Dal numero
8


Intervista ad Umberto Manfrin
di Mirko Perniola
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Dirigendomi a casa di Manfrin, ripassai mentalmente la lista di domande che mi ero preparato, (probabilmente fu per questo che continuai a sbagliare strada), senza però immaginare che sarebbe stato tutto inutile. Infatti la voglia di dialogo del disegnatore, trascina sempre l'interlocutore fuori dal seminato. Dopo i saluti e qualche facezia, iniziai con...

Mi parli dei suoi esordi.
All'inizio non pensavo ai fumetti, infatti cominciai all'Accademia di Brera con i corsi di scenografia (a quei tempi non esistevano scuole di fumetto), finita l'accademia cercai di lavorare per la televisione, con registi, compagnie ma furono incarichi di secondaria importanza. Cominciai scarabocchiando ad accorgermi dei fumetti. I fumetti? Non li avevo mai considerati prima di allora come un lavoro, ma tentai comunque di prendere contatti con qualcuno. Incontrai così Giuseppe Caregaro delle Edizioni Alpe, che a quel tempo stampava Cucciolo, vide i miei lavori e… mi cacciò via subito!
Insistetti nella pratica e lo rincontrai due anni dopo con le idee un po più chiare, anche se per me lavorare in questo settore restava comunque un "discorso fumoso".
Questa volta, alla richiesta di lavorare con loro mi accettarono. Precisiamo però che Cucciolo, risaliente ai tempi della guerra, veniva redatto in economia tra tralicci e giornali in un'ex portineria della questura, da Giuseppe Caregaro, Leonello Martini e due segretarie.
Personaggio principale della testata era appunto Cucciolo di Rino Anzi, ma si trattava di una rivista a bassa tiratura.
Era il 1952 e, ancor prima di capire cosa dovessi fare, le Edizioni Alpe si avvalsero delle prestazioni di Renato Bianconi, che si offrì di fare un restiling della testata.
Venne interpellato inoltre Giorgio Rebuffi, un disegnatore che si sarebbe occupato di rifare alcune storie e di disegnarne delle nuove affiancato a Luciano Bottaro, già affermatosi su una rivista secondaria intitolata Gaie Fantasie.
Non dimentichiamoci inoltre di Egidio Gherlizza, esperto di storie per adulti. Ci terrei a precisare che non si trattava di storie per adulti come quelle di oggi, bensì di storie molto lacrimose e sdolcinate.

