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Rammarro!
Basta questa parola per far capire chi è Giuseppe Palumbo, per ricordare
che è uno dei più originali autori del fumetto italiano. Passato dalle
fresche pagine di Frigidaire alle classiche tavole di Martin Mystere,
attraverso le infuocate uscite di Cyborg, dedica gli ultimi giorni prima
delle meritate ferie a noi di Ink.
Come
ti sei avvicinato al mondo dei fumetti?
Per passione. Ho vissuto fino a 26 anni in una casa-fumetto: sulle
pareti bianche si affollavano in abili geometrie quadri di varie fogge,
tecniche e colori, ognuno con una sua storia e con un testo al margine
a ricordarla, una breve dedica che ricordava amicizie e cene e risate.
Mio padre aveva e ha una fiorente attività di gallerista e così sono cresciuto
tra gente un po’ strana: scrittori, scultori, pittori, fotografi e grafici.
I fumetti sono stata la sintesi.
Giuseppe Appella, critico d’arte, mi mandava a comprare i quotidiani (tutti)
e mi parlava della ricerca del proprio segno, quello che ti fa riconoscere
tra gli altri; Josè Ortega, pittore, mi raccontava della sua fuga dalla
Spagna di Franco e mi rimproverava di non usare i colori con libertà (erano
quelli del primo Ramarro: a me sembravano già un putiferio); Pietro Consagra,
scultore in abito blu, camicia bianca, niente cravatta e scarpette da
ginnastica arancioni, mi raccontava a cena dei suoi amori femministi e
di spazio e stile; Mario Cresci, fotografo e grafico, mi permetteva di
usare il suo studio e la sua fotocopiatrice e mi spingeva a lavorare sull’inquadratura.
E poi, all’epoca dell’università a Bari, sono arrivate le amicizie fumettare
con Sebastiano Vilella, Onofrio Catacchio e Massimo Semerano. Con loro
ho condiviso per molti anni progetti, mostre, riviste e sogni di gloria.
Sono stati loro a introdurmi a Bologna a Igort prima e a Scozzari e Brolli
poi. Da lì, Frigidaire...
Ramarro
è la tua creatura più famosa. Come ti è venuta l’idea?
Quasi per caso. Nel 1986 avevo disegnato per Tempi Supplementari,
la rivista vivaio di Frigidaire: era la prima storia di Tosca la Mosca,
4 pagine dove appariva un energumeno verde. Mi dissi “questo personaggio
ha delle potenzialità”... Il mese dopo ero sotto esame e non ero riuscito
a preparare niente di nuovo per la rivista, così feci 4 tavole dell’energumeno
verde che, in ricordo delle innumerevoli lucertole a cui avevo strappato
la coda e a cui era ricresciuta in un eterno ritorno di torture e sofferenze,
divenne Ramarro, il primo supereroe masochista. In quel personaggio confluirono
tutti i miei amori fumettistici, filosofici, narrativi, musicali, cinematografici
e tutti i miei sogni e incubi peggiori: una divertita e amara visione
del mondo e della vita, ma soprattutto un fumetto fatto per appassionare
e divertire.
L’ambientazione
fantascientifica l’hai quindi mutuata dalle tue letture e visioni cinematografiche?
Per lo più sì: io leggo e vedo veramente di tutto, perchè tutto può
essere parte del magma creativo da cui verranno fuori i miei testi e i
miei disegni, ma la costruzione di uno scenario futuribile, per quanto
mi riguarda, tiene conto di una componente fondamentale: la memoria. Quando
costruisco le scene di Sogni della città (serie scritta da Brolli, apparsa
in appendice a Concrete, poi sull’Albo Avventura 2 della Feltrinelli)
la NewYork-Chicago del 2173 racconta il suo presente architettonico ma
anche la sua storia. C’è la sua anima, di metallo e cemento.
Negli
albi di Ramarro per Carnera usasti una tecnica molto particolare, incollando
ritagli di giornale e cose simili sulle tavole. In seguito hai abbandonato
questo stile: ti eri stancato o ti sei adeguato al mercato?
