due
anni dopo: ero in colonia e un mio amico mi fece leggere un albo a fumetti
di origine inglese, Le Avventure di Domani, di genere fantascientifico.
I disegni erano bellissimi, talmente perfetti da dare quasi fastidio.
Ma mi stimolarono e iniziai a seguire quel genere narrativo che mi ha
poi accompagnato tutta la vita: il fantasy e la fantascienza. Di quegli
albi non rimane che un ricordo... so solo che alle mostre mercato costano
un occhio della testa!
Quindi
la fantascienza è stato un amore a prima vista?
Non proprio, però si è sviluppato abbastanza velocemente. Credo che
le motivazioni risiedano nel fatto che ero un ragazzo molto timido, con
pochi amici, anche perché non avevo la possibilità di girare essendo sprovvisto
di automobile. L’unico modo per volare via, quindi, era con la fantasia.
Ho iniziato ad inventarmi, così, mondi fantastici e stranezze varie.
Sei
riuscito poi a lavorare per qualcuno, oppure ti sei occupato d’altro?
A prescindere che non ho mai svolto questa attività come lavoro principale,
ricordo che la mia prima grande uscita la feci negli anni Sessanta. Ero
giovane e inesperto, ma avevo già accumulato un po’ di materiale. Andai,
quindi, a Milano armato di molte belle speranze, ma non riuscii a combinare
granché. Gli editori vedevano chiaramente quello che io non riuscivo a
vedere: il tratto aveva ancora molte lacune. In quel periodo mi smontai
un po’, ma continuai ad allenarmi e a produrre nuovi lavori. Dopo qualche
anno tornai alla carica, ma finalmente riuscii a portare a casa qualcosina.
Pubblicai, così, alcune storie per l’Editore Sansoni e per la rivista
Il Mago.
Successivamente mi presentai alla Editrice Nord, dove l’editore si mostrò
subito interessato ai miei disegni. Le storie furono pubblicate e, dopo
circa un anno, furono anche raccolte in un libro.
Dicevi,
comunque, che hai sempre mantenuto il lavoro fisso.
Certo. Mi dava notevole sicurezza il fatto di avere un reddito fisso.
Potevo dedicarmi alla mia passione per il fumetto con molta serenità.
Da non trascurare due fattori importanti: non ero convinto delle mie capacità
e poi, se mi fossi licenziato, mio padre mi avrebbe ammazzato!
Facciamo
un passo indietro. Hai detto di aver copiato molto da vari autori, come
tutti d’altronde, ma a quali artisti ti sei ispirato. Di chi ti senti
un po’ figlio, un po’ erede?
Mah... non saprei. Quando ho iniziato copiavo, come ho già detto, dai
fumetti in voga ai miei tempi, quindi Topolino, Tex, e così via. Se c’è
qualcuno che mi ha colpito quello è stato senz’altro Guido Crepax. Aveva
rivoluzionato il fumetto con le sue trovate, i suoi tagli di vignetta,
il suo particolare stile grafico. Mi sono ispirato molto a lui. Ma non
ho mai copiato da nessuno, e non lo faccio per vantarmi... non l’ho mai
fatto perché non ne sono mai stato capace. Dagli altri prendevo lo stile,
l’anima, ma poi facevo comunque a modo mio.
Hai
citato personaggi e autori distanti da quello che è il tuo genere, la
fantascienza...
Sì, ma poi ho trovato finalmente la mia strada ispirandomi principalmente
a quel capolavoro che era, come ho detto, Le Avventure di Domani.
E,
arrivando ai giorni nostri, ti sei poi lasciato prendere per mano da altri
autori?
Non direi... diciamo che ho letto e leggo molto, ma dagli altri non ho
più preso granché. Oggi ho raggiunto un certo equilibrio nel mio stile,
quindi non mi lascio più ispirare tanto. Strada facendo mi hanno molto
impressionato certi autori belgi o francesi, ma mai al punto da condizionare
radicalmente il mio stile.
Cosa
leggi, oggi?
Leggo soprattutto molto materiale bonelliano, come Dylan Dog, Julia, Magico
Vento e quant’altro. Contrariamente a quello che si può pensare, seguo
meno Nathan Never. Non è la fantascienza che piace a me. Io preferisco
leggere di mondi alieni, con continue trovate fantasy. Nathan Never, invece,
propone tematiche odierne trasposte in un mondo futuro. Forse la parte
più interessante è quella coi tecnodroidi, cioè la fantascienza nella
fantascienza. Quella è già un’invenzione letteraria più vicina ai miei
gusti.
Che
differenza c’è tra il mondo editoriale odierno e quello di trent’anni
fa?
