|
Sempre
insoddisfatto del suo lavoro Alberico Motta inizia giovanissimo a disegnare
fumetti per la Dardo. Successivamente passa alle Edizioni Bianconi dove,
oltre a disegnare fumetti comincia a scrivere sceneggiature che sono
talmente apprezzate da diventare la sua principale occupazione. In seguito,
abbandonata questa attività, entra a far parte dello Staff di
If e dopo qualche anno comincia ad interessarsi ai computer nell'epoca
in cui esistevano soltanto sistemi ora definiti 'pionieristici'. Succes-sivamente
si occupa di pubblicità e in questo momento sta sperimentando
un altro tipo di lavoro. Sarà l'ultimo? Lo chiediamo a lui ripercorrendo
il suo cammino professionale.
Quando
hai avuto i primi contatti con il mondo dei fumetti?
I fumetti mi sono sempre piaciuti e il prete dell'oratorio che frequentavo
aveva spedito al Vittorioso i miei primi fumetti in stile Jacovittiano,
disegnati sulla carta a quadretti dei quaderni di scuola. La risposta
è stata di avere pazienza, ma io non l'avevo. Così un
giorno ho letto l'indirizzo dell'Alpe su di un fumetto e mi sono presentato
a Giuseppe Caregaro, il titolare. Ricordo che avevo ancora i calzoncini
corti e Caregaro mi accolse con commozione. Vide le mie vignette in
stile Landolfiano, disegnate sulla carta degli album scolastici e mi
incoraggiò a perfezionare le tecniche di esecuzione dandomi preziosi
consigli.
Quanti
anni avevi allora?
Avrò avuto tredici, quattordici anni.
E
quando hai iniziato a lavorare nei fumetti?
Qualche anno dopo. Studiavo da perito industriale ma continuavo a disegnare
fumetti in modo dilettantesco, sui fogli da disegno che mi capitavano
sotto mano. Ero figlio di operai e con i soldi non avevamo mai avuto
buoni rapporti. Mi sono presentato alla Dardo con alcuni disegni che
Gino Casarotti, il titolare, mostrò di apprezzare anche se non
erano ancora di livello professionale e mi invitò a sostituire
il ragazzo di redazione che era partito per il servizio di leva. Per
iniziare andava benissimo. Così andavo in redazione mezza giornata
dopo la scuola.
Che
mansioni avevi.
Il lavoro di redazione consisteva nel tagliare e impaginare le storie
a fumetti, completare vignette, fare i titoli e scrivere messaggi pubblicitari
sui retri di copertina. In quel periodo la Dardo pubblicava settimanalmente
Capitan Miki e Il grande Blek, Kinowa, Amok, El Coyote, Chicchirichì
ed altre testate quindi c'era molto lavoro da fare. Facevo anche delle
illustrazioni per i racconti che apparivano nei i vari albi.
Quando hai pubblicato la tua prima storia?
Sul settimanale Cri-Cri nel numero di dicembre del '54, era una storia
di quattro pagine. Della terza pagina ho conservato la prova di stampa.
A
quale autore ti ispiravi?
Con tutte le belle tavole che mi giravano attorno, avevo solo da scegliere.
In seguito ho iniziato ad inchiostrare le tavole di Chicchirichì
disegnate da Sandro Angiolini. Avevo trovato un punto di riferimento.
Per quanto tempo è durato questo lavoro?
Circa un anno e mezzo. Angiolini però non era costante, ogni
tanto aveva un'avventura con qualche ragazza e spariva per delle settimane
così mi chiesero di disegnare Chicchirichì quando lui
era 'assente'.
Tutto
sommato Angiolini, indirettamente, ti ha dato una mano?
Angiolini è stato il mio primo vero maestro. Fino a quel momento
avevo disegnato ad occhio, Angiolini mi ha insegnato a costruire la
figura, fare la pera, mettere la testa e gli arti sulle linee di movimento.
All'inizio il segno di Angiolini non mi piaceva molto, lo trovavo troppo
semplicistico, lui aveva come base il cartone animato. In seguito ho
imparato a 'capirlo' ed apprezzarlo.
Hai disegnato diverse storie di Chicchirichì?
Ho disegnato molti numeri, tante copertine fino a quando non l'ho preso
in mano completamente e l'ho involontariamente snaturato.
Più
che snaturato
diciamo modificato.
Diverso, perché non riuscivo a farlo come Angiolini. Stavo maturando
un mio stile che era più Motta che Angiolini.
Non disegnavi solo
il personaggio di Chicchiricì?
No. Oltre a Chicchirichì disegnavo altri personaggi, Romoletto,
Stanlio e Ollio, Pachito e Lala...
I
testi di chi erano?
Erano quasi tutti di Giancarlo Testoni, paroliere di canzoni, altri
testi erano di Attilio Mazzanti.