Ricapitoliamo?
Rebuffi disegnava Cucciolo e Beppe, Bottaro disegnava Pepito e Gherlizza si occupava di Marcello. Così la versione della rivista funzionò. Però un solo disegnatore per personaggio creava problemi, fu così che potei lavorare su personaggi ben definiti.
Fu così che la mia prima storia venne pubblicata su Gaie Fantasie.
Un altro personaggio che ricordo con piacere, ideato da Calandrino, era ispirato al Boccaccio.
In quel periodo si lavorava ad un ritmo di due tavole al giorno e proseguì per circa sei mesi.
Caregaro, avendo avuto esperienze alla Mondadori, non si accontentava di vivacchiare sulle copie vendute, ma cercava di far emergere la casa editrice, forte del fatto di non occuparsi solo di fumetti, ma anche di un'altra rivista che sopravvive ancora oggi, insomma il suo lavoro lo sapeva fare bene.
Poco prima del boom dell'editoria, in cui chiunque si trovasse a redigere giornali e riviste avrebbe potuto fare qualsiasi lavoro fuorché l'editore, Caregaro cercò un personaggio nuovo, diverso da Cucciolo e Beppe che assomigliavano troppo a Topolino.
Non avendo idee ben chiare si rivolse a Roberto Renzi, un giornalista affermato che cercava sempre collaborazioni diversificate per potersi comprare l'automobile. Alla richiesta di un personaggio elastico, Renzi si ispira all'americano Plasticman e crea Tiramolla, scrivendo un paio di sceneggiature che vengono passate a Rebuffi per la parte grafica. Consideriamo che le piccole testate sono un crogiuolo di idee tra le quali è una fortuna se ne emerge una su cento; forse per questo, Rebuffi oberato di lavoro per Cucciolo e Fox, rinuncia a Tiramolla che mi viene affidato. Avendo uno stile grafico differente modifico il personaggio immediatamente ed è un successo inaspettato.
A quel punto, a Caregaro venne l'intuizione che fu la sua fortuna, creiamo una testata propria per questo personaggio, modificando il nome in Tiramolla dall'originale di Renzi Figlio della gomma e della colla. Il risultato? Tirature da 90mila copie, un bel mucchio di soldi dall'oggi al domani per Caregaro. Mentre per me tra Tiramolla, altre storie su Gaie Fantasie, Cucciolo e le copertine il ritmo di lavoro era salito a 6/7 tavole al giorno! Disegnando senza neppure capire come sono diventato titolare di un personaggio. Ma agli inizi non me ne importava un granché, poichè non c'era neppure tempo per una minima ricerca, l'unica cosa che potevo fare, era non leggere la sceneggiatura in anticipo così da riservarmi la sorpresa del finale man mano che il lavoro proseguiva.
In seguito, la fine della collaborazione con Renzi e la consapevolezza di Caregaro della necessità di nuovi disegnatori (io non avrei potuto farcela da solo) segnò l'inizio del declino del personaggio.
L'editore pensò che l'apporto di nuovi cervelli avrebbe giovato, fu l'esatto contrario. Castelli, Catalano, Torelli, Martina... erano tutti validi collaboratori, ma con idee differenti l'uno dall'altro e dal progetto iniziale. Renzi aveva creato un personaggio solido, ben definito, troppi cambiamenti lo resero instabile e difficilmente inquadrabile.
Nel 1957 l'orizzonte non era dei migliori per Tiramolla, ma alla morte di Caregaro la situazione precipitò; la casa editrice rischiava il fallimento, così cercarono di vendere tutto (credo alla Dardo) ma l'accordo fallì. A quel punto la segretaria di Caregaro, pur non essendone proprietaria si mise a dirigere i lavori gestendo la casa editrice fino a cinque-sei anni fa, tanto rapidamente che ancora oggi la cosa non mi è chiara.
Vista la situazione, appena mi fu possibile passai alla Mondadori a disegnare Braccobaldo.

Tirando le somme per quanto tempo si occupò di Tiramolla?
Per ben undici anni, dopodiché venne affidato al solito ragazzino di studio, che lo modificò tradendolo completamente. Parlo di tradimento perché penso che le caratteristiche di un personaggio affermato non dovrebbero mai essere reinventate, se anche le generazioni cambiano rimane sempre un minimo di memoria storica.
Credo perciò che non riuscire ad adattare il proprio lavoro e trasformare un personaggio solo perché ci fa comodo sia infantile.
Mi ricordo che mi accorsi dei cambiamenti quando la casa editrice Avallardi cominciò a gestire Tiramolla e mi mandò a chiamare. Viste le trasformazioni ebbi una lunga discussione con il direttore artistico.
Si da il caso che, oltre alle modifiche suddette, gli autori venivano pagati esageratamente bene, 250/300mila lire per tavola, ciò significava essere costretti ad una tiratura di oltre 200mila copie per riuscire a coprire le spese, oltre a ricavarne qualcosa. Avendo intenzione di mantenere le tirature intorno alle 200mila copie, mi resi conto che avrebbero avuto difficoltà a proseguire, ma guardandoli lavorare mi convinsi che il fallimento non avrebbe tardato.
Ragazzini strapagati che non riuscivano a tenere il pennello in mano, artisti che ricalcavano spudoratamente lavori altrui, e così via. Ricordo di una domanda corredata di disegni Disney fatti da autori affermati, presentata da un principiante che venne accettato con entusiasmo. Portai qualche storiella, subito si resero conto della differenza e mi convinsero a lavorare con loro per salvare Tiramolla.
Feci solo in tempo a fare 5/6 storie prima che chiudessero.
Avevo previsto il fallimento entro 6 mesi; sbagliai di poco.
La loro fine fu disastrosa, basti pensare a tutti i milioni spesi per una sede che farebbe invidia ai più grandi editori d'oggi. Fu così che Tiramolla 2ª edizione diede il colpo di grazia ad un personaggio con buone possibilità che andarono sprecate. Oggi si potrebbe ripartire da zero, con poche copie, ricostruendosi il pubblico poco per volta, ma non credo che ne valga la pena, sarebbe troppo complicato.