Innanzitutto c’è da fare un discorso di quantità: oggi ci sono molto meno
case editrici di allora! C’è una sorta di monopolio... tolti Bonelli e
Disney c’è poco altro! Quindi affermarsi è diventato molto difficile,
quasi impossibile. Un giovane che oggi volesse farsi strada dovrebbe farsela
a denti e unghiate! L’unica alternativa sembrano essere le autoproduzioni...
ci sono alcuni gruppi che producono i loro lavori, per poi venderli alle
fiere o nei negozi specializzati. E dura ma sembra che sia l’unico modo
per fare qualcosa di diverso dallo standard nazionale.
Un’esperienza
positiva e una negativa legata ai tuoi esordi...
Quella positiva è stata sicuramente la soddisfazione di vedere addirittura
premiati, oltre che pubblicati, i propri lavori. A quei tempi la fantascienza
non andava per la maggiore...
L’esperienza negativa è stata il suo opposto: all’epoca certi lavori non
erano proponibili, quindi mi sono rimaste delle opere incompiute solo
perché a quei tempi non andavano!
A
quale lavoro ti senti più legato?
Un po’ a tutti, ma quello che mi ha maggiormente stimolato e al quale
mi sento più legato è stato il primo volume, Cittadini dello Spazio. Questo
perché, essendo una raccolta di storie brevi, ognuna di esse mi ha impegnato
in una maniera diversa, in ognuna c’è un tassello della mia evoluzione
artistica, quindi è quello che mi ha stimolato e coinvolto di più.
Ti
sei mai pentito di una scelta artistica, anche a distanza di anni?
Pentito mai però, riguardando alcuni miei vecchi lavori, diciamo che
li restaurerei secondo il mio stile attuale... non li rinnego, ma li guardo
con occhio molto critico!
Gli
italiani hanno sempre letto molta fantascienza. Come spieghi, allora,
la scarsa produzione nazionale di tale genere narrativo?
E' un vecchio discorso che si fa dagli anni Settanta in poi. Credo che
questo accada perché gli Italiani sono sempre stati esterofili. Di fronte
a due lavori, uno italiano e uno americano, i nostri connazionali dirottano
sempre verso il prodotto statunitense. E questo non incentiva la nascita
di nuovi autori nostrani... C’è anche da dire che, forse, non abbiamo
mai neanche avuto un grosso nome capace di imporsi.
Quanto
spazio c’è oggi per immaginare nuovi ambienti futuristici? La fantascienza
ha ancora un futuro?
Devo premettere che oggi la fantascienza mi sembra sia scaduta parecchio.
Inoltre, alla luce delle nuove invenzioni tecnologiche, molta parte legata
alla fantasia ci viene negata. Oggi basta accendere il computer che i
giochi di ruolo, certe avventure cariche di grafica spettacolare, lo stesso
Internet, ci tolgono un certo spazio legato all’immaginazione. Perfino
in un semplice videoclip di pochi minuti c’è tanto di quel materiale che,
pochi decenni fa, sarebbe bastato per un film intero! La fantasia che
un tempo veniva stimolata dalla mancanza di immagini reali, oggi è fin
troppo appagata e rischia di assopirsi...
Quali
sono gli ingredienti principali per un buon fumetto di fantascienza?
Sicuramente un buon disegno e una buona storia! Inoltre,
se un tempo si privilegiavano le invenzioni grafiche, oggi, visto che,
come abbiamo appena detto, ne abbiamo a quintalate bisognerà prestare
maggior attenzione all’approfondimento psicologico dei personaggi. Un
ingrediente fondamentale, come in altri generi, è sicuramente lo studio
approfondito dei personaggi!
Aprendo
idealmente il tuo cassetto delle idee inevase cosa troveremmo? Hai ancora
sogni, in quel cassetto?
Il cassetto, per ovvia mancanza di tempo, è vuoto. Non che non abbia
dei sogni, ma sono tutti sospesi lì, a mezz’aria. Diciamo che mi piacerebbe
tornare un po’ a quello che facevo all’inizio, cioè dei racconti brevi
legati, come sempre, a mondi alieni. Attualmente, oltre ad alcune illustrazioni,
sto realizzando un nuovo volume a fumetti.
Per
finire, che consigli daresti a chi inizia a muovere i primi passi nel
mondo dei fumetti?
Che lo faccia prima di tutto per divertimento. Non deve diventare un lavoro
principale, poiché si finirebbe per perdere la passione. Quando devi rispettare
le scadenze finisce per esser un lavoro come gli altri, routinario, noioso,
avvilente. Quindi, la passione innanzitutto!
La
chiacchierata è finita. Mi permetterei di aggiungere solamente che quest’ultima
risposta la girerei, oltre che agli esordienti, anche a tanti veterani.
Credo che se si debba andare al tavolo da disegno con lo stesso slancio
di un operaio della Fiat che si avvia a timbrare il cartellino, beh...
è forse arrivato il momento di dedicarsi a qualcos’altro! Arrivederci
a tutti.
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