In redazione avrai conosciuto diversi disegnatori?
Tutti quelli che in quel periodo collaboravano per la Dardo. Il trio
della EsseGesse, Antonio Canale, Guido Fantoni, Giuseppe Perego, Antonio
Terenghi per citarne alcuni.
Quanto
tempo sei rimasto alla Dardo?
Tre anni, sino a quando non sono sbarcato all'Alpe. Le pubblicazioni
comiche della Dardo si stavano esaurendo, puntavano molto di più
sulle pubblicazioni di Miki e Blek.
In quel periodo cosa facevi?
Il solito lavoro di redazione, qualche copertina...
Che
tipo di copertine?
Copertine di genere realistico, le avevo già fatte a suo tempo
per El Coyote, in quel periodo per Miki, Blek.
Non ti è
mai interessato il disegno realistico?
Mi interessava in maniera marginale ma, per me, era troppo dispersivo.
Con il comico ero molto più rapido e questo ha sempre influito
sulle decisioni da prendere nella mia vita professionale, sul tipo di
lavoro, sulla qualità e sui compensi.
Come
hai lasciato la Dardo?
Terenghi un giorno mi disse che se volevo farmi conoscere e guadagnare
meglio dovevo lavorare come esterno. Lui veniva da un'esperienza analoga
alla Universo. Così mi licenziai e iniziai a lavorare come collaboratore
esterno. Quando diedi le dimissioni Casarotti mi disse che se volevo
tornare la porta era sempre aperta. La Dardo aveva ormai chiuso le testate
comiche e disegnavo per l'Alpe storie di Cucciolo, Tiramolla
A
diciotto anni mi trovavo un reddito decisamente superiore a quello di
un impiegato anziano.
All'Alpe
hai avuto difficoltà a seguire la loro linea?
No. All'Alpe c'era Giorgio Rebuffi che 'imponeva' il suo stile, del
resto i personaggi li aveva creati lui. C'era anche Umberto Manfrin
che disegnava Tiramolla, più tardi mi ispirai anche ai suoi lavori.
Come
è iniziata la collaborazione con Bianconi?
Ho incontrato Pier Luigi Sangalli con il quale facevamo il giornalino
per l'oratorio. Gli sarebbe piaciuto disegnare fumetti e mi chiese se
potevo aiutarlo ad inserirsi. I suoi disegni non erano ancora 'maturi'
per l'Alpe così l'ho accompagnato in giro per altre case editrici
minori che pubblicavano fumetti comici. Siamo arrivati da Bianconi in
un momento in cui aveva disperato bisogno di collaboratori. E Sangalli
fu subito accalappiato.
Tu come iniziasti con Bianconi?
Mi ha fatto un'offerta molto interessante. Mi ha dato carta bianca su
quello che volevo fare.
Ma
Bianconi pagava meno degli altri editori?
È vero. Pagava un po' meno dell'Alpe, ma ho provato a realizzare
una storia di sedici tavole e l'ho finita in un giorno. Lui non stava
tanto a sottilizzare sulla precisione e i particolari di contorno, lasciava
soprattutto agli autori libertà di espressione nello sviluppo
delle storie. La cosa non mi dispiaceva poiché anch'io, per quanto
perferzionista, amavo dare più importanza all'azione che non
agli eccessi di rappresentazione. Alla Bianconi ogni autore godeva di
molta autonomia, si scriveva le storie e se le disegnava.
Come ti sei inserito
nella nuova struttura?
In poco tempo misi a punto una serie di personaggi, Napoleone Sprint,
Ursus, i due carcerati Nando e Romoletto, Alì Salam, Nerone, Birillo
Bill e altri che mi davano la possibilità di essere presente nelle
varie pubblicazioni. Anzitutto nel mensile Geppo, che feci partire insieme
con Sangalli, allora aiutato nel ripasso a china da Sandro Dossi, poi
nei periodici Soldino, Trottolino e Felix.
Napoleone
Sprint. Mi sbaglio o ti brillano gli occhi quando ne parli?
Credo sia una delle mie prime creazioni meglio riuscite.
Napoleone Sprint è apparso nel momento giusto, quando la Fiat
500 era una bandiera per il popolo della strada. Fu un successo immediato,
ma non lo sostenni a lungo. Capii che non ero tagliato per rimanere
fedele a un solo personaggio. La mia potenzialità era incline
al cambiamento continuo, al tentare strade sempre nuove e diverse.
E
Bianconi come la prese?
Mi affidò una pubblicazione tutta mia, Pierino, in cui potevo
dare sfogo ai miei istinti. Ma dopo 18 numeri, anche questa era una
formula superata. Il disegno mi rallentava il ritmo creativo. Dovevo
liberarmi di quel peso e, in breve, maturò la soluzione di affidarmi
le sceneggiature per tutti i disegnatori che, a loro volta sgravati
dall'impegno del testo, avrebbero profuse migliori energie nella produzione
delle tavole disegnate.