Riguardo la lista con le 23 domande preparata in precedenza, siamo appena alla prima e sono già passati 20 minuti! Il risultato del rapido calcolo è il rumore della lista che si accartoccia e finisce nel cestino.
Oltre ad essersi occupato, per la Mondadori, di Braccobaldo e di altri personaggi Hanna & Barbera?
Brevi lavori con Bianconi per Il gatto Felix e per una casa inglese Il pagliaccio Bozo.
Nel 1977 iniziai a lavorare per l'Alleanza disegnando Rob & Stalli, che essendo tuttora in corso credo sia la più lunga collaborazione che abbia intrapreso.
Ma non mi limitavo solo a disegnare, facendo Tiramolla inizialmente lavoravo su testi altrui, poi l'arrivo di nuove menti portò un giorno Caregaro ad essere tanto alterato dal lavoro che aveva di fronte da chiedermi di scrivere qualcosa di buono. Non solo lo divertì, ma usò i miei testi per aiutare i nuovi sceneggiatori a capire cosa voleva. Con questo non intendo dire di essere bravo a scrivere, ma solo chiarire il difetto della maggior parte degli sceneggiatori: purtroppo per loro non sanno disegnare. Mi arrivavano sceneggiature assurde, con sequenze sviluppabili solo in una tavola racchiuse in una o due vignette! E indovina poi chi faceva i salti mortali per sistemarle? Ma il mio non era un caso comune. In passato, come credo anche oggi, c'era la convinzione unanime che i disegnatori non sapessero scrivere e, se ne erano in grado, non dovevano farlo.

Perché?
Non credo vi fosse un motivo concreto, ma le case editrici pretendevano di avere una collaborazione letteraria di alto livello, perciò chi non era scrittore o giornalista per elezione non veniva neppure considerato.
Tornando al disegno, ricordo di aver lavorato agli inizi degli anni '80 su personaggi Giapponesi secondari, un gatto che si suonava i baffi e simili.
Poi qualcuno cominciò a notarmi con l'arrivo del Gatto Isidoro. Era un personaggio inventato per vignette e strisce, muto, che camminava a quattro zampe, così il concessionario italiano del marchio mi chiese se era possibile trasformarlo in un fumetto. Detto fatto lo misi in piedi feci qualche prova e venne subito approvato.

Da come ha approfondito il discorso su Tiramolla rispetto a quello sugli altri personaggi, presumo che sia stato il suo preferito.
Non proprio; era Ullaò il migliore. Un giorno pensai che a Tiramolla serviva un animaletto, e inventai un cagnetto, che col tempo si trasformò diventando autonomo, con tanto di antagonista. Ebbe un successo fulminante e divenne richiestissimo anche all'estero. Purtroppo però, proprio in quel periodo litigai con l'editore che non credeva in Ullaò e non voleva rischiare su un personaggio che non lo convinceva. Presi contatti con la Mondadori e il Giornalino, ma neppure a loro interessò, forse perché era troppo complicato, anche se aveva buone possibilità ed era molto versatile sia sotto il punto di vista grafico che per le storie. Quando lasciai l'Alpe per la Mondadori il personaggio venne abbandonato.
Anche oggi però le cose non vanno molto diversamente, infatti, collaborando su qualche numero di Topo Gigio ho presentato l'Ape Sofia, un buon personaggio che è piaciuto a tutti… tranne che agli editori, inutile dire il risultato.
Diversi personaggi che ho creato sono obiettivamente difficili, anche se non graficamente; io cerco uno stravolgimento del racconto che si rifletta nella grafica, il risultato sono storie complesse su cui bisogna anche ragionare.

