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Dal
numero
33 |
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Giangiacomo
Dalmasso
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di
Gianpaolo Saccomano
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Come spesso succede, le nebbie e le gelate della pianura padana hanno certamente contribuito a che Gian Giacomo Dalmasso, nato a Voghera il 21 luglio 1907, un vero pioniere della sceneggiatura italiana, sviluppasse una notevole propensione per personaggi ed ambientazioni esotiche particolarmente cariche d'azione. La sua stessa gioventù seguì il ritmo dei frequenti trasferimenti del padre, insegnante di lettere, il quale, un po' per il suo temperamento inquieto, un po' per avanzamenti di carriera, più volte spostò la residenza della sua famiglia, anche in altre città come Cagliari, Perugia, Catanzaro. Nel
1926 comunque Dalmasso, dopo il liceo classico, entrò nell'Accademia
Militare di Modena. Una scelta probabilmente dettata dall'inquietudine
e dal disagio per un ambiente provinciale troppo stretto, come poteva
essere la Catanzaro di quegli anni ma anche e soprattutto dal desiderio
di avventura che in lui si manifestava, io credo, come un misto di ottimismo
per la vita e desiderio di evasione e di conoscenza. La scelta dell'accademia
militare non fu dettata né da nazionalismo né da militarismo
ma dalla passione per una vita più interessante e avventurosa di
quella monotona degli uffici e dal gusto di indossare un'uniforme. Certo
che questo gusto per l'avventura e per il picaresco, deve essersi non
poco accentuato attraverso la sua esperienza militare ardimentosa e travagliata
in Africa settentrionale, come comandante di reparto alla vigilia della
Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui Dalmasso non si sognava nemmeno
di voler intraprendere la non facile carriera di autore e sceneggiatore
di fumetti. Assegnato ai reparti meharisti, egli fu in breve promosso
capitano e nominato comandante di "sotto- zona" a Ghat, in pieno
deserto del Sahara, a 1200 chilometri dalla costa. Alla
fine del terribile conflitto, rientrato in Italia, Dalmasso si sposa e
va ad abitare a Milano. Il dopoguerra porta serenità ma anche austerità
e sacrifici; Dalmasso allora era capoufficio reclutamento nel distretto
di Milano e la brillante vita militare svolta in precedenza sembrava essere
oramai definitivamente tramontata, per lasciare spazio a responsabilità
e a fatiche molto più prosastiche. Fu invece proprio a Milano che
Dalmasso, che aveva sempre scritto poesie e racconti per gusto personale,
per la prima volta si avvicina all'attività di scrittore e giornalista,
entrando in contatto con la redazione del giornale umoristico Frà
Diavolo, diretto da Guido Martina e comincia a scrivere
articoli satirici che firmerà con lo pseudonimo di Asso.
Nel 1948 idea Piccola Freccia, dando vita per l'editore Gianni De Simone al periodico che porta lo stesso nome del personaggio e che permette a Dalmasso di pubblicare altre sue creazioni tra cui, per esempio, Jim Rumba. Dal 1948 al 1955 scrive, per Tristano Torelli, molti episodi di El Bravo e Nat del Santa Cruz e alcune storie de Il piccolo sceriffo, personaggio che ha probabilmente contribuito, almeno a livello ispirativo, alla creazione di un vero e proprio gigante del fumetto italiano come Il piccolo Ranger, celeberrima creatura del geniale trio EsseGesse. Con un'incursione abbastanza convincente nel genere storico-avventuroso sceneggia anche una Vita di Cristoforo Colombo che verrà pubblicata sul periodico Totem. Nonostante
l'attività di scrittore e sceneggiatore gli garantisse una buona
remunerazione, Dalmasso preferì mantenersi nell'ambito militare
fino al 1950, anno in cui lascerà definitivamente l'esercito con
il grado di Colonnello della Riserva. Il 1953 è un anno importante per questo autore poiché Dalmasso dà vita al fantascientifico Raca per il tipografo-editore Marino Tomasina e, per conto di Enzo Chiomenti, alle storie della tarzanide Naja che, nonostante conservi tutte le caratteristiche del fumetto d'avventura di ispirazione, per così dire "burroughsiana" (Edgar Rice Burroughs è il creatore del personaggio di Tarzan) e abbia non poche similitudini con Pantera Bionda, presenta comunque degli elementi di originalità e una certa atipicità nel panorama fumettistico nostrano. Quello di Naja è purtroppo un esperimento destinato ad avere vita breve, non tanto per la scarsa risposta dei lettori al personaggio, quanto per una serie di problemi organizzativi e distributivi che spinsero Chiomenti, editore un po' improvvisato e subentrato alla scomparsa di Giurleo, a pubblicarne soltanto otto numeri. Il
vertice delle qualità narrative di Dalmasso viene però raggiunto
successivamente, quando ad assumerlo, nel 1958, è nientemeno che
la Arnoldo Mondadori Editore con la quale da quel momento continuerà
a collaborare come interno. Nel 1958, infatti, Mario Gentilini,
allora direttore di Topolino, lo assume con l'incarico di curare
la "revisione e il coordinamento delle sceneggiature", una funzione
per ciò che riguardava le storie a fumetti sostanzialmente simile
a quella di caporedattore. Gian Giacomo Dalmasso scompare infatti nel settembre 1981, lasciando un'impronta sincera (e mai volutamente marcata) sul cammino del fumetto italiano. Risulta particolarmente significativa la gustosa miscela di ritmo e di avventura che questo nostro autore riusciva a proporci con le sue sceneggiature. Storie che mettevano in risalto la sua predilezione per personaggi "puri" nella loro intenzione etica: il ragazzo, la ragazza coraggiosi, l'avventura intricata in cui il trionfo dei buoni avviene in relazione al concatenarsi delle circostanze, in modo sfumato, intelligente e spesso sapientemente miscelato con il genere della commedia... Sono pochi, ai giorni nostri, a ricordarsi di lui e della sua passione per l'avventura e per il coraggio tout-court, anche se probabilmente molti hanno letto e fruito del suo innegabile talento di narratore e creatore di personaggi ardimentosi e impavidi. E' giusto ricordarne il senso della misura e l'abilità, quasi artigianale, nella costruzione narrativa e lasciargli così una piccola nicchia nel sotterraneo del fumetto italiano. E sì, ho scritto bene, "sotterraneo": poiché coi tempi che corrono, in Italia il fumetto e il suo mondo stanno diventando sempre più un'arte da tenere nascosta, da relegare ai sottoscala, lasciando altri media, troppo poco artistici e spudoratamente commerciali, a farla da padroni. |