Chi
erano questi disegnatori?
Sangalli, Dossi, Nicola Del Principe, Tiberio Colantuoni, Luciano Capitanio
ed altri che si aggregavano provvisoriamente. Alcuni hanno iniziato
con noi e, dopo aver imparato il mestiere, hanno spiccato il volo. Era
una squadra ben armonizzata, che ha polverizzato in pochi anni tutti
i record di produzione. Dal '65 al '75 avevamo in cantiere mediamente
oltre venti pubblicazioni al mese.
Puoi elencarmi le testate, almeno le principali?
Geppo, Soldino, Trottolino, Provolino, Chico, Pinocchio, Bongo, Felix,
Braccio di Ferro e molte altre, con i rispettivi supplementi e le varie
versioni. Una fabbrica del fumetto che girava a pieno regime: stiamo
parlando di centinaia di migliaia di pagine.
E
dal punto di vista del tuo specifico apporto?
È stato un periodo molto prolifico. Qualsiasi argomento mi venisse
in mente diventava soggetto di una storia che mettevo giù di
getto e i colleghi che le disegnavano le trovavano divertenti. L'esperienza
di disegnatore mi consentiva di schizzare una traccia veloce della storia
con atteggiamenti e battute appena abbozzati, quello che poi venne chiamato
"storyboard". Una volta che la storia era stata disegnata,
la controllavo ed aggiustavo le battute.
Quante
storie hai scritto?
Non lo so di preciso. Più di cinquecento pagine di sceneggiatura
al mese. Di tanto in tanto trovavo anche il tempo e la voglia di disegnare
qualche storia, come le prime di Chico, quando è partita la pubblicazione.
Avevate
modificato uno dei personaggi già esistenti?
No. Non si trattava di quel Chico Cornacchia già disegnato Giovan
Battista Carpi e da altri. Questo era un nuovo personaggio. Quando Bianconi
voleva lanciare un nuovo personaggio aveva sempre in mente il gatto
o il papero: di gatto c'era già Felix e così abbiamo deciso
di fare un papero, che fosse diverso da Paperino. Chico lo sentivamo
molto e, come personaggio italiano, abbiamo sviluppato storie con risvolti
di tipo sociologico e anche politico. Come Provolino, del resto.
Hai
scritto storie anche per personaggi americani?
Un'infinità, per Braccio di Ferro, Felix, Tom & Jerry. Le
storie americane erano limitate e già pubblicate da altri editori.
Inoltre non avevano quell'attualità, quella carica che noi volevamo
trasmettere al nostro pubblico, così non rimaneva che realizzare
storie nuove.
Storie
nuove ma anche rinnovati personaggi, mi pare.
Certamente. Prendiamo ad esempio Felix: è stato addirittura modificato
nel carattere. Originariamente era tutto gentilino, carino come lo aveva
fatto il suo autore Pat Sullivan. Noi lo abbiamo reso molto più
dinamico e attuale, forse esagerando un po', ma le storie devono avere
una tensione, un ritmo, a volte un pizzico di ironica violenza, altrimenti
non ti avvincono. Le storie che fanno più presa, le favole più
amate, sono popolate di orchi, lupi e streghe malefiche. La cattiveria,
se ben dosata nel racconto, è il presupposto per la lotta che
porta al lieto fine. Quel periodo è stato un momento magico,
forse il migliore della vita delle Edizioni Bianconi.
E
poi cos'è successo?
In tutte le attività ci sono dei cicli... i miei solitamente
durano una decina d'anni. Dopo dieci anni il meccanismo si era inceppato,
per stanchezza o per noia, non so bene. Fatto sta che ciascuno di noi
si riprese la propria autonomia e proseguì su binari separati.
E
tu che cosa facesti?
Mi ritrovai con la matita in mano per ricostruire il disegnatore che
mi ero lasciato alle spalle. Ci riuscii con una cura a base di Tom &
Jerry: una bella serie di storie che rivedo spesso con piacere. Il mio
disegno raggiunse una maturità che rimpiango di non avere continuato.
Ma dovevo dedicarmi a Big Robot, sull'onda dei manga che arrivavano
in Italia. Data la complessità delle prospettive riutilizzavo
molti disegni fotocopiandoli, girandoli e rimontandoli nelle vignette.
Questo mi permetteva di trattenermi gli originali.
Quando
hai lasciato la Bianconi?
Verso la fine degli anni '70. Si percepiva che la casa editrice aveva
imboccato una strada in discesa, che l'avrebbe portata al disfacimento.