Perché secondo lei queste storie sono difficilmente accettabili?
Ci sono sempre meno soldi e di conseguenza diminuisce anche il pubblico. Si preferisce economizzare comprando un bel cartone animato davanti a cui i bambini rimangono a rimbambire per ore e ore, inoltre la proposta editoriale odierna è tremendamente noiosa e lontana dalle necessità dei bambini. I lettori vorrebbero sghignazzare ma non gli si offre nulla di valido. Anche i fumetti classici che un tempo oltre alla qualità avevano anche il mito americano a sostenerli, stanno decadendo. Oggi sono mortalmente noiosi, non possono contare neanche sul sogno d'oltreoceano visto che in Italia sta scomparendo sempre più e inoltre costano eccessivamente. Ma le alternative non hanno sostanza. Prendiamo qualcosa in esempio? I terrificanti manga giapponesi! Creati da una cultura per noi quasi incomprensibile, scimmiottano l'Europa senza saperne nulla.

Più che schernirci credo che ci invidino?
Forse sia l'uno che l'altro. Ma non dimentichiamo inoltre che sono sporcaccioni oltre ogni limite, sono infastidito che siano alla portata di tutte le età.
Quel che rimane è triste. Molti presentano versioni su carta di personaggi televisivi, che credo sia inutile. Lo sanno tutti che la TV è molto più comoda! Gli autori non si impegnano più del minimo necessario, sembra che tutti siano in attesa del gran giorno in cui verranno chiamati da Bonelli, nel frattempo si accontentano di fare qualsiasi altra cosa. È ingiusto, almeno verso i lettori.
Forse l'esempio di Tiramolla è un caso isolato, ma a quei tempi c'era la voglia di strafare, di gareggiare tra noi per creare il personaggio più simpatico o la storia più divertente, nonostante le condizioni di lavoro non certo invitanti. C'era forse il desiderio di raccontare tutto ciò che non ci era stato raccontato da ragazzini forse per colpa della guerra, c'era tanta voglia di fare e recuperare tutte le occasioni che ci erano state negate. Forse è per questo che credo che l'orizzonte sia un po troppo grigio.

Ha parlato di fumetti nostrani e giapponesi, perciò che mi dice di quelli americani?
Americani? agli americani non gliene frega niente dei fumetti! I pochi interessati sono costretti a comprarli via posta e i più diffusi sono quelli ritrovabili nei quotidiani a strip o al massimo in un solo paginone. È un mondo troppo differente dal nostro per poterli paragonare. Mentre ottimi sono quelli prodotti nell'area latina sudamericana, con molti cartonati all'italiana di lodevoli autori. Anche in Spagna ci sono edizioni molto interessanti.