Chiusa Frigidaire non c’era più lo spazio editoriale che potesse ospitare
simili progetti. Ma è vero anche che sentivo il bisogno di cambiare. Mi
piaceva di più l’idea di innovare la tradizione dal di dentro, entrando
nel meccanismo. Ho sempre cercato il cambiamento pur restando sempre nel
solco di un linguaggio dalle regole precisissime, matematiche come diceva
il Paz. E poi era quel Ramarro caotico, esplosivo e irriverente che richiedeva
quella tecnica... Altri progetti hanno richiesto altri approcci e altre
tecniche.
Quando
ricreasti Ramarro per Cyborg che parte ebbe Daniele Brolli nel lavoro?
Decisiva. Ha ricreato tutto lui a partire da ciò che io avevo fatto in
precedenza, ma dandogli un taglio nuovo, più solido, più narrativo e meno
rutilante ed estemporaneo. Nella prima versione era ingenuo ed essenziale
come ogni buon supereroe deve essere, mentre in Seconda Pelle era più
simile ai supereroi della golden age in Watchmen. Ci saranno sempre quelli
che mi rimprovereranno di aver abbandonato l’idea folle del vecchio Ramarro
come ci saranno sempre quelli che preferiranno lo spessore del Ramarro
di Brolli. Visivamente ho fatto la mia parte, considero Seconda Pelle
una tappa importante della mia carriera di autore, ma credo che progettualmente
Brolli sia il maggior responsabile di quanto è stato fatto. D’altronde,
tutto Cyborg è un suo progetto che io, Fabbri, Semerano, Nizzoli, Ghermandi,
Otto Gabos e altri abbiamo sostanziato.
Ma
che il pubblico non ha apprezzato gran che. Come mai? Credi fosse una
lettura troppo complicata?
La questione è molto complessa: Cyborg aveva un progetto narrativo molto
stratificato e complesso, che avrebbe avuto bisogno di più tempo per esprimersi
compiutamente; poi le tematiche erano quanto di più recente ci fosse nel
campo della fantascienza. La Telemaco era anche una casa editrice molto
piccola, se la rivista fosse rimasta alla Star Comics forse avrebbe dato
altri frutti, ma la Star cercava altro, qualcosa come Lazarus Ledd: un
prodotto più seriale e meno complesso. Nathan Never, ad esempio, era ed
è un fumetto seriale, che col tempo sta sciogliendo tutti i nodi legati
alle tematiche più complesse connesse al suo specifico scenario, supportato
in questa impresa dal colosso dell’editoria a fumetti Italiana. Non è
stata solo una questione di leggibilità.
Raccontaci
un po’ della tua esperienza giapponese.
Igort stava lavorando già da un po’ di tempo con la Kodansha quando un
editor di origine francese che scriveva per la rivista Morning, Pierre-Alain
Szigeti, venne incaricato di individuare degli autori occidentali proponibili
sul mercato orientale: era il programma Manga Fellowship che avrebbe portato
su Morning autori come Mazzucchelli e Baru, Beb Deum e Cadelo. Igort e
Szigeti, scorazzando tra le mie tavole in mostra a Lucca, decisero che
ero proponibile. Dopo varie proposte nacque la prima storia di Cut, che
fu accolta molto bene, e così nacque la serie che vedrete raccolta nella
collana No Words della Phoenix. È stata un’esperienza dura ma formativa:
dura perchè ho dovuto confrontarmi con diversi editor, ognuno con una
sua idea sulla possibile serie; formativa perchè mi ha portato a studiare
e a conoscere la grammatica dei manga, cosa che mi ha arricchito enormemente,
specie in termini di regia e dinamismo. Dagli autori giapponesi avremmo
da imparare anche in termini di chiarezza espositiva.
Ma
tu leggi fumetti giapponesi?
Leggo per lo più classici come Tezuka o Otomo. Ma per diverso tempo ho
ricevuto riviste Kodansha che mi hanno permesso di formarmi un’idea di
quello che accade in quel mercato.
Hai
avuto problemi a realizzare un fumetto muto?
È molto difficile, ma credo che sia la forma più antica e forse più nobile
di fare fumetto. Non è solo una questione di importanza del testo o dell’immagine,
ma di sublimazione dei contenuti narrativi in sequenza disegnata.
Adesso
lavori per la Bonelli: come ti trovi? Non ti senti un po’ “costretto”?