Non c'era più uno scambio di idee tra i collaboratori. Dal canto
suo, Bianconi aveva esaurito le cartucce; ormai le tirature erano scese
al livello di guardia. Mi diceva "
faccia quello che vuole
mi inventi un gatto o un topo..." ma non c'erano più prospettive.
Che
soluzione trovasti?
Andai in giro a cercare lavoro. Trovai Riccardo Rinaldi, un disegnatore
che era anche agente per una casa editrice tedesca, quella di Fix e
Foxy. Quando gli feci vedere i disegni mi disse: "Lei conosce bene
il mestiere però non sono questi i fumetti che mi richiedono.
L'editore li vuole più rifiniti, particolareggiati
".
Le prime storie che facevo me le rimetteva tutte a posto lui, nel modo
che era richiesto. Che sofferenza! Mi resi conto che tutta l'esperienza
fatta in precedenza era da rivedere. Ci misi sei mesi per preparare
delle storie accettabili. Nello stesso tempo sentii anche Gianni Bono,
titolare della Epierre, che mi offrì, tra le altre cose, di disegnare
storie per Topolino.
Come
ti sei trovato a disegnare i personaggi Disney?
Devo dire che è stato abbastanza facile perché lasciavano
una certa libertà di interpretazione. Topolino era ancora della
Mondadori e il curatore della testata era Marco Rota che controllava
i disegni. Mi suggerì di ispirarmi alle linee di Floyd Gottfredson
che per Topolino era quella più adatta. Mi aiutava nel ripasso
a china delle tavole la bravissima Agnese Fedeli.
Cosa
hai trovato nella Epierre oltre ai fumetti?
L'agenzia di Bono, offriva molte opportunità, cose nuove da fare
e da scoprire, esperienze mai tentate prima. Per me erano troppo stimolanti.
La Epierre era in pieno sviluppo, io curavo il settore home video. In
quegli anni le videocassette stavano diffondendosi in Italia. La Disney,
la CBS Fox e altre case cinematografiche entravano nel nostro mercato
e avevano bisogno di copertine per le videocassette e tutto quello che
le campagne pubblicitarie si trascinano dietro. Questo lavoro, insieme
a varie attività editoriali, è durato dieci anni, il mio
ciclo ricorrente.
Allora
il decennio successivo com'è stato?
Sono arrivati i computer e sono cominciati i problemi per tutti i disegnatori
della vecchia guardia. In redazione da Bono arrivavano giovani che si
destreggiavano bene con il computer. Non avevano la nostra esperienza
però facevano cose che destavano meraviglia. Le novità
mi hanno sempre affascinato e anch'io ho acquistato un Macintosh.
Com'è
stato l'impatto col computer?
Dopo averlo comprato, la sera stavo lì con mio figlio Dario a
guardarlo senza sapere bene cosa fare. Panico assoluto. Poi a forza
di smanettare abbiamo cominciato a capirci qualcosa. Infatti ho realizzato
una storia di Cip e Ciop e la colorazione l'ha fatta mio figlio con
Photoshop, una delle prime versioni del programma senza livelli e senza
possibilità di annullare gli errori.
Col
computer cosa hai fatto?
Ho realizzato delle riviste enigmistiche, una testata per Bianconi e
un'altra a colori per Tedeschi. Lì abbiamo veramente fatto esperienza
riconquistando posizioni di competitività. In seguito, erano
gli anni '90, ci siamo messi in proprio e abbiamo lavorato sodo nella
pubblicità. Avevamo perfino un'agenzia tutta nostra.
Con
la pubblicità ti sei trovato bene?
Decisamente sì. L'editoria ormai non pagava più e la pubblicità
acquistava sempre più importanza offrendo insperate opportunità.
Questo step è durato una decina di anni, fino al cambiamento.
Cambiamento?
Ancora?
Sì, alle soglie del 2000 ho lasciato l'agenzia per rendermi di
nuovo autonomo. Ora sto lavorando a contratto con una grossa azienda,
molto dinamica, che è in fase di espansione. Curo la comunicazione,
preparo i cataloghi e le pagine pubblicitarie.
E
nel frattempo
non stai dimenticando qualcosa?
Ah, si. Nel frattempo, mi dedico alla preparazione della mostra di fumetti
che allestiamo ogni anno in città diverse. Riunito il gruppo
Bianconi con Sangalli, Dossi e Colantuoni - purtroppo Nicola Del Principe
ci ha lasciato di recente - abbiamo pensato di esporre le nostre tavole
originali, considerate ormai d'epoca, affiancando all'iniziativa incontri
con le scuole per trasmettere ai ragazzi le nostre esperienze e tenere
viva una forma d'espressione importante qual è il fumetto.
Hai
già in mente qualcosa per i prossimi dieci anni?
Non lo so ancora. Il nuovo ciclo è appena cominciato.
Allora
aspettiamo il termine di questo periodo per valutare i prossimi cambiamenti.
|