Non credo però che siano mercati paragonabili al nostro, perché hanno leggi che assomigliano ad alcune che ormai qui oggi sono scomparse.
In passato bastava che la casa editrice denunciasse di occuparsi di un'opera culturale che riceveva dallo stato la carta in assegnazione (con un prezzo irrisorio ndr) e le tasse infierivano molto meno. Se a questo si aggiunge la possibilità di fare le pellicole di stampa in famiglia, ci si rende conto di come potesse essere interessante proporre nuove riviste, libri... senza contare le buone prospettive per i piccoli editori.
L'esatto opposto d'oggi.
Ricordo che, alla fine dell'era fascista, le copie dei libri di autori stranieri come Freud, venivano consumate come l'acqua e i distributori accettavano anche le cambiali, così che l'editore riuscisse a far fronte alle spese. Insomma c'era molta più collaborazione.
Oggi invece la fiducia è stata sostituita dallo sponsor.
Chiunque voglia pubblicare qualcosa, se non è più che affermato viene respinto dall'editore che non rischierebbe mai i propri soldi senza garanzie. La possibilità per i nuovi autori è perciò solo quella di trovare qualcuno che li sponsorizzi.
Basta però dare un'occhiata oltre frontiera per rendersi conto di come dovrebbero andare le cose. In Francia e Belgio gli autori hanno la A maiuscola, mentre in Italia il termine autore è usato solo in termini fiscali. In quei paesi troviamo musei del fumetto anche in piccole cittadine oltre che nelle grandi capitali. Noi italiani diamo la medaglia all'ultimo artigiano mentre nel migliore dei casi ci dimentichiamo degli autori di fumetti senza riconoscere loro nulla, neppure ai migliori.
Se qualche riconoscimento è stato concesso, si trattava sempre di premiazioni pilotate dagli editori a scopo pubblicitario.
Credo esistano solo 2/3mila persone veramente creative nel nostro Paese, ma non sopporto come ne viene sminuita l'importanza. Forse non ci si rende conto di come questi pochissimi individui riescano a sostenere l'industria importantissima dell'editoria. È infatti grazie al loro lavoro che case editrici, distributori e rivenditori riescono a sopravvivere. Chi ha esperienza in questo settore concorderà con me che, ad esempio, molti direttori artistici non sono altro che disegnatori mancati e quando si sviluppano nuovi progetti difficilmente gli editori hanno le idee ben chiare.

A questo punto ci dica, come lavora?
Vuoi i segreti del mestiere?

Certamente!
Precisiamo che i giovani alle prime armi oggi, vanno subito in cerca del meglio: i pennelli di marca, i pennini di un certo tipo… io agli inizi andavo direttamente in cartiera a comprare le risme solo perché costavano meno.
Oggi inoltre è difficile riuscire a trovare pennini di particolare qualità, perciò li si usa sempre meno. Fortunatamnte il diffondersi dei rapidograph, ottimi per gli sfondi, si lega bene all'uso del pennello.

Va bene, ma lei in particolare cosa usa, la Bic?
Sì.

Scherza?
Perché dovrei? È ottima per fare piccole scritte o simili, ovviamente combinata ai suddetti strumenti.

E il computer?
È la mano del futuro, ma non può far da se, è solo un supporto che non può essere creativo.
L'importanza è rinnovarsi di continuo, perché continuando a ripetersi c'è il rischio di diventar monotoni a causa dell'usura del personaggio o dell'artista stesso. Addirittura in Francia e in Belgio dove il fumetto è così ben considerato ristampano di continuo le stesse opere. Basti pensare che di Tintin ne esistono appena un ventina di volumi; comunque hanno il tempo di assaporarli come si dovrebbe. Io non leggo molti fumetti, ma credo di non essere l'unico a non sopportare che mentre si è intenti a leggere un'albo, in edicola ne è già apparso un'altro. Si procede troppo rapidamente, è per questo che insisto a fare storie contenenti aspetti curiosi e difficilmente comprensibili, così da invogliare il lettore a leggerle e rileggerle con attenzione.

Lei fa fumetti principalmente per bambini, ma con testi impegnati. Difficilmente un'adulto nonostante il testo impegnato, di fronte ad un copertina con personaggi per bambini è invogliato all'acquisto?
Questo perché c'è la differenziazione tra fumetto per bambini e fumetto per adulti. Bisognerebbe abituarsi, come all'estero a non fare distinzioni.