In fondo ti sei dovuto un po’ adeguare agli standard artistici della casa
editrice.
Con Alfredo Castelli e più di recente con Carlo Recagno (in autunno
esce su Storie da Altrove una nostra storia fiume con Sherlock Holmes)
abbiamo fatto ottime e, mi piace pensarlo, inedite cose per Martin Mystère
e per la Bonelli. Intendevo questo quando dicevo “innovare la tradizione
dal di dentro”. Per quanto riguarda gli “standard artistici della casa
editrice”, non li ho mai considerati un limite ma semmai un termine di
confronto con cui rapportare il mio stile. E comunque non è solo una questione
stilistica: il rispetto di certe regole è alla base di un approccio professionale
concreto. Gli esperimenti più efferati continuerò a farli dov’è più opportuno.
Hai
scelto tu di lavorare su MM? Nathan Never non sarebbe forse stato più
vicino alle tue “tradizioni”?
Se avessi scelto (e non è stato così, semmai...) avrei scelto MM perchè
mi ha permesso, e continua a permettermi, di esprimermi come disegnatore
a tutto tondo. Posso disegnare scenari fantascientifici come la Milano
di oggigiorno, antiche civiltà e altre dimensioni. Tutto. E poi io ho
sempre scelto di mettermi in discussione e di mettermi alla prova. Comunque,
al di là di progetti e testate precise, quello che sto cercando è una
dimensione comunicativa più universale, che forse con i No Words riuscirò
a ottenere...
Tu
insegni in diverse Scuole di Fumetto. Qual’è la prima cosa che insegni
ai tuoi studenti?
Ad essere se stessi. Molti pensano ad essere il disegnatore buono
per ogni occasione e per ogni editore. Non è così: è sempre il frutto
di un lavoro lungo e complesso che ti porta ad avere la capacità di gestire
adeguatamente i differenti modi di fare un fumetto o di confrontarsi con
differenti editori. E poi, fare fumetti è un mestiere difficile: bisogna
nutrire un grande amore per quello che si sta disegnando, qualunque cosa
sia, per poterlo fare bene. Con un presupposto simile è meglio investire
su se stessi e sviluppare un proprio stile. Non è una cosa facile ma credo
che alla lunga sia la scelta che rende di più, in tutti sensi. Avere un
punto di riferimento, come i manga, non è una falsa partenza: tutti hanno
avuto i propri maestri. L’importante è non farsene schiavizzare e fondere
i loro insegnamenti con quelli che possono provenire dai campi più diversi,
contaminarli.
Quali
tecniche usi per disegnare?
Sana china nera e tanta carta bianca. E sempre di più il computer, con
cui sto provando a gestire le singole vignette in fase di impaginazione
della tavola (vedi La pelle di Ben su Bad Karma n. 0). La colorazione,
poi, è sempre più spesso richiesta al computer. Se devo dare un consiglio:
inglese e computer!
Progetti
futuri?
Lavorare molto nell’editoria per ragazzi come illustratore per i Gialli
Junior della Mondadori e per La Nuova Italia. Per la Phoenix curerò due
piccole riviste: PepErotico e Mondo Mongo, oltre ai lavori per i NoWords
e i NoWordXXX, erotici. Ne ho “scritto” uno, disegnato da un esordiente
di gran talento: Lupo.
“Scritto”
tra virgolette perché la sceneggiatura è poca roba come in un sano film
porno?
Io spero sempre, anche quando faccio poco, di dare un “peso specifico”
a quello che faccio, che esuli dalla estemporaneità pura e semplice e
che diverta, ad esempio, come un sano film porno, con in più anche solo
un’idea che renda particolare, più ricco, quel divertimento. Comunque
ho in preparazione anche una scorribanda importantissima in un’altra casa
editrice storica del fumetto italiano. Non dico altro! Ce ne sarebbe da
dire...
Beh,
accontentiamoci di quello che ci ha detto, che è comunque molto e molto
interessante. Indipendentemente da quali pagine riempia, quelle di Cyborg
o quelle di Ink, e in quale forma lo faccia, con disegni o con scritti,
Palumbo rimane decisamente uno dei più originali autori che abbiamo tra
le mani.
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