Come Mafalda?
Esattamente, era un fumetto per bambini solo in apparenza, trattava argomenti che andavano contro il regime, infatti Quino cercava un pubblico adulto.
È l'esatto genere di fumetto che prediligo e penso che molti fumetti presenti ancora oggi siano distruttivi a causa del loro simbolismo semplicistico. Sono d'accordo sull'utilizzo dei simboli per inviare messaggi ai bambini, ma si rischia di indurli a ragionamenti qualunquistici che potrebbe portarli un giorno a farsi cavare un occhio da una gallina vera, solo perché la credevano simpatica e amichevole.

Se si riferisce a Topolino non crede di essere troppo pessimista?
Non condivido solo la scelta dei personaggi; inoltre sbaglio forse a pensare che si interessino più alle trovate commerciali che alle storie? Non credo che ci siano bambini che si cruccino perché i tre nipotini non hanno genitori, gli stravolgimenti in atto sono proprio necessari per i lettori?
Senza poi contare lo stereotipo di disegnatori Cavazza-neggianti mai originali. Copiano Cavazzano perché è geniale nel suo stile anche se credo gli manchi lo sceneggiatore giusto.

Credo che abbia lavorato egregiamente con Sclavi.
Sclavi è un genio. Ho collaborato con lui per una dozzina di storielline e le scrisse in maniera perfetta. Comunque non leggo tanti fumetti perché sono convinto che con l'andare del tempo si finisca per copiare involontariamente quelli degli altri; se ne viene immancabilmente influenzati. Credo sia inevitabile, ma solo agli inizi. Personalmente sono convinto che chiunque possa essere associato ad altri artisti affermati, ma con il tempo i migliori emergono con uno stile proprio.

Allora, Sclavi come sceneggiatore. E alle matite?
Andrea Pazienza. Senza dubbio l'unico con quella forza creativa oltre ad un segno davvero particolare. Non credo ce ne sia un'altro come lui in Europa. Mentre di Sclavi penso sia l'unico che scrive così per il momento. Mi ricordo che lo conobbi (non di vista perché si nasconde sempre), quando feci delle storielle su Mike Bongiorno.

Mike Bongiorno il presentatore?
Infatti. Nonostante fossero solo delle gag scrisse dei testi da buttarsi a terra dal gran ridere e adesso i risultati della sua genialità li si ritrovano nei suoi lavori per la Bonelli. Sono dispiaciuto solo di non averlo conosciuto di persona, poichè era tanto timido già allora da lavorare in un stanza separata; credo si possa dire che sia uno di quei pazzi unici.

Un ultimo consiglio ai giovani, poi me ne vado...
Un consiglio? Darsi all'idraulica, rende molto di più! Adesso è un momento di transizione, in cui si decide quale sarà il nuovo mezzo di comunicazione. Nel periodo del boom della plastica tutti si convinsero che la carta sarebbe stata sostituita, poi arrivò la televisione e dissero che presto sarebbero scomparsi i giornali.
Fortunatamente sbagliarono tutti.

Purtroppo questa volta le cose potrebbero andare in modo diverso, con tutti i nuovi collegamenti tra computer basta scegliere gli argomenti interessanti e stamparli in casa.
Infatti se non è successo finora è forse solo a causa del fatto che non tutti avevano a disposizione la possibilità della stampa fatta in casa, e portare il video sull'autobus o al bagno era abbastanza scomodo.

Senza contare che se finiva la carta igienica, con il video... comunque credo che manchi ancora un po' di tempo?
Esatto, insomma per il momento la carta è ancora comoda, ma nella mia vita ne ho viste tante e sento che sta per arrivare una vera e propria rivoluzione nell'editoria, proprio perché si legge sempre meno.

Poco prima di salutarlo curioso tra la vastissima collezione di accendini di cui va molto fiero, sparsa per tutta la casa, dal bagno alla cucina. Passa un'altro quarto d'ora, mi congedo e mi allontano ridendo dell'impegno che misi nel redigere una lista di domande finita in un cestino.